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Florenzi playstation
© Youtube – The Pills

L’intervista intergale di Alessandro Florenzi a Sportweek.

La storia inizia come tante: un fratello maggiore con le prime console, «e poi le bische di quartiere, quelle dove all’inizio ci sono i videogiochi, ricordo ancora il cabinato di Virtua Striker. Il primo gioco di cui mi sono innamorato, però, è stato Crash Bandicoot. La mia storia da videogiocatore è iniziata così».

Poi com’è proseguita?

«Con Pes, e il mitico Castolo centravanti nella master league. Poi è andato in calo man mano che migliorava Fifa, intorno al 2009 ho cambiato. Sempre molto calcio, ma negli ultimi anni meno, mi concentro più su altro». Non dirmi che anche tu sei caduto nel vortice Fortnite. «No, zero, non saprei da dove iniziare. Se tutti ci giocano sarà sicuramente bellissimo, però mi pare di un’altra generazione rispetto alla mia. E in questo mondo lo senti. L’altro giorno ho visto online alla play mio nipote e l’ho salutato, era in un party e parlavano una lingua che a stento capivo».

Calcio e videogames, mille storie da ritiro. Che dici, per un giocatore la Play è nociva? «No, fin quando la usi con giudizio. Se ci fai le 6 di mattina lo diventa, ma come ogni cosa. A Trigoria venivano a giocare da me Santon e Lorenzo Pellegrini, a volte ero stanco e dormivo: play, luci forti, voci, non mi fermava nulla. Per dire che a me non nuoce, anzi, aiuta a stare in gruppo».

Ecco, le famose partite in ritiro. Le vostre com’erano?
«A Call of Duty facevamo la squadra sempre noi tre e andavamo in battle royale, dalla camera soli contro il mondo. Per fortuna Trigoria ha una connessione clamorosa…».

Dì la verità: hai mai giocato una partita alla console il giorno prima di giocarla sul campo?

«Sì, certo, una volta poi ho pure segnato. Era un Roma-Samp, gol di testa…» (2-1 nel 2016, ndr).

Lo fai per scaramanzia insomma…

«No, per sfizio. Ero molto scaramantico, dopo essermi rotto due crociati lo sono meno».

C’è un compagno che non sei mai riuscito a battere?

«No, uno bravissimo però era Mirko Antonucci».

E il più malato di videogames?

«In senso buono, Santon».

E a casa? Di solito le console sono nemiche di genitori, fidanzate, famiglie…
«Serve scegliere bene i tempi: se mia figlia vuole giocare con me, ma io sto davanti alla play, sarei un cretino a starci, no? Che esempio le darei? Però magari se lei guarda i cartoni una partitella ci può scappare».

Sampaoli dava ai suoi Fifa col Cile come voleva che giocasse lui. La gente rideva, ha vinto due coppe America. Secondo te da questo punto di vista i videogames possono aiutare? «Non so. Però agli Allievi della Roma ci allenava Stramaccioni, veramente fissato coi videogames. Ci sfidava e non lo battevamo mai. Stava un’ora a farsi i suoi settaggi e aveva uno schema, che non so come gli veniva, in cui metteva la difesa a 5 ma uno di questi era una punta che a un certo punto partiva da dietro, nessuno se la marcava e arrivava in porta. Non gli ho mai chiesto come faceva…».

Le vedi le partite di calcio virtuali? Con la pandemia in corso ci sono solo quelle. Ma possono davvero fare le veci delle partite vere?

«No, il calcio non è paragonabile, le emozioni di chi sta in campo non le simuli. Un atleta è energia… hai presente un tackle di Gattuso? Ecco, quell’energia la vedi, la percepisci, ti dà un feedback emotivo…. Un tackle virtuale è la pressione di un tasto, stop. Ciò non toglie però che gli esports siano una bella forma di intrattenimento. E in un momento come questo, aiutino».

Appunto: in pieno lockdown anche per voi questo è l’unico pallone che rotola…
«Noi calciatori siamo competitivi, in tutto. E ultimamente ho ripreso a giocare a Fifa, sai perché? Perché vincere lì mi dà un centesimo rispetto alla partitella in allenamento, ma mi dà comunque competizione: mi accende la fiamma, mi scatta quella molla che dici: questa la devo vincere. La stessa molla che ho quando vado al campo e voglio essere il migliore, e che ora mi manca».

Doveva partire la Serie A virtuale, è saltata pure quella. Ma tu ci credi nei campionati paralleli?
«Credo che ora il seguito del calcio vero possa dare molto di più al movimento virtuale che non viceversa. Però gli esports sono una realtà emergente, tangibile, e gli sponsor ci investono molto proprio perché se ne stanno accorgendo. Io nella mia attività imprenditoriale lo vedo…».

Appunto, parliamone. Da un po’ di tempo tu e De Rossi siete diventati soci dei Mkers. «Tra i migliori team italiani, e in Europa sta crescendo. E sono una realtà importante non solo per i profitti che contiamo di trarne, ma per il movimento che abbiamo visto nascere attorno».

Spiegacelo. Perché quando si parla di atleti ed esports uno fa un’equazione mentale facile: gli piacciono i videogiochi, ha tanti soldi, e lì li mette. «Metti da parte la passione. Un giorno sono andato a una partita di uno dei Mkers: palazzetto da 12 mila posti pieno, mi sono detto: “Ma de che stamo a parlà, questi giocano alla Play”. A casa scopro che ce n’erano oltre centomila su Twitch. Poi vedo la finale di League of Legends: 750 mila persone online, ogni 3’ una pubblicità. E io ‘ste cose ora comincio a vederle…».

Quali cose?

«Pare una cavolata, ma quando guardo un film mi cade l’occhio su cosa inquadrano: se c’è il primo piano di una bibita, quella marca ha messo soldi per quello spazio. E se sei lungimirante e vedi come va questo mondo, capisci che potrebbe arrivare a darti anche più del calcio. Se succederà non sarò stato bravo solo io ma anche i miei consulenti Max Sardella e Luca Beccaceci nel capire la portata del fenomeno e investire quando valeva meno. Ora c’è la eSerie A, un giorno magari le squadre ci chiederanno il giocatore per vincerla…».

Ci sarà pure il mercato dei videogiocatori?
«E perché no? Esempio: io e te prendiamo un ragazzino di potenziale a League of Legends e ci investiamo, tra 5 anni magari sarà un top player, una squadra estera ce lo chiede e deve pagare».

Ma si fa ancora confusione tra videogames ed esports, magari uno pensa che sia roba per chiunque….

«Senti, è come vedere una partita di calcetto. Con tutto il rispetto, se giocano Florenzi e altri pro è un conto, con ragazzi presi a caso un altro. Certo, i gol pure quelli li fanno, ma il livello è differente. Lo stesso vale per gli esports. Lo conosci Prinsipe (Paolucci, player dei Mkers, ndr)? Ho fatto una partita con lui e non ho passato la metà campo. E poi mi ha detto di aver giocato al 5% delle sue possibilità».

 
 

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