andrea pirlo

L’hanno soprannominato “il Metronomo”, “l’Architetto”, “il Professore”, i più fantasiosi gli hanno tributato addirittura l’appellativo “Mozart”, ma all’anagrafe lui è semplicemente Andrea Pirlo, uno dei più forti registi della storia del calcio mondiale di tutti i tempi.

Eppure Pirlo non nasce regista, bensì mezzapunta o all’occorrenza trequartista, pronto a supportare l’azione nella sua fase finale o addirittura in alcuni casi è lui stesso a vestire i panni del finalizzatore della squadra.

 

Francesco Moriero, Andrea Pirlo e Tal Banin – Foto da Sportreview.it

 

Sliding Door…

La svolta nella carriera di Andrea Pirlo arriva inaspettata in un freddo gennaio del 2001: l’Inter, proprietaria del suo cartellino, decide di mandarlo in prestito al Brescia per la seconda parte di stagione.

Un po’ come quando in estate vai in vacanza in una località sconosciuta, e all’uscita dell’autostrada ti trovi di fronte ad un bivio: puoi imbeccare l’uscita sbagliata, e allora rischi di trasformare la vacanza in un incubo; oppure puoi indovinare l’uscita giusta, e tutto fila liscio.
Così come è capitato a Pirlo.

Sor Carletto Mazzone reinventò regista Andreino da Brescia (sembra il nome di un pittore rinascimentale, ma d’altronde Pirlo è un artista del pallone), in modo da farlo coesistere con il Divin Codino, Roberto Baggio.

Le rondinelle non potevano permettersi di certo un modulo troppo spregiudicato, come tutte le squadre impegnate nella lotta per non retrocedere, e così Pirlo si posizionò al centro del campo, luogo in cui il più delle volte si decidono le sorti di una partita.

Quasi come un sarto, il suo compito era tessere le trame di gioco.

E il buon Andrea tesseva trame di seta purissima.

Come in quel lontano 1 Aprile 2001, quando Pirlo pennellò dall’altezza del cerchio di centrocampo un lancio perfetto di 40 metri per Roberto Baggio, che con classe sublime domò quel pallone con una semplicità disarmante: grazie a quel controllo palla riuscì a dribblare il portiere juventino, lo spilungone Edwin Van Der Sar, che non riuscì, per fortuna, ad evitare uno dei più bei gol della storia della Serie A.Quel gol permise al Brescia di fermare la Juventus sull’1-1 al Delle Alpi.

Andrea Pirlo imparò moltissimo in quella mezza stagione, prese il Divin Codino come modello, e cominciò a studiarlo.

«Ho sempre avuto una fissazione con i calci di punizione. Quando sono tornato, per la seconda volta a Brescia, con Mazzone allenatore e Roberto Baggio capitano, mi sono messo a studiarlo in allenamento. E come finiva lui attaccavo io, prova e riprova tutti i giorni qualcosa ho appreso, è anche una questione di allenamento secondo me».

L’allievo che impara dal Maestro. Ed è proprio il Divin Codino a consacrarlo nel 2007:

«Andrea ha dimostrato tutto il suo grande talento e il suo valore. Quando giocavamo insieme tutto dipendeva da lui. Ha sempre avuto il grande merito di vedere in anticipo quello che poteva succedere all’interno dell’azione. La sua visione di gioco, quello che sa fare, quello che sa costruire, fanno di lui un fuoriclasse. Andrea ha qualcosa che non si vede spesso in giro.»

Un leader silenzioso, che parlava con i piedi.

Roberto Baggio e Andrea Pirlo ai tempi del Brescia – Foto dal web

 

Dopo l’esperienza bresciana Pirlo si trasferì al Milan, dove in 10 anni ha vinto tutto quello che si poteva vincere, e non solo a livello di club, dato che è stato uno dei pilastri della Nazionale azzurra in quel favoloso ed indimenticabile Mondiale di Germania 2006.

E poi, a 32 anni, è stato pronto a rimettersi in gioco, passando alla Juventus: 4 stagioni e altrettanti scudetti vinti.

Qualunque maglia abbia indossato, Pirlo è sempre stato rispettato da tutti, compagni, avversari, tifosi: è uno di quei rari giocatori che apprezzi sempre e comunque, qualsiasi maglietta abbia addosso.

Il suo pregio più grande è stato quello di essere in grado di correre più velocemente con la mente che con i piedi. Il compianto Johan Cruijff, elogiandolo, dirà infatti:

«Lui è fantastico. Ha una superiore visione di gioco e con un colpo mette la palla dove vuole. Il calcio si gioca con la testa. Se non hai la testa, le gambe da sole non bastano.»

Andrea Pirlo in figurine – Foto dal web

 

Ma è facile ricordarci del “Pirlo maturo”, quello con la maglie del Milan o della Juventus, quello che giocava insieme a campioni del calibro di Rui Costa, Nesta, Maldini, Seedorf, Ronaldinho, Buffon, Del Piero.
Più difficile, forse, è ripensare all’Andrea Pirlo ventenne, che l’Inter diede via troppo velocemente, senza rendersi conto di aver perso l’occasione di godersi un talento purissimo.
Quell’Andrea Pirlo che con un anonimo numero 30 sulle spalle e con lo sponsor Caffè Mauro sul petto si ritrovò a lottare per la salvezza in forza alla Reggina.
E quando i tuoi compagni di squadra si chiamano Oshadogan, Giacchetta, Possanzini, capisci che ci sarà da lottare, con le unghia e con i denti.

La Reggina alla partita d’esordio in Serie A nel 1999 – Foto da Sky

 

Andrea Pirlo ogni domenica sapeva di dover andare a strappare punti al Garilli di Piacenza, al Via del Mare di Lecce, al Curi di Perugia.

Ma sono proprio queste le esperienze che hanno forgiato il carattere del nostro protagonista, perchè quando vai a violare il Sant’Elia, lottando fianco a fianco con gente come Taibi, Cozza e Kallon, sai già che in futuro niente potrà più farti paura.
Perchè se nella tua vita hai espugnato l’Olimpico battendo i giallorossi grazie ai gol di Cirillo e Ciccio Cozza, affrontare il Manchester United insieme a Kakà e Inzaghi sarà una passeggiata.
Se al Granillo una tua punizione contro il Lecce regala alla squadra 3 punti fondamentali per la salvezza, fare un cucchiaio in un Europeo ad Hart è un gioco da ragazzi.
Se hai espugnato il San Nicola di Bari al fianco di Bisoli, Yllana e Bachini, cosa vuoi che sia affrontare una finale mondiale insieme a Cannavaro, Totti e Gattuso?

Andrea Pirlo alla Reggina – Foto dal web

 

Ed è per questo motivo che possiamo senza alcun dubbio affermare che si, il Pirlo più forte molto probabilmente è stato quello visto al Milan, ma il Pirlo più coraggioso l’abbiamo potuto ammirare alla Reggina, nella terra di Scilla e Cariddi, dove indossando la maglia amaranto è diventato uomo.

E adesso lo immagino lì, affacciato dal balcone del suo lussuoso attico a New York mentre sorseggia un caffè Mauro inviatogli con riconoscenza da Lillo Foti, e ammirando il ponte di Brooklyn starà pensando: «Ma quanto erano belli i traghetti sullo stretto di Messina!»

Ti potrebbe interessare

Jack Harrison, un “English Man in New York”…

Fiorentina-Real Madrid: la finale di Coppa dei Campioni 1957

Milan-Cavese: quella volta che gli aquilotti vinsero a San Siro…

Che fine ha fatto David Seaman?

I portieri italiani che hanno vinto la Coppa dei Campioni

William “Fatty” Foulke: il portiere più grande del mondo…