Jeff Galloway non è stato solo un atleta olimpico: è stato uno dei pochissimi uomini capaci di cambiare davvero il modo in cui milioni di persone vivono la corsa. La notizia di oggi è quella che nessuno voleva leggere: Galloway è morto a 80 anni a Pensacola, in Florida, dopo un ictus emorragico.
Il suo nome, per chi corre da anni, è legato a una rivoluzione che oggi sembra ovvia ma che negli anni ’70 era quasi un’eresia: alternare corsa e camminata in modo programmato — il famoso metodo run-walk-run — per rendere la corsa più sostenibile, meno traumatica e accessibile anche a chi non ha un passato da atleta.
L’atleta: Olimpiadi 1972 e una carriera “seria” prima del metodo
Galloway era arrivato all’élite: Olimpiadi di Monaco 1972 nei 10.000 metri, una prova che all’epoca era il simbolo della resistenza “pura”. Non era quindi un divulgatore nato “per caso” o un motivatore senza curriculum: era un corridore vero, con conoscenza tecnica del gesto e del carico.
Eppure, la parte più importante della sua storia non è avvenuta in pista, ma quando ha iniziato a ragionare su una domanda semplice: perché così tante persone si fanno male o mollano? La risposta, secondo lui, non era “mancanza di volontà”. Era un mix di aspettative sbagliate e carichi eccessivi per corpi non preparati a correre in modo continuo.
Il run-walk-run: l’idea che ha democratizzato la maratona
Secondo l’Associated Press, Galloway sviluppò il metodo nel 1974, mentre insegnava un corso alla Florida State University e cercava un modo per attirare clienti nel suo negozio di running, Phidippides. L’intuizione era pragmatica: alternare tratti di corsa e camminata permette di gestire meglio la fatica, abbassare lo stress muscolare e mentale, e aumentare la probabilità di arrivare al traguardo.
Negli anni quel metodo è diventato molto più di un trucco per “sopravvivere”: è entrato nei piani di allenamento per maratone e mezze maratone, ha trovato spazio anche in contesti strutturati (AP cita il suo ruolo come consulente di training anche per runDisney) e ha contribuito a rendere la corsa un fenomeno popolare, non più una nicchia per agonisti.
Runner’s World lo definisce apertamente un pioniere del run/walk, ricordando come la sua influenza sia passata attraverso libri, piani di allenamento e un linguaggio capace di parlare al runner “normale” senza farlo sentire fuori posto.
Perché la sua idea funzionava: corpo, mente e continuità
Il punto spesso sottovalutato è che Galloway non ha semplicemente “aggiunto camminata” alla corsa. Ha dato alle persone una strategia mentale. Il run-walk-run riduce l’ansia da prestazione perché sostituisce l’obbligo (“devo correre sempre”) con una gestione (“devo rispettare il piano”). E nel running amatoriale il problema non è quasi mai la velocità: è la continuità. Se ti fai male o ti bruci mentalmente, smetti. Se invece reggi i carichi e mantieni la motivazione, migliori.
AP nota anche che Galloway era passato da un grave problema di salute nel 2021 (insufficienza cardiaca) e che negli ultimi giorni della sua vita c’è stata un’ondata di messaggi e tributi sui social, segno di quanto il suo ruolo fosse percepito come “personale” da moltissimi runner.
Gli ultimi giorni: l’emergenza e l’ondata di messaggi
Diverse ricostruzioni riportano che la famiglia aveva comunicato un intervento di emergenza (neurochirurgia) nei giorni precedenti, chiedendo supporto e messaggi di incoraggiamento. È un dettaglio che spiega perché oggi la notizia abbia avuto un impatto così immediato: la community era già “vicina” alla vicenda, come se riguardasse uno di casa. Galloway lascia due figli e sei nipoti.
Di Galloway resta una cosa semplice: ha reso la corsa meno intimidatoria. In un’epoca in cui lo sport spesso viene raccontato come performance e record, Galloway ha costruito un successo culturale basato su un principio opposto: rendere l’esperienza sostenibile. L’idea che camminare non sia una sconfitta, ma una scelta di gestione, ha permesso a tantissime persone di arrivare al traguardo (fisico e mentale) senza sentirsi “impostori”.
E questo è un tipo di eredità rara: non è solo tecnica, è sociale.
