albert richter

L’Übermensch che disse no al nazismo.

 

« Posso dire con certezza che Albert era anti-nazista. Se avesse accondisceso al nazismo, tutto sarebbe stato molto più facile per lui, e a suo vantaggio. Ma Albert scelse un’altra strada.»

Sepp Dinkelkamp, ciclista svizzero

In realtà tutto nasce da un vecchio articolo de Il Post, da una foto, da un nome: August Landmesser.

August Landmesser, l'uomo che non salutò Hitler
Foto da Il Post

 

Gli anni più difficili per lo sport europeo

Erano gli anni 30 e come lui molti uomini avevano qualcosa in contrario al regime nazista, nonostante abbiano avuto la sfortuna di conviverci da vicino, e tutti con lo stesso triste destino: la morte.

Molti di quegli uomini erano sportivi, uno su tutti era Albert Richter. Un ciclista che ebbe la sfortuna di correre negli anni in cui c’erano Adolf Hitler e il nazionalsocialismo. Questo il suo epitaffio al Museo del Ciclismo:

Pistard germanico, fra il 1935 e il 1940 è stato uno dei quattro “moschettieri della velocità” insieme con Scherens, Gerardin e Michard (sostituito poi da Van Vliet). Eterno incomodo di ogni gara per la sua volata lunga e progressiva, cui però mancava il guizzo finale che era invece dote di Scherens.
Vinse due volte il Gran Premio dell’U.V.F.: nel 1935 e nel 1938. Campione del mondo dei dilettanti nel 1932, da professionista non riuscì mai a vincere il titolo classificandosi: 3° nel ’33, 2° nel ’34, 2° nel ’35, 3° nel ’36, 3° nel ’37 e 3° nel ’38.
Infine ai campionati mondiali di Milano del 1939, fu terzo, anche se il titolo non venne assegnato perchè una caduta travolse i due finalisti Scherens e Van Vliet e la gara non si potè ripetere per lo scoppio della guerra; dopo pochi mesi fu fucilato in Germania per contrabbando di valute e preziosi, che pare trafugasse nascosti nelle gomme della sua bicicletta.

LA VITA PERSONALE

Nasce il 14 ottobre del 1912 a Colonia, figlio di un musicista di talento cresce in un sobborgo tedesco, e più precisamente al numero 72 di Sömmeringstraße ad Ehrenfeld.

Durante l’infanzia, insieme ai due suoi fratelli Charles e Josef, impara, in accordo con il desiderio del loro padre, a suonare uno strumento musicale: il violino. Ma la sua passione sembra ben presto diventare un’altra.

Nel 1927 ci sono i campionati mondiali di ciclismo per dilettanti, e si corrono proprio a Colonia. Sarà il suo concittadino, Mathias Engel, vincitore della competizione, a far accendere la scintilla della passione nel giovane.

Cresce e gli anni subito a ridosso dei trenta sono quelli più difficili anche in Germania, la Grande Depressione incombe ed Albert è costretto a lavorare nell’azienda di famiglia, insieme al padre e al fratello Charles producevano figurine in gesso.

Albert Richter, in realtà, era un intonacatore e spesso e volentieri era senza lavoro, così impiegava il tempo a coltivare la sua nuova ossessione: la bicicletta. Ossessione, perché il padre era contrario ma lui era ostinato. Pregio che sarà la chiave principale della sua vita.

Gli piacciono le due ruote, ed è anche bravo… tanto che nei vari ambienti ciclistici della Colonia dell’epoca, frequentati di nascosto dal padre, quasi riesce a sconfiggere Werner Moden, campione dei primi anni ’20 e a quei tempi già allenatore. Albert possiede una potenza esplosiva che riesce, a quanto pare, a mettere in difficoltà anche corridori professionisti. Moden intuisce queste potenzialità e gli insegna i primi rudimenti della difficile arte del pistard.

A 16 anni corre già da dilettante, tanto su pista quanto su strada, e riesce a vincere anche qualche gara. Ma dopo un allenamento non ha potuto più mentire al padre, quando un giorno tornò a casa con una clavicola rotta.

Nonostante la rabbia di suo padre, Albert ha continuato per la sua strada, e a 19 anni era già etichettato dalla stampa locale come uno dei giovani ciclisti più promettenti di Germania.

LA CARRIERA DA DILETTANTE

La carriera di Albert Richter è stata brillante, ma è durata poco a causa della guerra. Il suo talento in pista era enorme e gli anni 30 hanno dovuto abituarsi a quel nome, che certamente non era il più famoso della professione, ma era riuscito ad attirare un po’ di gloria su di se.

Nel 1932 è l’anno in cui per Richter cambia tutto, vince il primo Grand Prix des Nations, a Parigi con la maglia della nazionale tedesca dopo aver vinto le selezioni. ma non è in grado di partecipare alle Olimpiadi, perché la federazione tedesca (DVR) non può finanziare la spedizione negli Stati Uniti, a Los Angeles.

Lo scarno bilancio della DVR permette ai ciclisti di prepararsi per i Campionati del Mondo che si terranno a Roma nel mese di settembre. L’attività del padre però va in banca rotta e il lavoro scarseggia, si allena poco e male e spesso e volentieri rinuncia a correre anche alle gare a cui la federazione gli richiede di partecipare.

Il 3 settembre 1932, nonostante le molte battute d’arresto nella sua preparazione, Albert Richter viene convocato dalla DVR e, contrariamente ad ogni pronostico, diviene Campione del Mondo dilettante, proprio come Mathias Engel nel 1927, battedo in finale l’italiano Nino Mozzo. Al suo ritorno a Colonia, è ricevuto da eroe.

Nello stesso anno il “cannone di Ehrenfeld”, così soprannonimato dai tifosi, conosce Ernst Berliner, mobiliere ebreo di Colonia, ma soprattutto ex campione oltre che rinomato e conosciuto allenatore di pistard. Questo intreccio, insieme all’ostinazione, sarà fatale per il campione tedesco.

LA CARRIERA PROFESSIONISTICA

Il suo status da dilettante gli rende la vita dura e per questo decide di diventare un professionista, per sfuggire alla disoccupazione e per cercare di sostenere la famiglia. Ben presto fu in grado di competere con i migliori nel panorama ciclistico e, grazie al suo amico e consigliere, l’ebreo Ernst Berliner, Albert decide di trasferirsi a Parigi,  la capitale europea dell’attività su pista dove funzionano quattro velodromi aperti tutto l’anno.

Berliner, dopo un po’, gli raccomanderà anche di rimanere il più possibile al di fuori della Germania. Hitler e il nazismo hanno preso il sopravvento sulla Germania. Richter si adatta ai ritmi e alla lingua francese, anche “grazie al cinematografo” come dichiarerà in seguito, e viene incorporato nella squadra internazionale, la Sprinter-Wandergruppe, che viaggia di paese in paese ed è composta inoltre dal belga Jef Scherens (il dominatore della velocità degli anni ‘30) e i francesi Louis Gerardin e Lucien Michard, soprannominati “i quattro moschettieri della velocità”.

Il 1933 è il primo anno di Albert fra i professionisti. Albert diviene campione tedesco di velocità battendo proprio Mathias Engel (titolo che manterrà ininterrottamente fino al 1939, inanellando quindi sette successi di fila a dimostrazione di una superiorità netta). Nello stesso anno partecipa ai mondiali di Parigi classificandosi terzo alle spalle di Scherens e del francese Michard, quattro volte campione del mondo dal 1927 al 1930 e che sarà di nuovo campione nel 1947!

Ma il 1933 è soprattutto l’anno della presa del potere da parte di Hitler e del suo partito e ben presto ogni federazione sportiva verrà messa sotto la direzione di un ufficiale delle SS. Albert continua a collezionare successi nei velodromi di tutto il mondo e diventa un’icona del ciclismo internazionale che gli vale un nuovo soprannome, il “tedesco a otto cilindri”.

Nel 1934 Albert vince il Grand Prix dell’Unione ciclistica internazionale (UCI) davanti ai compagni/rivali Scherens e Michard, e il Grand Prix de la Republique battendo in finale il campione del mondo in carica Scherens. Il belga, poi, si vendicherà della doppia sconfitta riconfermandosi campione del mondo, a Lipsia, lasciando ad Albert il solo secondo posto.

Ma il 1934 è l’anno l’anno in cui Albert Richter vince per la seconda volta il titolo di campione tedesco di velocità su pista battendo ad Hannover Peter Steffes, secondo, e Mathias Engel, terzo. Il giorno successivo tutti i giornali pubblicano la notizia con la foto del vincitore in mezzo ai tifosi e ai dirigenti della DVR. Le stranezze della foto sono due: Richter ha la maglia diversa dai suoi compagni di squadra, la sua è quella prenazista con l’aquila e non quella attuale con la svastica, e tutti hanno il braccio proteso verso l’alto, per il saluto nazista, tranne lui..

Nel 1935 Albert vince il G.P. dell’Unione ciclistica francese (UVF) davanti a Michard e Scherens che però lo batte nuovamente nella finale del campionato del mondo a Bruxelles.

Nel 1936 sale di nuovo sul podio dei campionati del mondo, a Zurigo, occupando il gradino più basso, alle spalle di Scherens e Gerardin.

Nel 1937 arriva di nuovo terzo ai mondiali di Copenaghen, dietro l’eterno rivale Scherens e l’astro nascente del ciclismo olandese Van Vliet. Il suo allenatore è ancora Ernst Berliner, che è costretto a fuggire in Olanda. Berliner aveva avuto già diversi avvertimenti dalle camice brune , mentre la DVR aveva “invitato” Albert a cambiare allenatore. Ma Albert era un professionista di livello internazionale e resiste alle pressioni dei vertici ciclistici nazisti, anzi, sempre più spesso va ad allenarsi in Olanda.

Nel 1938 vince il G.P. de Paris, battendo l’olandese Van Vliet, e Scherens al GP de l’UVF, ma ai mondiali di Amsterdam sarà di nuovo costretto al gradino più basso proprio dietro loro due, questa volta il campione è però il giovane olandese.

Ai mondiali del 1938 Berliner è ancora allenatore e confidente del tedesco. Le sue vittorie e la sua fama di campione continuano a essere utilizzate per la propaganda nazista ma Albert si sempre più insofferente al regime, Berliner lo consiglia alla prudenza, ma lui, lo sappiamo, è ostinato.

Non può più permettersi di criticare il regime. Qualche volta fa anche lui il saluto nazista. Ormai vive quasi sempre all’estero e quando è in Germania la polizia politica gli è praticamente incollata alle spalle, gli viene addirittura chiesto di spiare e fornire informazioni sulle installazioni belliche francesi, belghe e olandesi. Il campione si rifiuterà continuamente e così la sua carriera professionistica sembra avviarsi già sul viale del tramonto.

 

“SUICIDATO” DALLA GESTAPO

Nel 1939 per Albert iniziano a scarseggiare i risultati: solo terzo posto al G.P. de Paris, dietro a Gerardin e l’italiano Roatti, a settembre, al velodromo Vigorelli di Milano, ai campionati del mondo arriva ancora terzo dietro Scherens e Van Vliet, che non correranno mai la finale per il titolo. La Germania ha invaso la Polonia, è iniziata la seconda guerra mondiale.

Richter, nonostante le raccomandazioni di Berliner, ritorna in Germania per partecipare al G.P. di Berlino, lo vince il 9 dicembre 1939. Dopo la vittoria torna a Colonia e, cosciente che la Gestapo non gli lascerà scampo, prepara la fuga. Verrà mandato al fronte e agli amici confida che non ha alcuna intenzione di partecipare alla guerra e di “sparare agli amici” francesi che lo hanno assorto come un idolo per anni.

Viene fermato a Weil am Rhein, Albert viaggiava con due amici, pistard olandesi, incontrati, sembra, per caso.  Nasconde nelle ruote della sua bicicletta 12700 marchi, consegnati dai familiari di un ebreo tedesco espatriato da tempo, Albert Schweizer. Vengono perquisiti, mentre per gli olandesi il trattamento è molto più blando, su Albert la Gestapo si accanisce.

Il 2 gennaio 1940 Richter viene arrestato e portato al carcere di Lorrach dove troverà la morte. La prima versione ufficiale fu quella di un incidente sciistico, poi si disse che Albert era stato ucciso durante una fuga fra le montagne, alla fine la DVR diramò un comunicato ufficiale in cui si dichiarava che Albert era stato colto mentre cercava di espatriare con soldi rubati e che per la vergogna si era suicidato in carcere. “Il suo nome – concludeva il comunicato – è per sempre cancellato dalle nostre memorie”.

 

POST-MORTEM

Albert Richter
Foto da Wikipedia

Dopo la sua morte, a soli 27 anni, la figura di Albert Richter viene vista come controversa da parte dell’opinione pubblica. L’immagine che hanno voluto rilasciare i nazisti ha fatto si che il “tedesco a otto cilindri” rimanga fuori dagli albi dei campioni tedeschi fino alla metà degli anni ’90. Quando il suo nome venne riabilitato e gli fu persino intitolato il velodromo di Colonia.

Tutto ciò è dovuto allo sforzo del suo amico Ernst Berliner, riuscito a fuggire dall’Olanda negli Stati Uniti, che dopo la guerra ritornò a Colonia per raccogliere testimonianze. Il ritorno di Berliner in Germania destò “timori e collera fra gli ormai vecchi ex atleti”, affermò la figlia del ciclista tedesco.

Molto spesso, Berliner, ebbe anche difficoltà, come nel 1966, quando riesce a far aprire un’inchiesta giudiziaria che la magistratura tedesca archivia però appena un anno dopo. Nella Germania comunista, però, lo si ricordò come un eroe anti-nazista tanto da dedicargli anche un francobollo negli anni ’60.

Albert Richter era una uomo come tanti che non volle mai piegarsi al nazismo, proprio come August Landmesser.  Era alto, biondo e aveva gli occhi azzurri. Richter sembrava il prototipo dell’uomo nuovo nazista, l’ariano perfetto. Eppure non volle mai trarre alcun vantaggio da questa sua situazione. Anzi.

Rifiutò di vestire qualsiasi veste nazista, anche quella maglia da ciclista con la svastica sul petto.

Fonti: Wikipedia, Velochronique.com, SenzaSoste.it

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