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Intervista di Sportweek al centrocampista dell’Inter Borja Valero.

Borja Valero
© goal.com

In che modo la pandemia ti ha spinto a ridefinire quella che tu definisci l’importanza delle cose?

«Ho messo al primo posto le persone che amo. È proprio in giorni come questi, in cui alcune di loro le ho vicine e altre non abbastanza come vorrei, che mi rendo conto ancora di più quanto siano importanti per me. Perciò mi impegnerò a mettere i miei affetti davanti a tutto anche dopo, quando le cose saranno tornate alla normalità e sarebbe facile e istintivo restituire anche noi alla vita di prima, distrazioni comprese. Ho riallacciato rapporti con amici che non sentivo da tanto, e capisco che avrei dovuto farlo prima. Parlare con loro, anche solo al telefono, è un grande conforto».

Oltre agli amici, hai riscoperto pure qualche passione, un hobby che avevi lasciato nel cassetto?

«Ho ricominciato a fare puzzle. È un mio grande divertimento per il quale non avevo mai abbastanza tempo. Ascolto musica e leggo più del solito, e già prima leggevo tanto…».

E il resto della giornata come trascorre?
«Provo a mantenere una routine. Mi alzo presto, mi alleno come posso: esercizi di forza e cyclette. Poi seguo nei compiti i miei due bambini che continuano a fare scuola, sia pure online. Gioco con loro: Alvaro ha 10 anni, ama il calcio, qui a Milano è già in una squadretta di quartiere e lo esercito nel tocco di palla; con lui e Lucia, 6, mi invento giochi che li distolgano almeno per un po’ da IPad, te- levisione e Playstation».

Come hai spiegato ai tuoi figli quello che sta succedendo? «Come provo a fare sempre: con delicatezza e cautela, ma evitando le bugie. Con loro ho sempre parlato di quel che accade intorno a noi. Mia moglie e io lo abbiamo fatto pure stavolta, e mi pare che abbiano compreso molto bene la situazione».

E il calcio, l’ha capita? Tu hai preso una posizione forte: hai detto che la Serie A si è fermata solo quando si è scoperto il primo giocatore positivo. «La situazione è delicata, siamo davanti a una crisi sanitaria di portata mondiale. Noi giocatori siamo soggetti come tutti al rischio di contagio: ci si poteva e doveva fermare prima».

Avrebbe senso ricominciare il campionato?

«Avrebbe senso solo nel momento in cui la situazione fosse totalmente sotto controllo. La consapevolezza che il calcio sia così importante a livello sportivo, economico e sociale non giustifica il fatto che debba ripartire senza garanzie adeguate. Dobbiamo adeguarci alle indicazioni delle autorità mediche. Non farlo sarebbe follia».

Tra voi calciatori dell’Inter ne state parlando?

«Abbiamo la nostra chat di gruppo, ma per il momento ci sembra tutto ancora lontano e fumoso. Per lo meno, il momento in cui si potrà di nuovo scendere in campo per una partita ufficiale. Chiaro però che, se e quando ci verrà detto di giocare, come categoria faremo sentire la nostra voce».

È ormai chiaro che, in Italia e altrove, il virus sia stato sottovalutato da autorità e gente comune finché la situazione non è diventata drammatica: è successo perché fino all’ultimo abbiamo cercato di restare aggrappati al nostro stile di vita?

«Difficile capire se e cosa si poteva fare di più e prima. Finché non vedi le cose da vicino, e non ci sbatti contro, tendi a pensare che non siano così gravi come ti viene detto. È possibile che i governi abbiano sottovalutato il problema, perché del coronavirus si sapeva poco o nulla. La Cina è un Paese lontano, le notizie che arrivavano da lì erano poche e confuse. Ma ora si sta facendo tutto il possibile».

I Paesi del Sud Europa chiedono aiuti economici che quelli del Nord non sembrano disposti a concedere; almeno, non nelle forme auspicate, nonostante il possibile accordo sui Recovery Fund.

«Non ho la competenza per dire cosa sarebbe giusto fare. Di sicuro dalla pandemia si esce tutti uniti: i governi come i semplici cittadini. E di sicuro a soffrire saranno i Paesi più colpiti. La loro economia faticherà tanto a riprendersi».

A tale proposito, l’Economist si è provocatoriamente chiesto fino a che punto saremo disposti a tollerare che la vita umana, qualsiasi vita umana, venga messa davanti alla ripresa economica e sociale.

«Facile parlare in questo modo della vita degli altri. La vita viene sempre prima della ripresa economica. E avrei detto lo stesso anche se non fossi stato nella mia condizione privilegiata di calciatore di alto livello».

In Ungheria il presidente Orbán ha approfittato dell’emergenza per avocare a sé pieni poteri; altrove, Italia compresa, si procede a colpi di decreti che limitano le libertà personali e di app che tracciano i nostri spostamenti. C’è il rischio che queste misure diventino definitive?

«Oggi la salute viene al primo posto, perciò accetto limitazioni imposte alla mia libertà. È evidente che si dovrà vigilare affinché cessino nel momento stesso in cui non avranno più ragion d’essere».

Parliamo di calcio. Hai detto che Conte è un vincente per l’intensità che mette nel lavoro. «La sua forza è chiedere tantissimo non solo ai giocatori ma a tutti, fino ai magazzinieri e ai ragazzi dell’ufficio stampa. In cambio offre tutto se stesso in eguale misura».

Nelle ultime partite prima della sospensione avevi trovato più spazio in formazione. «Conte mi aveva parlato a inizio stagione, e mi aveva detto chiaro di non fare affidamento su di me. Ho risposto a modo mio: allenandomi a testa bassa e senza fiatare. Lui se ne è accorto, mi ha chiamato di nuovo e mi ha spiegato che avrei avuto il mio spazio. Così è stato. Alla mia età e per quello che ho fatto vedere in carriera, non devo dimostrare più niente a nessuno. Né penso al fatto che a fine stagione mi scade il contratto. Lavoro e mi metto a disposizione».

Cosa vi è mancato nello scontro diretto contro la Juve?

«È stata una partita strana perché giocata in condizioni strane, a porte chiuse. In più, non eravamo nel nostro momento migliore. Non la prenderei troppo in considerazione».

E cosa manca a Eriksen per prendersi l’Inter?
«È arrivato a stagione in corso, una settimana prima giocava ancora nel Tottenham, quella dopo aveva cambiato campionato, Paese, lingua, sistema di allenamento: non è facile abituarsi in fretta. Quando stava ingranando, è arrivato lo stop alle competizioni. Perciò, ha tutto per prendersi l’Inter, gli serve solo tempo».

Hai definito Brozovic il miglior centrocampista di Serie A. «Nei miei tre anni all’Inter è cresciuto tantissimo. Pian piano si è reso conto di quanto sia forte e ha preso possesso di un ruolo nuovo per lui, quello del regista. Può migliorare ancora».

Tra i giovani chi ti ha colpito di più in questa stagione?

«Il nostro Lautaro. Da un anno all’altro è quello che è progredito di più. Oltre a segnare, per essere una punta fa un lavoro straordinario per la squadra».

Cosa gli diresti per convincerlo a restare all’Inter e non accettare la corte del Barcellona? «Che qui abbiamo un progetto molto importante, visibile a tutti. E che, per realizzarlo, ci serve che lui sia con noi».

All’estero, un talento come Esposito sarebbe già titolare? «Magari no. Per crescere, i giovani devono giocare il più possibile. La scuola Inter per lui è fondamentale; detto questo, è giusto che, insieme alla famiglia, decida il suo futuro».

Sempre dell’idea, a fine carriera, di non restare nel calcio per metterti invece a studiare e viaggiare?

«Sì. Voglio viaggiare da cittadino normale per scoprire culture diverse. Uno dei primi posti in cui andrò è il Giappone: non ci sono mai stato».

Intanto, quando sarà finita l’emergenza da coronavirus, quale è la prima cosa che farai? «Una bella passeggiata in montagna. Io, moglie, figli e cane».

 
 

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