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Quarant’anni di calcio italiano scorrono dentro i ricordi di Dario Bonetti. Il gancio arriva da una lunga intervista pubblicata oggi, 23 agosto, dalla Gazzetta dello Sport, nella quale l’ex difensore ripercorre una carriera attraversata da Roma, Milan, Verona, Juventus e Sampdoria, raccontando personaggi e partite che hanno definito un’epoca. Da Nils Liedholm a Silvio Berlusconi, da Dino Zoff a Paolo Mantovani, passando per il gol annullato a Maurizio Turone e le finali europee perse: il racconto di Bonetti è soprattutto un viaggio nel calcio italiano degli anni Ottanta e dei primi Novanta.

C’è però un filo che unisce quasi tutti i capitoli. Bonetti è stato un difensore duro, intenso, poco disposto ad accettare ciò che riteneva ingiusto. La Gazzetta ricorda un dato quasi irripetibile: 39 giornate complessive di squalifica, primato legato soprattutto alle proteste. Lui respinge l’etichetta di giocatore violento e spiega che il problema era un altro: il rapporto tormentato con gli arbitri e una difficoltà quasi strutturale nel contenersi quando riteneva di avere subito un torto.

Per capire da dove venga quella diffidenza, secondo Bonetti, bisogna tornare all’inizio della sua storia romanista.

La Roma, Liedholm e la ferita del gol di Turone

Bonetti arrivò alla Roma all’inizio degli anni Ottanta, giovanissimo e reduce anche dall’esperienza del servizio militare. A Trigoria condivise la quotidianità con Carlo Ancelotti e si ritrovò in un gruppo nel quale c’erano giocatori come Falcao e Bruno Conti.

L’allenatore era Nils Liedholm, figura che Bonetti continua a descrivere come molto più di un semplice tecnico. Lo svedese aveva un modo di gestire il gruppo fondato sulla semplicità e sulla capacità di comprendere la personalità dei grandi calciatori. È una scuola che, nella lettura di Bonetti, influenzò anche Ancelotti negli anni successivi.

Ma il ricordo che continua ad avere un peso enorme è quello del campionato 1980/81 e del celebre gol annullato a Maurizio Turone nello scontro diretto con la Juventus. L’episodio è entrato nella storia delle polemiche arbitrali italiane e Bonetti ammette che proprio da lì nacque la sua sfiducia verso le decisioni dei direttori di gara.

È naturalmente la sua lettura personale di un episodio discusso da decenni. Ma è interessante perché aiuta a interpretare il resto della sua carriera: molti dei cartellini e delle squalifiche che avrebbero segnato gli anni successivi non vengono spiegati dall’ex difensore con una particolare durezza nei contrasti, bensì con un modo quasi istintivo di contestare le decisioni che riteneva sbagliate.

La finale Roma-Liverpool del 1984

L’altra grande ferita romanista è europea. Il 30 maggio 1984 la Roma affrontò il Liverpool nella finale di Coppa dei Campioni disputata proprio allo Stadio Olimpico.

La partita finì 1-1 dopo i supplementari. Phil Neal segnò per gli inglesi, Roberto Pruzzo riportò il risultato in equilibrio e ai rigori furono Bruno Conti e Francesco Graziani a sbagliare, permettendo al Liverpool di imporsi 4-2 nella serie finale. Bonetti era titolare nella difesa giallorossa.

A più di quarant’anni di distanza, quella notte rimane un ricordo doloroso. Nell’intervista di oggi Bonetti torna anche sull’azione del vantaggio inglese e sostiene che l’arbitro avrebbe dovuto rilevare un fallo ai suoi danni. È una convinzione che non ha abbandonato con il passare del tempo.

La Roma di quegli anni aveva raggiunto una dimensione europea enorme e perdere una finale della Coppa dei Campioni nel proprio stadio rappresentò un colpo difficile da assorbire. Per Bonetti si aggiunse alle occasioni mancate in campionato.

Tra queste c’è anche il famoso Roma-Lecce del 1986, partita che consegnò di fatto lo scudetto alla Juventus. Bonetti la guardò dalla tribuna perché squalificato e ancora oggi la considera uno dei più grandi rimpianti della propria carriera.

Milan, Bonetti primo acquisto dell’era Berlusconi

Nel 1986 arrivò uno dei passaggi più particolari della sua storia. Silvio Berlusconi aveva appena rilevato il Milan e Dario Bonetti fu il primo acquisto annunciato della nuova gestione.

Le cronache dell’epoca documentano l’arrivo spettacolare di Berlusconi a Milanello in elicottero e il clima completamente nuovo che il presidente voleva creare intorno alla società.

Bonetti ricorda un Berlusconi convinto fin dall’inizio di poter trasformare il Milan nella squadra più forte del mondo. In quel momento affermazioni di questo genere potevano sembrare eccessive: la società arrivava da una fase economicamente e sportivamente complicata. Negli anni immediatamente successivi, però, il progetto rossonero avrebbe effettivamente rivoluzionato il calcio europeo.

È questo il punto che colpisce maggiormente Bonetti nel ricordo di oggi: la capacità del nuovo presidente di immaginare in anticipo una dimensione che gli altri ancora non vedevano.

Il suo passaggio personale al Milan non durò abbastanza da permettergli di diventare un protagonista del ciclo Sacchi, ma resta legato simbolicamente alla nascita dell’era berlusconiana.

Alla Juventus con Zoff: la doppietta del 1990

Dopo l’esperienza al Verona, Bonetti approdò anche alla Juventus. A convincerlo fu Dino Zoff, che in quel periodo guidava i bianconeri.

La stagione 1989/90 si concluse con una doppietta importante: Coppa Italia e Coppa UEFA. La Juventus ricorda ancora quell’annata come uno degli ultimi grandi successi dell’era Boniperti.

Bonetti fu titolare anche nell’andata della finale di Coppa UEFA contro la Fiorentina al Comunale di Torino. La Juventus vinse 3-1 con le reti di Galia, Casiraghi e De Agostini e difese poi il vantaggio con lo 0-0 del ritorno. La formazione ufficiale di quella sera comprendeva Tacconi, Napoli, De Agostini, Galia, Brio e proprio Dario Bonetti in difesa.

Nello spogliatoio passavano giocatori di enorme livello. Bonetti ricorda Roberto Baggio non soltanto per le qualità tecniche ma anche per la dimensione umana, e cita anche Schillaci e Zavarov tra i compagni più significativi di quel periodo.

La Juventus rappresentò così uno dei momenti più vincenti della sua carriera, dopo tante occasioni nelle quali era arrivato vicinissimo ai trofei più importanti senza riuscire a conquistarli.

Sampdoria, Mantovani, Boskov e il fratello Ivano

L’ultima grande tappa fu la Sampdoria. Anche qui il racconto di Bonetti si intreccia con figure che appartengono alla storia del calcio italiano.

A Genova ritrovò il fratello Ivano Bonetti e conobbe da vicino il presidente Paolo Mantovani, che ancora oggi descrive come un dirigente profondamente legato alla propria squadra e lontano dalla figura del presidente puramente manageriale.

In panchina c’era Vujadin Boskov, tecnico capace di semplificare il calcio senza trasformarlo in qualcosa di banale. Quella Sampdoria arrivò fino alla finale di Coppa dei Campioni del 1992 contro il Barcellona.

A Wembley il sogno blucerchiato terminò al 112’, quando Ronald Koeman segnò su punizione l’unico gol della finale. La distinta ufficiale UEFA mostra Ivano Bonetti nell’undici della Samp, mentre Dario faceva parte di quella rosa ma non scese in campo nella finale.

Anche quella sconfitta è rimasta nella memoria di Dario come uno dei grandi “e se” della propria carriera. Tra Roma e Sampdoria si trovò dentro due squadre capaci di arrivare a un passo dal massimo trofeo europeo senza riuscire ad alzarlo.

Un difensore simbolo di un altro calcio

Rileggere oggi la carriera di Bonetti significa anche ricordare quanto fosse diverso il mestiere del difensore negli anni Ottanta.

La Serie A era il centro del calcio mondiale. Ogni domenica significava affrontare attaccanti di livello assoluto e il duello individuale aveva un peso molto superiore rispetto al calcio contemporaneo. Il difensore doveva marcare, anticipare, accettare il contatto e convivere con partite nelle quali la componente fisica era parte integrante del gioco.

Bonetti interpretò quel ruolo con un carattere particolarmente acceso.

E proprio il tema delle squalifiche rende il suo racconto meno prevedibile. A distanza di tanti anni non accetta la descrizione di sé come semplice “duro”: sostiene invece di avere pagato soprattutto il rapporto conflittuale con gli arbitri e un temperamento che rendeva difficile lasciar correre una decisione contestata.

L’intervista pubblicata oggi dalla Gazzetta funziona così come un album del calcio italiano: Turone, Liedholm, Conti, Falcao, Ancelotti, Berlusconi, Zoff, Baggio, Mantovani, Boskov.

Sono nomi appartenenti a epoche e club differenti, ma nella carriera di Dario Bonetti finiscono tutti nello stesso racconto. Quello di un difensore che ha vinto, perso finali, protestato più di quasi chiunque altro e attraversato alcune delle squadre più iconiche della Serie A.

E forse è proprio questo a spiegare perché, più di trent’anni dopo l’ultima grande stagione da calciatore, i suoi ricordi abbiano ancora così tante storie da raccontare.

 
 
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