La corsa ciclistica più antica del mondo torna a chiedere una risposta netta
La Milano-Torino 2026 non è una classica come le altre, e quest’anno lo è ancora meno. L’edizione in corso celebra infatti i 150 anni dalla prima corsa del 1876, mentre RCS la presenta come la 107ª edizione della prova più antica del ciclismo mondiale. Il traguardo non è solo simbolico: trasforma la gara del 18 marzo in un appuntamento che pesa sul piano sportivo, culturale e identitario, soprattutto in una settimana che porta il gruppo verso Milano-Sanremo.
Il disegno della corsa conferma un’idea molto precisa di ciclismo. La partenza è da Rho, l’arrivo davanti alla Basilica di Superga, per un totale di 174 chilometri. Il sito ufficiale spiega che la prima metà è largamente pianeggiante, attraverso l’alta pianura e le risaie tra Magenta, Novara e Vercelli, mentre la seconda cambia pelle e prepara una selezione più dura, fino al circuito conclusivo con la doppia resa dei conti sulla salita che domina Torino.
È proprio qui che la Milano-Torino 2026 si separa da una semplice corsa di avvicinamento. La salita finale verso Superga resta il giudice assoluto: gli ultimi cinque chilometri, ripetuti due volte salvo gli ultimi 600 metri, propongono una pendenza media del 9,1%, con punte attorno al 14% e lunghi tratti al 10%. Non è un finale che premia il compromesso. Chi vince qui deve avere gamba, posizione e sangue freddo; chi sbaglia la gestione del primo passaggio rischia di pagare nel secondo, quando la corsa smette di essere controllabile e diventa un test di resistenza e lucidità.
La forza dell’edizione 2026 sta anche nella qualità della startlist. L’organizzazione ha indicato tra i nomi più attesi Primož Roglič, già vincitore a Superga nel 2021, Tom Pidcock, all’esordio nella corsa, Giulio Pellizzari, reduce da una Tirreno-Adriatico di alto livello, e Tobias Halland Johannessen, già terzo qui lo scorso anno. Accanto a loro compaiono anche Michael Storer, Einer Rubio, Cian Uijtdebroeks, Jan Christen, Derek Gee, Tao Geoghegan Hart, oltre a italiani come Lorenzo Fortunato e Diego Ulissi. In altre parole, non un cast da contorno, ma un gruppo di pretendenti che rende davvero aperto il pronostico.
C’è poi un dettaglio narrativo importante: il campione in carica Isaac Del Toro non è al via, nonostante arrivi dal successo finale alla Tirreno-Adriatico. L’assenza del messicano toglie un dominatore recente e rende la Milano-Torino ancora più esposta a una corsa tattica e nervosa, dove nessuno possiede davvero il diritto di sentirsi al sicuro. È uno scenario che aumenta il fascino dell’edizione dei 150 anni: non c’è il padrone uscente, ci sono diversi uomini in forma, e il finale di Superga tende sempre a demolire le gerarchie solo apparenti.
Dal punto di vista tecnico, la corsa continua a vivere in una terra di mezzo molto interessante. Non è una classica da velocisti, ma nemmeno una gara da puro grimpeur di grandi giri. Serve un corridore capace di reggere una lunga fase interlocutoria, leggere il posizionamento nella pianura, non sprecare troppo nella parte ondulata e poi accendersi in modo violento negli ultimi chilometri. È per questo che nomi come Roglič e Pidcock intrigano: il primo per la capacità di colpire secco sulle salite brevi ma dure, il secondo per l’esplosività e la lettura della corsa. Pellizzari, invece, rappresenta il lato più fresco e ambizioso della gara, quello che prova a trasformare il buon momento in un salto di statura definitiva.
L’edizione 2026 ha anche una profondità istituzionale che non va sottovalutata. Per celebrare il secolo e mezzo della corsa, gli organizzatori hanno affiancato alla gara una serie di iniziative culturali, tra cui una mostra fotografica al Museo Nazionale del Cinema di Torino, un Cycling Forum dedicato all’evoluzione del ciclismo contemporaneo e perfino una scalata cronometrata a Superga riservata ad amatori. Questo allargamento del racconto spiega bene perché la Milano-Torino non venga trattata come un semplice evento di calendario: è una corsa che vuole ribadire il proprio posto nella memoria sportiva italiana, proprio mentre prova a restare centrale nel presente.
Anche il livello complessivo delle squadre rafforza l’idea di una classica tutt’altro che ornamentale. Al via ci sono 21 team, tra cui 9 UCI WorldTeams, 10 UCI ProTeams e 2 Continental, con presenze come Red Bull-Bora-Hansgrohe, UAE Team Emirates XRG, Movistar, Lidl-Trek, Jayco AlUla, XDS Astana e Uno-X Mobility. Per una corsa classificata 1.Pro, è un colpo d’occhio notevole e racconta la credibilità che la Milano-Torino continua ad avere nel calendario internazionale. Quando una prova di metà marzo riesce a riunire un cast così profondo, significa che la sua reputazione non vive solo di storia.
C’è poi la questione del momento. Mentre scrivo, non risulta ancora pubblicato un ordine d’arrivo ufficiale: le fonti di riferimento indicano la corsa del 18 marzo da Rho a Torino-Superga, ma senza risultato definitivo disponibile. Questo dato, in realtà, rafforza il valore giornalistico del tema: oggi la Milano-Torino 2026 va letta soprattutto come grande snodo del presente, non ancora come fatto chiuso. È la giornata in cui si misura chi sta davvero bene dopo Strade Bianche e Tirreno, chi ha nelle gambe uno strappo da monumento e chi invece rischia di arrivare a Sanremo con più dubbi che certezze.
Ecco allora perché questa edizione pesa più del normale. La Milano-Torino 2026 tiene insieme tre piani diversi: la celebrazione di un patrimonio sportivo che parte dal 1876, il fascino tecnico di un arrivo crudele come Superga e la presenza di una startlist che restituisce alla corsa uno spessore autentico. In un ciclismo che spesso corre velocissimo anche nel consumo della memoria, questa classica fa il contrario: usa la propria storia per rendere ancora più importante il presente. Se c’è un modo giusto per arrivare a Milano-Sanremo, è passare da qui. E farlo nell’anno dei 150 anni significa entrare in una corsa che per un giorno non assegna soltanto una vittoria, ma un pezzo di racconto del ciclismo italiano.
