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Tre partite di campionato sono bastate per ribaltare uno dei progetti più ambiziosi dell’estate italiana. Fabio Paratici, arrivato alla Fiorentina con il compito di ridisegnare l’intera area sportiva e costruire una squadra capace di aprire un nuovo ciclo, si ritrova oggi, 8 settembre 2026, davanti al primo vero momento di crisi della propria esperienza viola. Fabio Grosso, allenatore scelto personalmente dal direttore sportivo durante l’estate, è stato esonerato dopo tre sconfitte consecutive e al suo posto è tornato Paolo Vanoli, lo stesso tecnico che pochi mesi fa aveva condotto la squadra alla salvezza prima di non essere confermato.

È una svolta che inevitabilmente porta Paratici al centro del dibattito. La Fiorentina non aveva infatti affrontato il mercato con prudenza: 13 nuovi acquisti e circa 130 milioni di euro investiti, con una rosa profondamente rivoluzionata e costruita seguendo una precisa idea di ringiovanimento. Soltanto pochi giorni fa quel lavoro veniva presentato come l’inizio del “ciclo Paratici”; oggi, dopo un avvio di Serie A con zero punti, un gol segnato e nove subiti, il dirigente deve già correggere una delle scelte fondamentali su cui quel ciclo era stato impostato.

Grosso, la prima grande scelta di Paratici che non ha funzionato

Il legame tra Paratici e Grosso rende l’esonero ancora più significativo. Il direttore sportivo conosceva da tempo l’ex campione del mondo e aveva puntato fortemente su di lui per inaugurare la nuova Fiorentina. Grosso arrivava da un percorso positivo e avrebbe dovuto essere l’allenatore capace di accompagnare una squadra giovane, profondamente rinnovata e costruita per giocare un calcio più ambizioso.

Il campo ha però prodotto uno scenario opposto. Dopo il successo iniziale in Coppa Italia contro il Benevento, la Fiorentina ha perso 4-0 contro la Roma, 3-0 in casa contro il Frosinone e 2-1 contro il Torino, una sequenza che ha fatto precipitare la squadra all’ultimo posto e provocato una forte contestazione del pubblico del Franchi. Dopo la gara con il Torino sembrava inizialmente prevalere la linea della continuità: Grosso avrebbe dovuto avere almeno altre partite per cercare una reazione.

La situazione è però cambiata durante il confronto successivo con Paratici. Secondo le ricostruzioni emerse nelle ultime ore, tra tecnico e direttore sportivo sarebbero affiorate divergenze profonde sul modo di affrontare la crisi e su alcuni aspetti della costruzione della squadra. Un rapporto che soltanto poche settimane prima sembrava uno dei pilastri del nuovo progetto si è così deteriorato fino a rendere impossibile la prosecuzione del lavoro.

Il paradosso Vanoli: a febbraio Paratici ne elogiava il lavoro

La scelta di richiamare Paolo Vanoli contiene un paradosso che rende ancora più delicata la posizione del direttore sportivo. Quando Paratici si presentò ufficialmente come nuovo ds della Fiorentina, nel febbraio 2026, Vanoli era già sulla panchina viola e stava cercando di portare la squadra fuori da una situazione di classifica estremamente complicata.

In quella occasione Paratici ne parlò pubblicamente in termini molto positivi, descrivendolo come un allenatore energico, preparato e attento ai dettagli. Disse di avere fiducia in lui e nel suo staff e sottolineò che la dirigenza avrebbe dovuto sostenerne il lavoro.

Vanoli riuscì effettivamente a raggiungere l’obiettivo. Aveva ricevuto una Fiorentina ultima con quattro punti e riuscì a condurla alla salvezza con un girone di ritorno molto più competitivo. In estate, però, la società scelse di cambiare strada e affidare a Grosso la squadra che Paratici stava costruendo. Tre giornate dopo l’inizio del nuovo campionato, il percorso compie un giro completo: Grosso esonerato e Vanoli nuovamente al Viola Park, con un contratto fino al 2028.

Più che una semplice sostituzione in panchina, è quindi una correzione di rotta molto evidente. La Fiorentina torna all’allenatore che conosce già l’ambiente perché non può più permettersi esperimenti lunghi, anche se la rosa che Vanoli ritrova è profondamente diversa: soltanto dieci giocatori dell’attuale gruppo erano stati allenati da lui nella precedente esperienza.

Centotrenta milioni e una Fiorentina completamente nuova

È proprio qui che comincia l’altra grande questione intorno a Paratici. Il suo primo mercato estivo a Firenze è stato uno dei più radicali dell’intera Serie A. La società ha cambiato praticamente ogni reparto, spendendo circa 130 milioni nella parte fissa delle operazioni, cifra che potrebbe superare i 200 milioni qualora scattassero tutti i riscatti programmati.

Sono arrivati giocatori come Dragusin, Arthur Atta, Alex Jimenez, Oulai, Valdepeñas, João Mario, Franco Mastantuono, Pellegrino, Beto, Wilfried Gnonto, Njie e Pedro Gonçalves. Parallelamente sono partiti elementi importanti della precedente Fiorentina, compresi Moise Kean, Gudmundsson e diversi giocatori che avevano rappresentato l’ossatura delle stagioni precedenti.

La logica era precisa: creare una squadra più giovane e patrimonializzabile. I tredici nuovi acquisti hanno un’età media di appena 22,7 anni, un dato che rende evidente la volontà di costruire non soltanto per la stagione 2026/27, ma per un ciclo più lungo.

Il problema è che una rivoluzione così profonda porta con sé anche una conseguenza inevitabile: serve tempo per trasformare un insieme di giocatori in una squadra. Ed è proprio il tempo la risorsa che Grosso non ha avuto.

Paratici e il nodo della fiducia

La critica più dura arrivata oggi riguarda quindi meno il mercato in sé e più la gestione del progetto. La Gazzetta dello Sport ha dedicato questa mattina un commento molto netto alla Fiorentina, sottolineando come dopo aver costruito una rosa giovane e profondamente rinnovata sarebbe servita soprattutto fiducia nell’allenatore chiamato a darle un’identità.

È un punto centrale. Una società può scegliere di cambiare tredici giocatori e contemporaneamente chiedere risultati immediati, ma le due esigenze non sempre convivono facilmente. Molti degli acquisti di Paratici arrivano da campionati differenti, alcuni hanno pochissima esperienza in Serie A e diversi sono ancora nella prima fase della carriera.

Grosso avrebbe dovuto assemblare questo materiale. Il pessimo inizio ha però provocato una reazione immediata, favorita dalla pressione di una piazza che arrivava già da una stagione molto complicata e che si aspettava un Centenario completamente diverso. Dopo nove gol incassati in tre giornate, la dirigenza ha evidentemente concluso che aspettare rappresentasse un rischio superiore rispetto a cambiare.

Paratici deve ora dimostrare che la squadra costruita in estate fosse valida indipendentemente dall’allenatore scelto inizialmente.

Un contratto fino al 2030 e un progetto che non può essere giudicato in tre settimane

La posizione di Paratici resta comunque molto differente da quella di un dirigente arrivato per gestire una singola sessione di mercato. La Fiorentina lo ha voluto come figura centrale della propria area sportiva e gli ha affidato un contratto fino al 2030. È tornato ufficialmente a lavorare in Italia il 4 febbraio 2026 dopo le precedenti esperienze con Juventus e Tottenham.

Alla presentazione aveva spiegato di voler portare a Firenze un metodo basato sul coordinamento di più aree, sull’organizzazione e su una dimensione maggiormente internazionale dello scouting. Il suo mandato, dunque, non consiste soltanto nell’acquistare e vendere calciatori: deve costruire una struttura sportiva stabile.

Per questo sarebbe semplicistico trasformare tre giornate negative in un giudizio definitivo sul lavoro del direttore. Allo stesso tempo, però, la scelta di Grosso era una parte fondamentale di quel lavoro e il fatto di doverla correggere immediatamente rappresenta un errore che Paratici non può semplicemente attribuire ai risultati.

Vanoli diventa anche l’esame di Paratici

Da oggi Paolo Vanoli non deve soltanto salvare la stagione della Fiorentina. Deve anche aiutare a capire che cosa abbia realmente costruito Paratici durante l’estate.

Il tecnico ritrova un gruppo quasi completamente nuovo e deve preparare in pochissimo tempo la trasferta contro il Venezia, in programma venerdì. Anche i veneti sono ancora senza punti, rendendo la partita già delicatissima nonostante siamo soltanto alla quarta giornata.

Vanoli avrà il compito di dare ordine a una rosa ricca di talento ma finora apparsa fragile, poco compatta e soprattutto priva di una vera identità. Per Paratici sarà fondamentale che alcuni dei giocatori sui quali ha investito maggiormente inizino rapidamente a dimostrare il proprio valore, perché dopo l’esonero dell’allenatore l’attenzione inevitabilmente si sposta verso chi quella squadra l’ha costruita.

La Fiorentina ha speso molto, ha ringiovanito moltissimo e ha dichiarato ambizioni importanti. Non può permettersi di trasformare la stagione del Centenario in un’altra corsa per allontanarsi dalla zona retrocessione.

Da uomo della rivoluzione a uomo sotto osservazione

Soltanto cinque giorni fa si parlava del “ciclo Paratici” e di una Fiorentina pensata per durare nel tempo. Oggi l’attenzione è completamente diversa. Il direttore sportivo deve gestire le conseguenze di un esonero rapidissimo, ricostruire equilibrio interno e soprattutto difendere attraverso i risultati la bontà di una campagna acquisti estremamente costosa.

La scelta di richiamare Vanoli può anche essere letta come pragmatismo. Quando una decisione non funziona, correggerla rapidamente è spesso preferibile a insistere soltanto per non ammettere l’errore. Ma proprio perché Grosso era stato individuato come l’uomo ideale per aprire il nuovo ciclo, il suo addio dopo tre giornate resta inevitabilmente anche una sconfitta di Paratici.

Adesso arriva la parte più importante. Il mercato è chiuso, la rosa è definita e l’allenatore è già stato cambiato. Non ci sono più molte leve sulle quali intervenire.

Fabio Paratici ha costruito questa Fiorentina e ha scelto di cambiare immediatamente l’uomo che avrebbe dovuto guidarla. Da Venezia in avanti, quindi, non sarà sotto esame soltanto Paolo Vanoli: comincerà anche il vero giudizio sul primo grande progetto viola firmato Paratici.

 
 
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