roberto baggio bologna

Estate del 1997.

Roberto Baggio, da poco trentenne, è reduce dall’esperienza più ombre che luci al Milan. Due anni difficili, il primo (ad onor di cronaca onorato con la vittoria dello scudetto) caratterizzato dal dualismo con Boban e Savicevic oltre che da qualche battibecco con Capello, il secondo capitato nel periodo peggiore della storia del Milan, quello del Maestro (?) Tabarez e del ritorno di Sacchi, in cui la carriera del codino sembra ormai arenarsi fra equivoci tattici e panchine in serie. Sembrano lontanissimi i tempi in cui venivano sollevati il Pallone d’ oro e il Fifa World Player; in molti iniziano a chiedersi che fine abbia fatto quel razzo che ai mondiali casalinghi seminava in due minuti la difesa della defunta Cecoslovacchia (Quella che ora è di Cech e di Baros…). Pare che il rigore sbagliato contro il Brasile abbia abbattuto una maledizione su Roberto, fino a quel momento capitano della Juventus e  stella indiscussa del calcio mondiale; d’altronde sarà proprio nella stagione successiva al mondiale americano, ossia l’annata 1994/1995, che inizieranno i problemi per il fenomeno di Caldogno, a cominciare dal modulo utilizzato da Lippi, alla sua prima stagione sulla panchina dei bianconeri e fedele al 4-3-3 che mal digerisce un 10 puro, passando per due infortuni non lievi fino ad arrivare alla definitiva esplosione di colui che in molti definiscono suo erede, un giovane ventenne scuola Padova che risponde al nome di Alessandro del Piero; tutti motivi che, uniti a un forte diverbio con la dirigenza in sede di rinnovo contrattuale, porteranno all’addio ai colori bianconeri in favore del Milan di Berlusconi, gongolante all’idea di regalare a Capello il fenomeno ammirato nelle file rivali. Purtroppo per il magnate e per i tifosi rossoneri, quel fenomeno si vedrà molto raramente in campo e ciò porterà alla fine del rapporto fra Baggio e il Milan, come accennato in apertura.

Numerose sono le offerte che pervengono in casa Milan per il codino; non mancano le mete ricche esotiche come gli USA, che hanno da poco vissuto l’approdo di Donadoni ai Metrostars, alla pari di progetti interessanti made in Italy, fra cui spicca il Parma dei miracoli di Callisto Tanzi, oramai grande del calcio italiano e squadra a cui Baggio ha soffiato un tricolore e una Coppa Uefa con la Juventus nell’ambito di un duello tutto numeri con Zola. É proprio il Parma la meta prescelta da Baggio, che vede nella squadra emiliana il giusto connubio fra grande calcio e lontananza dai riflettori e, alla soglia dei 30 anni, la tappa ideale per una carriere che deve trovare nuovo smalto: Il calcio ha ancora bisogno di Roberto Baggio, ma ancor di più la nazionale, reduce dal fallimento di Euro 96 e  il cui rapporto con il codino è orami reciso dai tempi del rigore fallito contro il Brasile a Pasadena.

La nazionale: la delusione per la finale mondiale è ancora cocente, resa ancor più dura dalla mancata convocazione al successivo Europeo. Con Sacchi in panchina il discorso appariva ormai chiuso, ma l’arrivo di Cesare Maldini, che pure in Under 21 gli aveva riservato diverse panchine, sembra aprire spiragli. Siamo alla stagione immediatamente precedente al mondiale di Francia e proprio nella massima rassegna continentale Baggio vede l’occasione perfetta per mettersi alle spalle l’inferno del Rose Bowl. Il ritorno in  azzurro diviene quindi obbiettivo dichiarato di Baggio e, come accennato, il Parma la squadra giusta per riuscirci. Tuttavia, a giochi fatti l’allenatore dei ducali, un tal Carlo Ancelotti con qualche chilo e qualche coppa in meno chiede alla dirigenza di rinunciare al trasferimento a causa dei presunti problemi tattici che potrebbe provocare l’arrivo del codino e del malumore di Enrico Chiesa, perno della squadra che minaccia il trasferimento in Premier League se dovesse arrivare Baggio a contendergli il posto.

Parma saltato quindi, ma mai come in quell’estate del 1997 le strade per Roberto Baggio sembrano ricongiungersi sempre alla Via Emilia; Il Bologna del sanguigno presidente Gazzoni Frascara bussa alla porta del codino, presentando un ricco biennale e , soprattutto, un progetto di crescita della squadra che vede in Baggio l’assoluto protagonista. Siamo sempre in Emilia ma il Bologna,  fino a pochi anni prima in serie B e con i ricordi del tricolore “Bulgarelliano” ormai sbiaditi, è cosa ben diversa dal Parma, oramai presenza fissa in Europa e zeppo di ottimi giocatori, finanziati dai capitali Parmalat; Baggio è titubante, le offerte non mancano ma la consapevolezza che forse proprio i riflettori delle grandi stavano finendo per abbagliarne il grande talento decide di accettare e firma un biennale da 5 miliardi all’anno con il Bologna. Squadra ben attrezzata quella guidata da Renzo Ulivieri, allenatore di sinistra e fautore del “gruppo vince sempre sul singolo”; l’obbiettivo è ovviamente la comoda salvezza, ma l’arrivo del codino lascia ben sperare traguardi anche più prestigiosi.

L’avventura bolognese di Baggio sembra tuttavia iniziare con delle difficoltà: difficili, in particolare, risultano i rapporti con Mister Ulivieri, che vede in Baggio un calciatore come gli altri e rifiuta di riconoscerne la leadership, al punto da arrivare a restituire la fascia di capitano all’inossidabile Giancarlo Marocchi. Il sentore di un clima teso si ha fin dalle amichevoli estive, in cui il turnover praticato da Ulivieri indispettisce Baggio, arrivato a Bologna per essere sempre e comunque protagonista; diverse volte il codino, la cui carriera è sempre stata caratterizzata da rapporti difficili con gli allenatori più intransigenti (e qui potremmo far partire un nuovo articolo sul rapporto con Lippi), manifesterà il suo malumore con il patron Gazzoni Frascara, suo più grande alleato ed estimatore (tanto da portarlo ad assicurare le gambe del campione per 10 miliardi); si arriverà due volte alle dimissioni di Ulivieri per non celati contrasti con l’attaccante, rientrate solo in seguito a forzati chiarimenti tra i due.

Ma le ombre lasceranno presto spazio allo scintillante talento di Roberto Baggio; con la dieci rossoblu sulle spalle e una squadra talentuosa ma allo stesso tempo operaia ad accompagnarlo, Baggio, privatosi ad inizio stagione dello storico codino, tornerà a sfoderare il meglio di quel repertorio che lo aveva consacrato anni addietro come miglior giocatore al mondo; dribbling, calci piazzati, assist geniali e marcature a ripetizione, che lo porteranno a contare 22 reti alla fine del campionato: capocannoniere della Serie A, ritorno fra i 25 candidati al pallone d’oro, ritorno in Nazionale. I tifosi d’Italia chiedono a gran voce il ritorno di Baggio in azzurro e il C.T. Cesare Maldini, conscio del valore che un Baggio così può dare alla squadra, lo chiama per Francia ’98. Sarà il mondiale della staffetta con quel giovanotto che gli aveva soffiato il posto alla Juventus, ma anche l’occasione per rompere la maledizione statunitense: 11 Giugno 1998, a Bordeaux si gioca Italia-Cile, esordio per gli azzurri a Francia ’98; al minuto 85, con l’Italia sotto 2 a 1, l’arbitro fischia un rigore a Baggio che, senza nè dire né chiedere nulla, si presenta sul dischetto e spiazza il portiere; sono passati 4 anni dal rigore sbagliato con il Brasile e in quel pallone c’è tutta la rabbia di quel giorno, così come nell’esultanza immediatamente successiva c’è tutta la gioia di un campione ormai tornato ad illuminare tutti i tifosi d’Italia.

Ce l’ha fatta Roberto Baggio, che si toglierà anche la soddisfazione di portare il Bologna in Intertoto, rendendo forse un po’ meno opachi per i tifosi bolognesi gli anni ’70. La stagione 97-98 rimarrà l’unica per Baggio con i colori rossoblù; seguiranno l’Inter, in cui il difficile rapporto con Lippi rischierà nuovamente di appannarne la stella, e infine il Brescia, in cui tornerà trascinatore insieme a Carletto Mazzone e ad un Guardiola a fine carriera (Bel trio). Ma questa è un’altra (bella) storia….

Stasera si giocherà Sampdoria-Bologna, e proprio in un match fra le stesse squadre Baggio, nel novembre del 1997, quando ancora le pause per le nazionali erano minimamente sopportabili, diede il via con un calcio di rigore, specialità della casa, ad un bellissimo 2-2. Era domenica, una di quelle che a Bologna nel ’98 erano le domeniche con Roby.

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