Il Pisa ha deciso di voltare pagina con una mossa che, almeno sulla carta, mescola coraggio e calcolo: affidare la panchina a Hiljemark dopo l’esonero di Alberto Gilardino. La notizia è stata riportata oggi da La Gazzetta dello Sport, che parla di scelta già indirizzata sul profilo svedese come successore designato.
Cambio allenatore che nasce da una sconfitta
Secondo le ricostruzioni, l’esonero di Gilardino matura dopo la sconfitta interna contro Sassuolo, risultato che accelera una valutazione già in corso: non solo “cosa non sta funzionando”, ma anche “che tipo di guida serve ora”.
Il punto, per un club come il Pisa, è sempre duplice: salvarsi (o consolidarsi) e farlo senza rinunciare a un’identità che renda il progetto riconoscibile. E qui entra il motivo per cui il nome di Hiljemark è interessante: non è una scelta “da usato sicuro” all’italiana, ma una scommessa su un allenatore giovane, con un percorso già definito fuori dal nostro campionato.
Chi è Hiljemark: ex centrocampista, poi tecnico giovane con un’idea precisa
Il profilo è noto agli appassionati di Serie A per il passato da calciatore: esperienze in Italia con Palermo e Genoa, oltre a tappe in altri campionati europei prima della transizione in panchina.
Dopo il ritiro, il suo percorso da allenatore si è sviluppato soprattutto in Scandinavia: attualmente risulta alla guida di IF Elfsborg e, sempre secondo i profili pubblici, ha un’impostazione tattica che privilegia un 3-4-3 (o varianti a tre dietro).
È un dettaglio tutt’altro che secondario. Perché quando un club cambia allenatore in corsa, la domanda vera non è “chi metto in panchina”, ma “quanto devo cambiare per farlo funzionare subito?”. Un tecnico con principi chiari può accelerare il processo (se la rosa lo segue), ma può anche pagare dazio se i giocatori non sono adatti o se il tempo per lavorare è poco.
Perché il Pisa guarda a lui: leadership “nuova” e un passato da campo che conta
In Italia abbiamo spesso l’idea che l’esperienza da calciatore non basti per allenare. È vero. Ma nel caso di Hiljemark c’è un elemento utile: conosce la pressione del nostro calcio, perché l’ha vissuta. Non arriva “da turista”. E questo può fare differenza nella gestione dello spogliatoio, soprattutto in una fase delicata.
Goal, nel pezzo di oggi, insiste proprio su questo: un profilo giovane ma già “formato”, che arriva dopo aver costruito credibilità altrove e con un trascorso che lo rende riconoscibile anche al pubblico italiano.
Detto in modo più brutale: non è un nome pescato a caso dal Nord Europa; è un nome che il calcio italiano ha già visto, e che ora torna con un altro ruolo.
Il nodo tattico: tre dietro, intensità e transizioni (ma serve adattamento)
Se il Pisa sceglie un allenatore con preferenza per la difesa a tre, la conseguenza immediata è la valutazione della rosa:
- ci sono abbastanza difensori adatti a giocare in una linea a tre?
- i quinti hanno gamba e disciplina per coprire 60 metri?
- gli esterni offensivi sanno lavorare senza palla?
Sono domande tecniche, ma anche politiche: cambiare sistema significa cambiare gerarchie, e cambiare gerarchie a stagione in corso può creare frizioni. È qui che un allenatore giovane deve dimostrare di essere anche manager: convincere, semplificare, scegliere.
Sul piano generale, i profili pubblici (come quello su Transfermarkt) mostrano un tecnico con un’identità già marcata e un contratto che non è “mordi e fuggi”, elemento che racconta stabilità nel suo percorso.
Traduzione: il Pisa non sta prendendo uno che vive di emergenze. Sta prendendo uno che, fin qui, è stato scelto per costruire.
Una scelta che parla anche al futuro (non solo all’oggi)
Quando un club italiano va su un profilo estero giovane, di solito lo fa per uno dei due motivi:
- vuole un’idea diversa, più moderna, spesso più aggressiva;
- vuole un asset “di progetto” che, se funziona, può diventare patrimonio (sportivo e reputazionale).
La sensazione, leggendo la scelta, è che il Pisa stia provando a fare entrambe le cose. Non è scontato. Perché è più semplice prendere un “nome” che promette solidità e conosce perfettamente la Serie A. Ma è anche più costoso, e soprattutto non sempre più efficace.
Qui, invece, la scommessa è: creare una squadra che sappia stare in campo con coraggio, anche quando il contesto ti chiede solo di sopravvivere. E questo tipo di scommessa piace molto ai tifosi… finché i risultati arrivano. Se non arrivano, diventa un boomerang.
La sfida più grande: il “tempo” in un calcio che non aspetta
Il vero avversario di Hiljemark non è un’altra squadra: è il tempo.
Se l’arrivo verrà confermato e ufficializzato, avrà poche sedute per trasmettere principi, correggere dettagli e ottenere subito punti. In un campionato come la Serie A (o in qualsiasi contesto di alta pressione), non esiste una pre-season emotiva: o entri e incidi, o rischi di essere risucchiato dalla crisi.
Ecco perché, in questi casi, la chiave non è vedere “tutta la rivoluzione”, ma cogliere tre segnali:
- la squadra è più corta e più intensa?
- i giocatori sembrano avere compiti più semplici e chiari?
- c’è una reazione mentale immediata (aggressività, attenzione, fiducia)?
Se questi segnali arrivano subito, il cambio allenatore ha senso. Se non arrivano, il club dovrà chiedersi se la scelta “da progetto” può reggere anche l’urto dell’emergenza.
Cosa succede adesso: gestione della transizione e comunicazione
Infine, c’è un punto spesso sottovalutato: la comunicazione. Un cambio in corsa può spaccare l’ambiente o ricompattarlo. Il Pisa dovrà raccontare bene perché fa questa scelta e quale obiettivo si pone: salvezza immediata, certo, ma anche un percorso riconoscibile.
Perché il rischio, se non lo fai, è che ogni pareggio diventi “non basta” e ogni sconfitta diventi “era tutto scritto”.
Per ora, i fatti verificati sono questi: il club ha chiuso l’esperienza con Gilardino e sta puntando su Hiljemark come sostituto.
Il resto — modulo, impatto, risultati — lo dirà il campo. Ma la scelta, già oggi, è un messaggio: il Pisa prova a risolvere l’urgenza senza rinunciare all’idea.
