marek hamsik

Capitano e bandiera a difesa di una città

Quando cominciai la ricerca della prima casa in città mi sono accorto che tutte le persone che incontravo conoscevano il mio nome e la mia storia. Ero incredulo. L’affetto che avevo sentito a Brescia era poca cosa in confronto alla passione dei tifosi napoletani. A Brescia ero un ragazzo giovane che nessuno conosceva, mentre a Napoli non potevo fermarmi a prendere un caffè senza incontrare tifosi.

Patrimonio dell’Unesco, così era solito definirlo il telecronista fazioso della Mediaset, Raffaele Auriemma, nei suoi primi anni con la casacca del Napoli. Arrivò nel 2007 in quel di Parthenope per soli 5 milioni e mezzo dal Brescia, oggi ne vale 40. Aveva 20 anni e una delle sue prime esultanze era pettinarsi i capelli proprio come li ha ora, a cresta.

Marek Hamsik
Foto dal Corriere dello Sport

Con la faccia da ragazzino e il cuore da giocatore finito dopo 10 anni è il capitano e la bandiera di una città intera, non solo di una maglia.

Quando vinci a Napoli, è la vittoria più bella del mondo perché’ non sono solo i giocatori a vincere, ma è la città e la sua gente che vince

Hamsik si apre in una lettera pubblicata al The Players Tribune in cui parla della sua Napoli, di quella che, nonostante ragazzino, lo riconosceva in mezzo alla strada, la Napoli che urla “The Champions” intimorendo anche i più grandi giocatori.

Per me l’eco dell’inno della Champions League allo Stadio San Paolo è la melodia della perfezione.

Ricorda il giorno della sua presentazione, era insieme al ‘Pocho’ Lavezzi: “I funzionari della squadra ci portarono a vedere lo stadio e ci presentarono alla stampa. Dalle prime ore avevo capito che lo Stadio San Paolo era diverso da qualsiasi altro posto del mio passato e futuro.

Marek Hamsik ed Ezequiel Lavezzi nel 2007
Foto da forzazzurri.net

Oggi è chiaro  a tutti che quello stadio è diverso, capace di trasmettere visceralmente la propria passione anche nelle sconfitte. Come al ritorno degli ottavi di Champions League contro il Real Madrid, quando nonostante la profonda delusione il pubblico incitò la squadra fino all’ultimo minuto, applaudendoli alla fine. In fin dei conti avevano fatto sudare i campioni d’Europa in carica.

Poi le sue fonti d’ispirazione, Zinedine Zidane e Pavel Nedved, “Erano veloci, ma non troppo, proprio come me“, e chiude rimarcando il suo amore per la città e la squadra: “Il calcio è importante per me e aver giocato per il Napoli per dieci anni è stato l’onore più grande della mia vita ma la ragione per cui sono rimasto a Napoli va oltre il calcio. A Napoli mi sento parte di una comunità, di una famiglia che ha un posto speciale nel mio cuore. Nella vita ho bisogno non solo di uno stipendio e di trofei, ho anche bisogno di sentire profondamente nella mia anima. Napoli mi ha dato questo ed io le sarò grato in eterno.”

Gratitudine ricambiata dai tifosi napoletani, i quali sperano che il loro capitano possa fargli vincere un trofeo importante che manca da troppo tempo. Dai tempi di quel giocatore lì, uno che tra l’altro ha superato in qualche statistica sotto porta.

Certo, nessun paragone con “El Pibe de Oro” Diego Armando Maradona, ma sognare è lecito e farlo ‘a cresta alta’ per Napoli non costa nulla.

 

 

Ti potrebbe interessare

Turno infrasettimanale di Serie A: mercoledì ricco di big match

Mourinho, chi è il miglior giocatore che abbia allenato?

Barcellona-Juventus: troppo Messi per Dybala e Co.

Champions League: al Camp Nou sfida tra stelle

Settore Giovanile e Scolastico: i numeri del ReportCalcio 2017

In Germania i tifosi non sembrano essere contenti