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Paolo Rossi (Prato, 23 settembre 1956 – Siena, 9 dicembre 2020) è stato un calciatore e opinionista televisivo italiano, considerato tra i più grandi attaccanti della storia azzurra. Con l’Italia vinse il Mondiale 1982, di cui fu capocannoniere (6 gol) e miglior giocatore; nello stesso anno conquistò il Pallone d’Oro. A livello di club vestì, tra le altre, le maglie di Lanerossi Vicenza, Perugia, Juventus, Milan ed Hellas Verona, vincendo in bianconero scudetti, coppe nazionali e trofei europei. Soprannominato “Pablito” sin da Argentina ’78, è nell’immaginario collettivo per la tripletta al Brasile (Spagna ’82), la doppietta in semifinale alla Polonia e il gol in finale contro la Germania Ovest. Morì nel 2020 per tumore ai polmoni.

Caratteristiche tecniche e ruolo

Attaccante di movimento e finalizzatore puro, Rossi eccelleva in: attacchi alla profondità, tempi di smarcamento in area, lettura delle seconde palle e freddezza in transizione breve. Meno appariscente nel dribbling prolungato, era invece letale su primo controllo e conclusione rapida. Altezza indicata in 1,74 m, baricentro medio, capacità di “sparire” dai radar del marcatore per poi inserirsi sul cross. Nel contesto della Nazionale 1982, fu il terminale di una squadra capace di esaltare il gioco senza palla del centravanti.

Carriera

Gli inizi e la crescita tra Juventus, Como e Vicenza

Cresciuto nei settori giovanili toscani (tra Prato e l’area fiorentina) e poi aggregato al vivaio della Juventus dal 1972, Rossi si formò in anni segnati anche da problemi al ginocchio che ne limitarono le apparizioni nelle selezioni bianconere, ma ne temprarono il gioco senza palla e l’istinto da finalizzatore “di rapina”. Per farsi le ossa passò in prestito al Como (1975–76): impiegato spesso da esterno offensivo in un contesto tattico prudente, raccolse minuti preziosi tra marcature asfissianti e partite a basso punteggio, imparando a muoversi sul filo del fuorigioco e a capitalizzare poche occasioni.

Paolo Rossi Vicenza
© Wikipedia

Il salto di qualità arrivò con il Lanerossi Vicenza (1976–80). In un ambiente tecnico cucito su misura – Stadio Romeo Menti, società ambiziosa, staff che credeva nella sua conversione a centravanti di manovra – Rossi smise i panni dell’ala e diventò il riferimento centrale che viene incontro per il triangolo corto, riattacca la profondità e chiude l’azione sul primo palo. La squadra lavorava per dargli due tipi di palloni: rasoterra alle spalle del difensore sul mezzo spazio sinistro e cross tesi dal lato opposto, dove il suo passo breve gli consentiva di anticipare il marcatore. La lettura delle seconde palle (respinte, deviazioni, traiettorie sporche) divenne marchio di fabbrica.

Nel 1976-77 fu capocannoniere di Serie B con 21 reti e trascinò i biancorossi alla promozione: un campionato costruito sulla continuità – pochi digiuni, molti gol “pesanti” – e su una fase offensiva codificata in cui gli esterni portavano via l’uomo e lui arrivava a rimorchio. L’anno successivo, 1977-78, firmò una stagione epocale: 24 gol e secondo posto in Serie A, dietro la Juventus. In un torneo in cui le difese concedevano poco e i 0–0 erano frequenti, la sua economia dei tocchi fece la differenza: controllo orientato, un passo per crearsi la finestra e tiro di piatto secco sul secondo palo. Fu l’anno in cui, oltre ai gol, maturò la percezione di un centravanti “nuovo” per il contesto italiano: non un boa d’area, ma un finalizzatore rapido, mobile e associativo.

Il quadriennio vicentino si chiuse con 60 reti in 94 presenze complessive tra A e B, un rapporto minuti/gol da vertice di quel decennio italiano. A Vicenza Rossi affinò anche la gestione del corpo contro difensori aggressivi: non cercava il contatto, lo eludeva con micro-smarcamenti e contro-movimenti (finta di attacco al primo palo e ricaduta sul dischetto) che lo rendevano imprendibile sul cross basso. La dimensione emotiva contava: il rapporto con la tifoseria della “Lane” e la cornice raccolta del Menti alimentarono un ambiente in cui l’attaccante si sentiva responsabile e libero allo stesso tempo.

Quell’exploit in provincia preparò tutto il resto: le prime convocazioni azzurre, la reputazione da uomo-chiave nelle partite che “pesano” e l’interesse dei grandi club. Quando più tardi tornerà alla Juventus, porterà con sé il bagaglio vicentino: la fame del centravanti che ha imparato a costruirsi il tiro in tre tocchi e a riconoscere, prima degli altri, dove cadrà il pallone

Perugia e lo scandalo Totonero (1980)

Nel 1979-80 Rossi passò in prestito al Perugia: arrivava da stagioni di altissimo profilo a Vicenza e trovò in Umbria un ambiente che lo mise subito al centro del progetto. Pur giocando in una squadra meno brillante rispetto al celebre Perugia “imbattuto” dell’annata precedente, chiuse con 13 gol in 28 presenze di Serie A, numeri importanti in un campionato dai punteggi bassi e dalle marcature ferree. In quel contesto affinò ulteriormente le sue doti di attaccante di manovra: veniva incontro, combinava nello stretto e attaccava l’area con tempi perfetti sul primo palo, qualità che gli consentivano di trasformare in rete anche poche occasioni “pulite”.

La stagione fu però travolta dall’inchiesta sul calcioscommesse (il cosiddetto Totonero 1980), che coinvolse più club e calciatori. Rossi venne deferito e squalificato dalla giustizia sportiva: la pena, inizialmente fissata in tre anni, fu poi ridotta a due in sede d’appello. La squalifica lo tenne lontano dai campi per quasi due stagioni e rappresentò una frattura netta nella sua carriera: Rossi negò sempre qualsiasi partecipazione a combine, ma dovette comunque fermarsi fino alla primavera del 1982, quando tornò arruolabile a poche settimane dal Mondiale. In quel breve lasso di tempo pre-Spagna ’82 poté mettere nelle gambe solo manciate di minuti ufficiali, circostanza che alimentò un acceso dibattito mediatico sulla sua convocazione.

Enzo Bearzot, tuttavia, puntò su di lui per ragioni tecniche e di equilibrio: lo considerava l’attaccante ideale per il gioco dell’Italia, capace di legare la manovra e di riempire l’area con tempi che pochi avevano. La scelta—controintuitiva per parte della stampa, dato il lungo stop—si rivelò decisiva: la fiducia trasformò il rientro di Rossi in un picco di rendimento senza precedenti nel torneo iridato, preludio alla tripletta al Brasile, alla doppietta in semifinale e al gol in finale che avrebbero definito il suo mito.

Ritorno alla Juventus: i titoli e l’Europa

Rientro e ruolo nella Juventus di Trapattoni (1982–1985).

Sotto contratto dal 1981, Rossi poté tornare a giocare nella primavera 1982, disputando le ultime gare dello scudetto 1981-82 utile a rimettere minuti nelle gambe prima del Mondiale. Dal 1982-83, con l’arrivo in bianconero di Michel Platini e Zbigniew Boniek, formò il celebre tridente che segnò il passaggio della Juve verso un calcio più europeo: Rossi da riferimento e attaccante di profondità, Platini da regista offensivo/trequartista, Boniek da forzante verticale capace di strappare campo. In quel contesto, Paolo alternò movimenti a venire incontro per il corto-largo con i centrocampisti (Tardelli, Bonini, spesso Cabrini che spingeva) e attacchi sul primo palo o dietro il centrale per liberare l’imbucata di Platini: un lavoro che non si misurava solo coi gol, ma che teneva alta la linea e apriva spazi ai compagni.

Coppa dei Campioni 1982-83.

Nella sua prima intera stagione post-squalifica, Rossi fu capocannoniere della Coppa dei Campioni con 6 reti. La Juventus arrivò fino alla finale di Atene, persa 0-1 contro l’Amburgo (decisa da un tiro dalla distanza di Magath a inizio gara). Quel percorso europeo certificò che, anche ai massimi livelli continentali, Pablito era tornato a incidere con tempi d’attacco sull’area e conclusioni rapide su palloni sporchi o seconde palle.

Titoli nazionali e Coppa Italia.

Nel 1982-83 arrivò anche la Coppa Italia (battuto il Verona nella doppia finale), mentre nel 1983-84 la Juventus centrò lo scudetto e – in parallelo – una coppa europea, configurando un “double” tricolore-Europa che mancava da anni in Italia. In campionato Rossi fu utilizzato sia da centravanti “puro” sia in soluzioni a due punte (con rotazioni che coinvolgevano Boniek/Briaschi), conservando la capacità di attaccare il breve dentro l’area, marchio tecnico che lo aveva consacrato nel 1977-78 a Vicenza e ribadito nel 1982 con l’Italia.

Coppa delle Coppe 1983-84 e Supercoppa UEFA 1984.

Il 16 maggio 1984 a Basilea (St. Jakob-Park) Rossi partì titolare nella finale di Coppa delle Coppe vinta 2-1 sul Porto (reti bianconere di Vignola e Boniek). Quella partita, tatticamente matura, esaltò la Juve nella gestione delle transizioni: Paolo lavorò da “spillo” per allungare la linea portoghese e creare corridoi di rifinitura a Platini. Nello stesso ciclo di successi arrivò anche la Supercoppa UEFA (edizione 1984, disputata a inizio 1985) contro il Liverpool, a suggello di una continuità internazionale rara nell’epoca.

Coppa dei Campioni 1984-85.

La stagione successiva si chiuse con la vittoria della Coppa dei Campioni (finale contro il Liverpool allo stadio Heysel, 1-0 su rigore di Platini). In quella Juventus, Paolo Rossi fu parte dell’ossatura offensiva che sosteneva l’ampiezza di Cabrini e gli inserimenti delle mezzali, alternando attacchi in profondità, pressione sul primo possesso rivale e letture da centravanti di raccordo. Il quadro dei trofei bianconeri di quegli anni comprende quindi due scudetti (1981-82, 1983-84), Coppa Italia 1982-83, Coppa delle Coppe 1983-84, Supercoppa UEFA 1984 e Coppa dei Campioni 1984-85: un palmarès che colloca il triennio di Rossi alla Juve tra i cicli più ricchi della sua carriera di club e della storia europea del club.

Ultimi anni: Milan, Hellas Verona e ritiro

Dopo il ciclo bianconero, nel 1985-86 Rossi passò al Milan di Nils Liedholm, inserendosi in un reparto che alternava Mark Hateley e Pietro Paolo Virdis come riferimenti profondi. In un sistema che oscillava tra 4-4-2 e 4-3-3 “a rombo largo”, a Paolo veniva chiesto di giocare tra le linee e di attaccare l’area sul primo palo quando il gioco si sviluppava dalle corsie (con Donadoni e Evani a dare ampiezza). Le noie al ginocchio e ricorrenti problemi muscolari – eredità di una carriera intensa e di un ritorno ad altissima pressione dopo il 1982 – ne limitarono minutaggio ed esplosività: più movimenti intelligenti e sponde, meno strappi in profondità. In quello spogliatoio in via di rinnovamento (con Franco Baresi leader e il giovanissimo Paolo Maldini agli esordi importanti), Rossi portò esperienza e letture nei momenti caldi, pur senza ritrovare continuità realizzativa.

Nel 1986-87 si trasferì all’Hellas Verona di Osvaldo Bagnoli, campione d’Italia due stagioni prima. Il contesto tattico – compatto, organizzato, con ripartenze verticali – sembrava adatto ai suoi tagli brevi in area, accanto a terminali come Elkjær (spesso acciaccato in quell’annata) e seconde punte di raccordo. Anche qui, però, il fisico non gli concesse un’annata piena: utilizzato a rotazione o da subentrante per alzare il quoziente di qualità negli ultimi 30 minuti, mise in mostra la consueta economia dei tocchi (controllo orientato e tiro rapido), ma dovette fare i conti con settimane di lavoro differenziato e rientri graduali.

Appesantito dagli infortuni e consapevole di non poter più garantire il proprio picco atletico, scelse di ritirarsi nel 1987, a 31 anni. Il bilancio in campionato della sua carriera italiana – 251 presenze e 103 reti complessive tra Serie A e B – fotografa un centravanti che ha inciso soprattutto nei picchi: il biennio vicentino (capocannoniere in B 1976-77 e in A 1977-78) e la stagione 1982-83 alla Juventus (capocannoniere della Coppa dei Campioni) restano i vertici statistici e simbolici di un percorso in cui tempismo, letture e freddezza hanno spesso pesato quanto – e più – della quantità di minuti giocati.

Paolo Rossi calciatore

Nazionale

Argentina 1978: nascita di “Pablito”

Gol pesanti nel primo girone

Convocato da Enzo Bearzot per il Mondiale argentino, Rossi viene utilizzato come attaccante di raccordo in un 4-3-3/4-3-1-2 molto fluido: si abbassa tra le linee, lega il gioco con Antognoni/Bettega e poi attacca il primo palo. Nel Gruppo 1 l’Italia batte la Francia (2–1): Rossi firma l’1–1 con un inserimento corto sul portiere dopo appena pochi minuti dal vantaggio transalpino, rimettendo la gara in carreggiata. Nella seconda partita, 3–1 all’Ungheria, realizza ancora approfittando di una palla vagante in area. Nel terzo match, 1–0 all’Argentina padrona di casa, è coinvolto in diverse transizioni che consolidano la vittoria di prestigio.

Seconda fase e sigillo all’Austria

Nella seconda fase a gruppi (con Paesi Bassi, Germania Ovest e Austria), l’Italia pareggia con i tedeschi, perde di misura con gli olandesi ma batte l’Austria 1–0: decide ancora Rossi, che attacca lo spazio alle spalle del centrale su imbucata rasoterra. Gli Azzurri chiuderanno poi quarti dopo la sconfitta 2–1 con il Brasile nella finale per il terzo posto, ma la narrativa del torneo è già chiara: l’Europa “scopre” un finalizzatore moderno, rapido nei micro-smarcamenti e letale sul primo controllo–tiro. È in quei giorni che la stampa ispanofona conia e consacra il soprannome “Pablito”, destinato a restare.

Spagna 1982: l’apoteosi

Dalla fatica nel primo girone alla scintilla

Rientrato dalla squalifica, Rossi arriva al Mondiale con pochi minuti nelle gambe. Nel primo girone (0–0 con la Polonia, 1–1 con Perù e Camerun) fatica a trovare ritmo e porta a casa soprattutto lavoro sporco: corse in pressione, appoggi corti, schermature sulle linee di passaggio. Le critiche sono rumorose, ma Bearzot non arretra.

Il girone di seconda fase: Argentina e la notte del Sarrià

Nella seconda fase l’Italia trova Argentina e Brasile. Contro l’Argentina (2–1) Rossi svolge un ruolo “sporco” ma prezioso: attira uscite dei centrali e libera corridoi per i gol di Tardelli e Cabrini. Tre giorni dopo, il 5 luglio 1982 allo stadio Sarrià di Barcellona, arriva la partita-simbolo: Italia–Brasile 3–2. Rossi firma una tripletta completa – anticipo sul cross basso (1–0), attacco su palla rubata (2–1), colpo di testa su corner corto (3–2) – e piega la seleção di Sócrates, Zico, Falcão. È il passaggio che trasforma un rientrante discusso nell’eroe del torneo.

Semifinale e finale: la firma sul titolo

In semifinale (8 luglio, Camp Nou), l’Italia batte la Polonia 2–0: doppietta di Rossi, con due movimenti di scuola sul primo palo e sul dischetto. In finale (11 luglio, Santiago Bernabéu), contro la Germania Ovest, apre le marcature con un colpo di testa in anticipo sul centrale su corner di Gentile; gli Azzurri vinceranno 3–1 (Rossi, Tardelli, Altobelli). Rossi chiude il Mondiale con 6 reti, centrando la Scarpa d’Oro (capocannoniere) e il Pallone d’Oro del Mondiale (MVP). A coronamento dell’anno irripetibile, a dicembre riceve anche il Pallone d’Oro europeo. Per l’Italia è il terzo titolo mondiale, per Pablito la consacrazione definitiva.

Messico 1986 e primati

Ultima convocazione e addio ai Mondiali

Bearzot lo convoca anche per Messico ’86. Rossi è in gruppo ma reduce da acciacchi e da un biennio a minutaggio intermittente: l’Italia esce agli ottavi contro la Francia e per lui il torneo resta senza reti (e con impiego limitato o nullo a seconda dei conteggi ufficiali), segnando di fatto la chiusura del ciclo iridato.

Il bilancio in Azzurro e i record ai Mondiali

Il consuntivo con la Nazionale maggiore recita 48 presenze e 20 gol. Ai Mondiali mette insieme 9 reti complessive (3 in Argentina ’78, 6 in Spagna ’82), quota che lo pone – insieme a Roberto Baggio e Christian Vieri – al vertice dei migliori marcatori italiani nella storia della Coppa del Mondo. Oltre alle cifre, resta il profilo tecnico: un attaccante che ha unito economia dei gesti, letture anticipatorie in area e freddezza nei momenti che contano, trasformando la funzione del centravanti d’area in un lavoro di tempi e spazi prima ancora che di mera potenza.

Vita privata, moglie e figli di Paolo Rossi

Prime nozze e paternità. Rossi sposò in prime nozze Simonetta Rizzato, dalla quale ebbe il primogenito Alessandro. Il rapporto, cresciuto negli anni del pieno della carriera, è parte della sua stagione più esposta mediaticamente: trasferte, ritiri e cambi di club condizionavano la vita familiare, ma Rossi mantenne un legame stretto con il figlio anche dopo la separazione.

Secondo matrimonio. Nel 2010 sposò la giornalista e scrittrice Federica Cappelletti; dalla loro unione nacquero Maria Vittoria e Sofia Elena. Con Cappelletti, Rossi condivise anche progetti editoriali e testimonianze pubbliche legate alla memoria sportiva del 1982, partecipando a presentazioni, incontri nelle scuole e convegni sul tema “sport e valori”. La coppia visse tra Toscana (zona Val d’Ambra) e impegni professionali a Roma/Milano, con frequenti apparizioni in eventi istituzionali FIGC e serate benefiche.

Carriera post-calcio: TV, eventi, libri

Opinionista e commentatore. Dopo il ritiro, Rossi intraprese una lunga attività di opinionista. Collaborò stabilmente con Rai Sport (studi pre e post-partita, Domenica Sportiva, speciali sui Mondiali) e apparve in rubriche e talk calcistici di altre emittenti (tra cui Sky e progetti editoriali collegati), alternando analisi tattiche a racconti di spogliatoio. Il suo tratto distintivo in TV era la narrazione semplice e diretta: centrava i momenti-chiave (smarcamenti, tempi di inserimento, letture del centravanti) con il lessico di chi ha vissuto situazioni analoghe ai massimi livelli.

Testimonianze e conferenze. Fu spesso invitato come guest speaker in eventi aziendali e universitari per parlare di mentalità competitiva, gestione della pressione e lavoro di squadra, temi filtrati dall’esperienza del 1982 (la trasformazione da giocatore discusso a decisivo nel giro di pochi giorni).

Progetti editoriali. Oltre alle interviste biografiche, partecipò alla realizzazione di volumi e memoir con focus sul Mondiale in Spagna, sulla figura dell’attaccante “di movimento” e sulla cultura sportiva italiana degli anni Settanta-Ottanta. Questi progetti consolidarono l’immagine pubblica di Rossi come testimone autorevole di un’epoca.

Imprenditoria: ospitalità rurale e identità toscana

Accoglienza e territorio. Parallelamente all’attività mediatica, Rossi investì nell’ospitalità rurale in Toscana, trasformando la passione per la campagna in un piccolo polo ricettivo con vigneti e oliveti, un agriturismo a tutti gli effetti. L’idea – sviluppata con soci e collaboratori – univa accoglienza, enogastronomia e sport (percorsi running/mtb, campetti, clinic di base) e divenne un punto d’incontro per tifosi e turisti attratti dal racconto del Mondiale 1982.

Brand personale e eventi. La struttura ospitò presentazioni di libri, proiezioni e serate a tema, con degustazioni di prodotti locali. Nel tempo, l’immagine di Rossi si saldò alla Toscana “di campagna”: una narrazione coerente con il suo profilo pubblico – sobrio, familiare, legato ai valori di lavoro e comunità.

Impegno sociale e ricordo pubblico

Beneficenza e grassroots. Nel corso degli anni Rossi prese parte a partite di beneficenza, campagne di sensibilizzazione e iniziative giovanili, prestando il volto a cause sociali e a progetti di sport di base. La sua presenza, più che celebrativa, era spesso pedagogica: raccontava il “dietro le quinte” della preparazione e l’importanza della disciplina quotidiana.

La morte di Paolo Rossi, un calciatore iconico

Paolo Rossi morì il 9 dicembre 2020, a 64 anni, presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese – Le Scotte. La causa indicata fu un tumore ai polmoni. La malattia, seguita tra controlli e terapie negli ultimi mesi di vita, era stata gestita con grande riservatezza: la notizia del decesso arrivò al grande pubblico attraverso la famiglia e i colleghi del mondo televisivo con cui Rossi collaborava.

Camera ardente e funerali a Vicenza.

Il legame simbolico con la città che ne aveva consacrato il talento si tradusse nell’allestimento della camera ardente allo Stadio “Romeo Menti” di Vicenza, dove migliaia di persone — nel rispetto delle limitazioni sanitarie dell’epoca — resero omaggio a “Pablito” accompagnandone il feretro lungo la pista d’atletica e le curve che ne avevano scandito i giorni d’oro. Le esequie si celebrarono nel Duomo di Vicenza, alla presenza di ex compagni di squadra, tecnici, dirigenti, rappresentanti FIGC e istituzioni locali. Al termine, la sepoltura avvenne in forma privata nel comune toscano di Bucine, dove Rossi risiedeva con la famiglia.

Lutto sportivo nazionale e omaggi internazionali.

Nei giorni successivi, le competizioni organizzate da FIGC e UEFA osservarono un minuto di silenzio e bracciali neri in suo ricordo; in diversi stadi italiani ed europei comparvero maxischermi e striscioni commemorativi, mentre i club della sua carriera (Vicenza, Juventus, Milan, Perugia, Hellas Verona) pubblicarono messaggi ufficiali, immagini d’archivio e gallerie storiche. La Nazionale e i principali broadcaster sportivi dedicarono speciali televisivi e segmenti d’approfondimento, ripercorrendo la parabola dall’esplosione a Vicenza al Mundial ‘82.

Memoria pubblica e iniziative permanenti.

A livello locale, il ricordo si è tradotto in intitolazioni, tornei giovanili, targhe e giornate della memoria sportiva; a livello editoriale e museale, la famiglia ha sostenuto la tutela dell’archivio personale (maglie, scarpini, cimeli) e la promozione di testimonianze nelle scuole e nelle rassegne culturali, consolidando l’immagine di Rossi non solo come campione del mondo, ma come patrimonio affettivo del calcio italiano.

Eredità sportiva

Paolo Rossi è spesso citato come paradigma dell’attaccante d’area moderno: non necessariamente dominante sul piano fisico, ma decisivo nelle letture e nel rapporto con la porta. La sua parabola – dalla squalifica al trionfo mondiale – è entrata nell’immaginario nazionale per forza simbolica e impatto sociale, oltre che tecnico. La tripletta al Brasile (Tele Santana) e il gol in finale al Bernabéu hanno ridefinito il mito dell’“uomo dei momenti importanti” per generazioni di tifosi e calciatori.

Curiosità

Tra le curiosità più note: il soprannome “Pablito” nacque al Mondiale 1978 in Argentina e divenne globale con l’impresa del 1982; Rossi è inoltre tra i pochissimi ad aver conquistato nello stesso anno il titolo mondiale (capocannoniere e MVP) e il Pallone d’Oro; infine, nella Coppa delle Coppe 1984 partì titolare nella finale che la Juventus vinse 2-1 contro il Porto.

Statistiche

  • Ruolo: attaccante
  • Altezza/peso (fonti variano): ~1,74 m; ~66–70 kg
  • Club principali: Juventus, Como, Lanerossi Vicenza, Perugia, Juventus (II), Milan, Hellas Verona
  • Presenze/gol totali in campionato: 251/103
  • Nazionale italiana: 48 presenze, 20 gol
  • Mondiali disputati: 1978, 1982, 1986 – capocannoniere e miglior giocatore 1982.

Palmarès

Club

Lanerossi Vicenza

  • Serie B: 1976-77
  • Serie A: 2º posto 1977-78

Juventus

  • Serie A: 1981-82, 1983-84
  • Coppa Italia: 1982-83
  • Coppa dei Campioni: 1984-85 (finalista 1982-83)
  • Coppa delle Coppe: 1983-84
  • Supercoppa UEFA: 1984.

Nazionale

  • Coppa del Mondo FIFA: 1982 (capocannoniere e miglior giocatore del torneo).

Onorificenze e riconoscimenti individuali (selezione)

  • Capocannoniere Serie B: 1976-77 (21 gol)
  • Capocannoniere Serie A: 1977-78 (24 gol)
  • Pallone d’Oro: 1982
  • Miglior giocatore del Mondiale (Pallone d’Oro FIFA): 1982
  • Scarpa d’Oro del Mondiale (capocannoniere): 1982
  • FIFA World Cup All-Star Team: 1978, 1982
  • Inserito nella lista FIFA 100 (2004).
 

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