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Un piattino con un pò ricotta, una spolverata di zucchero e uno schizzo di un liquore al caffè. Da bambino capitava che nonna mi preparasse questa specie di dolce dopo pranzo e io, presa la mia forchettina e un fazzoletto di carta, correvo in sala a mangiarmelo davanti a Lupin. Questo è il primo ricordo che ho se penso al Caffè Borghetti: nonna Antonietta, io seduto su un vecchio divano verde di velluto e l’ispettore Zenigata sempre arrabbiato.

È molto probabile, anzi diciamo quasi certo, che qualsiasi marchigiano nato nella provincia di Ancona sia venuto alla luce in una casa dove, comoda in una qualche dispensa della cucina, stava già una bottiglia di Caffè Borghetti. “Avrai sempre Borghetti e Varnelli nella tua casa!”.

Il Caffè Borghetti è nato nel 1860 ad Ancona, un anno più vecchio del Regno d’Italia. A diffonderlo è stato Ugo Borghetti, imprenditore anconetano titolare di un bar davanti alla stazione ferroviaria di Ancona: il Caffè Sport, e sì, il tipo della LoveGang di Roma gli ha tributato il nome. Da molti anni è nella famiglia degli alcolici dei Fratelli Branca.

Sono secoli che chi lavora in mare si scalda con caffè appesantiti da miscele di rum e anice in quantità variabile, aromatizzati da una scorzetta di limone e zuccherati in maniera prepotente.

Tuttavia in regione la tradizione di bere caffè corretti o comunque resi alcolici nei modi più vari è ben più antica e di certo non nasce da un’idea originale del signor Ugo. Sono secoli che chi lavora in mare si scalda con caffè appesantiti da miscele di rum e anice in quantità variabile, aromatizzati da una scorzetta di limone e zuccherati in maniera prepotente, ne sono testimoni ancora in vita: la moretta (Fano), il turchetto (Senigallia-Ancona) e il caffè del marinaio (San Benedetto del Tronto). In sostanza, se dovessi domandarmi dove sia nato questo gusto condiviso, gusto che poi ha indirizzato in un certo modo la produzione industriale, l’unica risposta a mio parere sensata da dare è: in tutte le osterie davanti a tutti i porti di tutta la costa marchigiana, e magari anche a bordo delle barche.

Bisognerà aspettare la seconda metà dell’Ottocento per veder nascere le prime distillerie industriali in regione e con esse la diffusione di questa pratica anche all’interno delle case.

“Le partite iniziavano alle 14.30, toccava magnà de fuga e correre subito allo stadio, mi pare normale che se portavamo il borghetti da casa all’inizio, ringrazia che non ce portavamo pure verdicchio e stoccafisso”

Fin qui nulla di strano direte voi: un vecchio prodotto locale amato, per l’appunto, dai locali. Ah! Qui vi volevo. Questo è solo un lato del Borghetti. Il lato più nascosto – che poi tanto nascosto non è – corre lungo tutto il paese tra fumogeni e gente che senza maglia in pieno inverno urla fino a perdere la voce. Il Borghetti è la bevanda ufficiale di tutti gli stadi d’Italia e in tutte le curve (ma anche nelle tribune) se ne consumano migliaia di litri ogni domenica. In Gran Bretagna bevono la birra allo stadio? Ecco, da noi si beve un liquore al caffè da 25° in una confezione “da stadio”, un barattolino di plastica da 30ml col tappo rosso. Insomma, il Borghetti è bifronte, tanto nei bar dove si gioca a carte e nelle dispense delle nonne, che sui caschi della celere al San Paolo durante una carica. A volersi prendere qualche licenza, sembrerebbe un dualismo ai limiti del divino.

Per capire qualcosa in più di questo strano legame ho chiesto a Eros Giardini, presidente dei C.U.B.A. (Clubs Uniti Biancorossi Ancona), uno di quelli che prendono la squadra molto sul serio, che si fanno tutte le trasferte e che da minimo cinquant’anni si beve un borghettino ogni domenica. Almeno uno. “Guarda, non sono sicuro che sia una roba normale, ma la prima volta che mio padre m’ha portato allo stadio era il ’55, avevo tre anni. Cusa vò che te dico? Ancora prima di arrivare allo stadio Il liquore era già parecchio diffuso in città, lo bevevano tutti, specie dopo pranzo. Poi si sa, l’anconetano non si alza mai volentieri da tavola, figuriamoci di domenica. Mettici che le partite iniziavano alle 14.30, toccava magnà de fuga e correre subito allo stadio, mi pare normale che se portavamo il borghetti da casa all’inizio, ringrazia che non ce portavamo pure verdicchio e stoccafisso… Era un piacere, sembrava di prendere il caffè dopo pranzo e piaceva davvero a tutti, così un po’ alla volta il bar della gradinata ha fiutato la cosa e si è organizzato; in poco tempo i “bibitari” tenevano nei cesti i borghettini, era il prodotto che finivano prima. Tutto questo è successo prima che io iniziassi ad andare allo stadio, è dal ’55 che lo vedo vendere sul posto.”

Continuiamo a parlare, mi racconta della città e di come lo stadio sia cambiato negli anni, mi parla degli alti e bassi della sua squadra e di tutti i diversi campionati che ha giocato, racconta dei grandi stadi della serie A e dei piccoli stadi di provincia sparsi un po’ in tutta Italia. Allora chiedo se in questi sessant’anni di trasferte ha sempre trovato del Borghetti una volta arrivato a destinazione.

“Intanto diciamo che c’è sempre qualcuno di noi che se lo porta dietro. Ti dirò de più, fino a un paio di anni fa ci seguiva in tutte le trasferte pure un signore di Roma, faceva il borghettaro [__venditore abusivo di borghetti, figura mitologica e diffusa su gran parte del territorio nazionale, NdR]. In pratica questo signore ogni domenica guardava dove giocava l’Ancona, montava in macchina, e cascasse il mondo ce lo trovavamo fuori dai bus a vendere Borghettini nel piazzale dello stadio dove giocavamo, ce potevi mette la mano sul fuoco.

Gli autobus delle trasferte iniziavano a sapere di caffè appena partiti, i cori gli striscioni erano dedicati al Caffè Sport

Eros continua: “Comunque i Borghettini li vendevano quasi sempre anche allo stadio, nel Sud è molto diffuso, in Puglia, Calabria e Campania si trova praticamente ovunque, dagli stadi delle città più grandi – Bari, Foggia, Cosenza, Napoli – a quelli delle città più piccole. Tutto il centro Italia è ben coperto e a Roma è decisamente diventato un pilastro del tifo. L’unica zona d’Italia dove non l’ho mai visto diffondersi in modo capillare è il Nord Est; là avevano i loro riti, tra primo e secondo tempo il tifo organizzato del posto offriva agli ospiti il vin brulè in inverno, che roba bella, era un po’ come il terzo tempo del rugby… però quando iniziava la ripresa finiva che eravamo tutti mezzi nbriaghi…”. Prima di salutarci mi dà un numero di telefono: “Chiama questo numero, è di Roberto Cipriani, è un consigliere dei C.U.B.A., è più grande di me e pure lui va allo stadio da più di sessant’anni, chiedigli della finale di playoff contro l’Ascoli del duemila, la racconta sempre quella storia…”.

Chiamo subito Roberto. “La partita dei playoff contro l’Ascoli? Il Borghetti? Non me ce fà pensà… è stata una partita incredibile e con un gol al centodiciottesimo minuto siamo andati in serie B. Però mamma mia, ancora mi tremano le gambe se ce penso. Dopo il gol la gente è impazzita, era giugno ed eravamo tutti sudati fradici, di fianco c’avevo un anconetano enorme, sarà pesato duecento chili… niente, quello dopo il gol si gira, mi dà un abbraccio che per poco non me mazza e poi mi bacia in bocca… un’alitata di Borghetti evastante, roba che svengo, ancora me viè i brividi se ce penso…”. Continua a parlarmi di come gli autobus delle trasferte iniziassero a sapere di caffè appena partiti, dei cori e degli striscioni dedicati al caffè sport, e di quanto ti scaldasse l’anima sia nelle giornate fredde sia nelle sconfitte della squadra.

“Ugo Borghetti aveva collaborato con noi prima della nascita del suo prodotto e ci fu anche una causa legale sulla paternità del prodotto”

Varnelli nasce nel 1868 e Borghetti nel 1860, ma prima ancora ad Ancona era un altro a produrre un liquore al caffè: Manfrini, che proprio come il suo concorrente era titolare di un bar da cui è nata una distilleria. Il bar esiste ancora, è il Caffè Centrale a Torrette di Ancona, e Roberto Manfrini, l’ultimo discendente di questa famiglia di baristi, è ancora dietro al bancone del suo bar, a servire chi entra nel locale.

“La ditta del mio bisnonno faceva il Cordial Caffè Manfrini. Aveva tre distillerie, la prima ad Ancona, ma dopo qualche anno ne aveva aperte altre due in Libia. C’era il mio prozio Romeo Manfrini laggiù. Sono state operative fino alla seconda guerra mondiale e poi seguirono la sorte del colonialismo italiano. Ricordo che trent’anni fa, parlando con una zia allora novantenne, venne fuori che Ugo Borghetti aveva collaborato con noi prima della nascita del suo prodotto. Mia zia mi disse che ci fu anche una causa legale sulla paternità del prodotto, diceva che fossimo stati noi i primi a farlo e che lui si appropriò della ricetta… ma che ti devo dire, noi non siamo più in attività da ottant’anni e non c’è nulla di scritto. Sono storie vecchie, storie di vecchi, chissà quanti anconetani ad aver bevuto il Cordial Caffè sono ancora vivi. Non credo ne siano rimasti molti.”

Rimonto in macchina. Mi sembra sia impossibile tirar fuori un quadro ordinato di questa faccenda. Forse dietro ad un bicchiere di Borghetti ci sono troppe cose per poterle mettere in fila. Ci sono un brivido di freddo, un occhio stanco, una sigaretta. Ci sono i bar di provincia dove i pensionati giocano a tresette e le barche in mare. Oltre agli stadi di tutta Italia. Ci sta il mio primo anno a Bologna passato a bere cicchetti nei baracci di via Petroni e ci stava pure mio nonno che dava un sorso di caffè sport dopo pranzo. Sette su sette, da almeno centosessant’anni.

Mentre guido verso casa un treno mi supera da destra e per qualche secondo nasconde l’Adriatico dietro di lui. Nel 1863, all’inaugurazione di questa linea ferroviaria, fu offerto del Caffè Sport a tutti. Telefono a mia nonna. “Ciao nonna, ti ho detto che sto scrivendo un pezzo sul Borghetti?” “Un pezzo sul Borghetti? Mi fai venire in mente mio cugino Ivo che è andato a vivere in Francia prima della guerra. Te ne ho mai parlato?”

Fonte: vice.com

 
 

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