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Il mondo del trail running internazionale piange Ida Amelie Robsahm, morta a soli 30 anni in seguito a una caduta sul Romsdalseggen, una delle creste montuose più conosciute della Norvegia. L’incidente è avvenuto sabato 19 settembre mentre l’atleta stava percorrendo la zona insieme al compagno Miguel Benítez, anche lui trail runner di alto livello. Secondo la ricostruzione fornita da Dagbladet, Robsahm è precipitata per diverse decine di metri nei pressi della parte alta dell’itinerario.

La notizia ha colpito profondamente l’atletica norvegese perché Robsahm non era soltanto una grande appassionata di montagna. Nel giro di pochi anni era diventata una delle migliori specialiste mondiali delle distanze trail attorno ai 40-60 chilometri, arrivando a competere stabilmente ai vertici nelle gare più importanti del calendario internazionale. La Federazione norvegese di atletica l’ha ricordata come un’atleta capace di rappresentare il Paese «al livello più alto», sottolineando il vuoto lasciato soprattutto nella comunità della corsa in montagna.

L’incidente durante un’uscita sul Romsdalseggen

Robsahm e Benítez avevano inizialmente programmato una salita verso Nesaksla. Dopo aver raggiunto la zona superiore, i due avevano proseguito lungo la cresta. Dagbladet ha ricostruito le ultime ore attraverso il racconto dello spagnolo, che si trovava pochi metri dietro di lei nel momento della caduta.

Benítez ha spiegato che poco prima dell’incidente si erano fermati anche per scattare alcune fotografie. Durante la discesa, però, Robsahm è caduta per diverse decine di metri. Il compagno ha immediatamente chiesto aiuto e lanciato l’allarme; l’intervento dell’elisoccorso non ha purtroppo potuto cambiare l’esito dell’incidente.

È un episodio che colpisce anche per la grande esperienza dei protagonisti. Robsahm frequentava regolarmente l’ambiente montano e il trail tecnico, mentre Benítez aveva appena ottenuto il terzo posto nella OCC dell’UTMB Mont-Blanc.

Non si trattava quindi di una normale escursione affrontata senza preparazione, ma di due atleti abituati a muoversi in terreni complessi.

Quattro giorni prima aveva festeggiato i 30 anni

Un dettaglio rende la tragedia ancora più dolorosa.

Robsahm aveva compiuto 30 anni il 15 settembre, appena quattro giorni prima dell’incidente. Per il compleanno aveva scelto esattamente ciò che rappresentava meglio il suo modo di vivere: una lunga giornata di corsa nella natura insieme al proprio allenatore Sindre Buraas e ad alcuni compagni di allenamento.

La corsa non era soltanto uno sport da praticare durante le competizioni. Era il centro della sua quotidianità.

Un profilo pubblicato pochi mesi fa da Kondis raccontava una preparazione costruita più sulle ore trascorse sui sentieri che sul semplice numero di chilometri: lunghe uscite nel fine settimana, dislivello cercato continuamente tra Nordmarka e Lillomarka e un approccio molto metodico al lavoro.

Nel 2025 quarta ai Mondiali

Il salto di qualità internazionale era arrivato soprattutto negli ultimi due anni.

Ai Mondiali di Mountain and Trail Running di Canfranc-Pirineos 2025, Robsahm aveva conquistato uno straordinario quarto posto individuale nello Short Trail. La Federazione norvegese ha ricordato proprio quel risultato come uno dei punti più alti della sua carriera.

Quella prestazione l’aveva portata definitivamente dentro l’élite internazionale e le aveva consentito di aumentare il proprio impegno agonistico, entrando nel progetto ASICS Trail Team.

Il suo profilo UTMB mostra una progressione evidente: 32 gare concluse nel circuito indicizzato e risultati sempre più importanti nelle manifestazioni di maggior livello.

Il 2026 era diventato l’anno della consacrazione

La stagione in corso stava confermando ulteriormente quella crescita.

A marzo Robsahm aveva vinto il Chianti Marathon Trail, 46 chilometri e circa 2.000 metri di dislivello positivo, chiudendo in 3 ore, 39 minuti e 10 secondi. A maggio aveva ottenuto il quarto posto alla durissima Zegama-Aizkorri, una delle gare di trail più prestigiose al mondo. A giugno era poi arrivata seconda nella Marathon du Mont-Blanc.

Ma il risultato probabilmente più significativo era arrivato soltanto poche settimane prima della tragedia.

Il 27 agosto aveva concluso al quinto posto femminile la OCC dell’UTMB Mont-Blanc, 60 chilometri con circa 3.500 metri di dislivello positivo, completati in 6:27:34.

Essere tra le prime cinque in una gara di quel livello significava essersi ormai stabilizzata tra le migliori trail runner internazionali.

Non soltanto montagna: 2h29’57” alla prima maratona

Robsahm possedeva però qualità che andavano ben oltre il trail tecnico.

Nel 2025 aveva corso la sua prima maratona su strada a Valencia chiudendo in 2 ore 29 minuti e 57 secondi, un crono di livello internazionale. La federazione norvegese ha voluto ricordare esplicitamente quel risultato nel proprio messaggio commemorativo.

Aveva inoltre corso i 10 chilometri in 33’14”.

La combinazione tra velocità su strada e resistenza in salita spiegava perché fosse riuscita a migliorare tanto rapidamente nelle corse in montagna. Non era soltanto una specialista tecnica: possedeva anche una base atletica molto solida.

Da Bærum al vertice del trail mondiale

Robsahm era cresciuta a Bærum e da bambina aveva praticato atletica con IL Tyrving. Il passaggio alla corsa in montagna era avvenuto soltanto da adulta.

Rappresentava SK Vidar ed era entrata nell’ASICS Trail Team.

Fuori dallo sport aveva studiato alla NTNU e lavorava part-time come insegnante di matematica e chimica, riducendo volontariamente l’attività lavorativa proprio per poter dedicare più tempo alla carriera sportiva.

È anche questo percorso a rendere particolare la sua storia: non una professionista costruita fin da adolescente esclusivamente intorno alla corsa, ma un’atleta arrivata relativamente tardi alla specializzazione e capace nel giro di pochi anni di raggiungere la scena mondiale.

Il ricordo della Federazione norvegese

La Norges Friidrettsforbund ha pubblicato un messaggio ufficiale firmato dal presidente Runar Bålsrud.

La federazione ha ricordato una sportiva capace di rappresentare la Norvegia ai massimi livelli e ha rivolto le proprie condoglianze alla famiglia, agli amici e all’intero ambiente della corsa in montagna.

Dietro i piazzamenti resta infatti soprattutto una comunità.

Trail e mountain running sono discipline nelle quali gli atleti trascorrono moltissime ore insieme tra allenamenti, trasferte e ricognizioni. La morte di una delle figure emergenti del movimento norvegese ha quindi avuto un impatto che va molto oltre il singolo risultato sportivo.

Una carriera che stava ancora accelerando

Forse è questo l’aspetto più difficile da accettare.

Robsahm non era arrivata al termine di una lunga carriera. Stava vivendo il momento nel quale tutto sembrava finalmente convergere: quarto posto mondiale, contratto con un team internazionale, vittorie importanti e un quinto posto all’UTMB arrivato meno di un mese prima.

A trent’anni, nel trail running, aveva ancora davanti probabilmente le stagioni migliori.

La sua ultima annata racconta proprio questa sensazione: prima al Chianti, quarta a Zegama, seconda alla Marathon du Mont-Blanc e quinta alla OCC.

Numeri che oggi assumono inevitabilmente un significato differente.

Ida Amelie Robsahm è morta facendo ciò che aveva trasformato nella propria vita: muoversi velocemente tra le montagne. Il trail running perde un’atleta che non aveva ancora raggiunto il proprio limite e la Norvegia una delle interpreti più forti della sua nuova generazione.

 
 
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