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Massimilano Sambugaro, per gli amici Max, è un ex calciatore dilettante che a suo dire non è mai riuscito ad arrivare a grandi livelli per via di sfortuna (infortunio al ginocchio precisamente), in concorso di colpa con la fama di “giocoliere” di cui lui stesso forse oggi un po’ si pente – «È stata la mia pecca» -, ma che invece, al tempo dei social, ha fatto la sua fortuna.

Non avendo mai sfondato è diventato il classico “calciatore di categoria”, la Serie D al nord era affar suo. Oggi però, in molti gli hanno dedicato attenzioni tra le varie testate giornalistiche, molte della sua stessa regione (il Veneto; nda), ma anche qualcuna di stampo nazionale, come Gianluca Di Marzio. Ma nessuna di queste ha mai cercato di spiegare chi è realmente Max Sambugaro: un uomo normale, che al principio della conversazione ti dice “dammi del tu“, e che ha fatto delle sue pecche i suoi punti di forza, affinando un’antica filosofia per renderla comprensibile alla modernità.

Se abbiamo capito bene, la sua filosofia è che la tecnica, o il gesto tecnico anche scenografico, sia utile alla causa, ma soprattutto va allenato e non lasciato al caso. Ma per capire chi è, partiamo proprio dal principio e da qualche informazione utile a capire chi è, non solo l’uomo, ma anche lo sportivo.

Ecco la nostra intervista completa a Max Sambugaro.

Di quale squadra sei tifoso?

«Tifo Milan, è di famiglia.»

Calciatore preferito?

«Zico era Zico. Era il mio preferito quando ero bambino, il mio idolo, poi è venuto fuori Maradona. Era una roba pazzesca, forse anche più di Messi.»

Il migliore con cui hai giocato?

«Ho giocato con tanti calciatori, anche con qualcuno che poi è arrivato in Serie A. Massimo Paganin, Carlo Nervo, che poi è anche stato capitano del Bologna.» – Quello di Baggio? – «Esatto!»

Spesso hai parlato di Djalma Santos, però in che modo ha influito su di te e sulla tua filosofia?

«Ero il suo pupillo, e certe cose le ho imparate da lui, ma non a parole… vedendole! […] Giocava con Pelé, e quel Brasile lì, giocava la Ginga (il passo base della Capoeira, che adattato al calcio si è trasformato nel giocare senza far toccare terra la palla; nda), un gioco altamente spettacolare. All’epoca (fine anni ottanta, inizio novanta; nda) ho visto cose che poi ha fatto Ronaldinho. Io ero così già da bambino, affascinato dai brasiliani e dal loro gioco, e lui mi ha preso come suo “allievo”. Mi insegnava a colpire di tacco in un’epoca dove gli allenatori ti cacciavano fuori se la colpivi così. Ma lui insegnava mille modi di colpire di tacco, non un modo solo.»

Foto da un articolo del Guerin Sportivo nel 1987 – © Facebook

Ti sei sempre e solo dedicato al calcio, o fai anche altro nella vita?

«Quando giocavo a calcio, era di quello che vivevo. […] Adesso sono due anni che sono allenatore di tecnica nel settore giovanile del Cittadella, ma lavoro anche in contabilità in una ditta dalle mie parti. Non puoi fare solo l’allenatore delle giovanili. Poi ho anche avviato un scuola personale di tecnica, sta andando molto bene.»

Tante squadre e tanti stadi, quali ti hanno lasciato il segno?

«Ho giocato in quasi tutte squadre nazionale dilettanti, ma se devo dire una su tutte, dico il Giorgione, oggi gioca in eccellenza ma è stata anche in Serie C. Lo stadio dico quello del Porto Gruaro, avendo giocato anche lì. Un velodromo, come tanti nel veneto. É così anche quello del Treviso, su cui ho giocato, stadio che ha visto anche la Serie A.»

Perché, secondo te, non sei mai riuscito ad arrivare a grandi livelli?

«A 17 anni ho fatto un provino con la Primavera del Torino, parliamo dell’anno del Mondiale in Italia. Si allenavano al Filadelfia, lo stadio del Grande Torino. Sono stato uno degli ultimi fortunati ad averci giocato sopra. Il Torino non mi ha preso e ho deciso così di giocare vicino casa. Poi mi è sempre piaciuto giocare alla brasiliana, forse è stata la mia pecca, agli allenatori dell’epoca non piaceva. Rifarei comunque tutto ugualmente. Anche se in verità, poi c’è stata un’altra opportunità: mi volevano in C. Però poi mi feci male al ginocchio, e recuperare a quei tempi non era come oggi. […] Djalma mi diceva sempre: “Se stavi in Brasile facevi carriera”.»

Quando hai deciso di darti al freestyle?

«Non mi piace quando mi definiscono “fresstyler”. Ti prendo ad esempio Ronaldinho, il suo modo di palleggiare era spettacolare, però da calcio. Quelli che fanno 2000 giri con le ginocchia non mi piacciono. A me piace che si veda la qualità del tocco. Comunque per me resta solo un modo divertente per migliorare la tecnica.»

… e ai social?

«Ho iniziato per gioco, come quella cosa di Messi.»

Appunto, su Messi ne hai parlato con tante persone, ma spiegaci meglio

«Un sponsor (una nota azienda italiana di sportswear; nda) delle mie parti, mi chiese di fare il “camino Messi” fino a Torino, una sorta di camino di Santiago per incontrarlo. Era Aprile 2017, c’ho messo 11 giorni ed ho percorso la media di 35 km al giorno. Ho perso 8 kg. L’ho incontrato poi 5 mesi dopo, il 21 Novembre 2017 mi chiama il responsabile Marketing del Barcellona, che mi dice “vieni giù che ti facciamo conoscere Messi”. Non ci credevo. E qui troviamo anche il perché dei video di tecnica, me lo consigliarono i miei ragazzi, pensavo mi prendessero in giro.»

© Facebook

E invece?

«Poi sono stato anche in televisione in Spagna, mi hanno chiamato dalla Francia. Non me lo aspettavo!»

Oltre Messi hai incontrato tante personalità del mondo del Calcio. Chi ti è rimasto impresso?

«Ho conosciuto Baggio, ho palleggiato con Pierluigi Pardo, ma la storia di Messi è unica.»

Oggi allena i giovani, cosa consiglia loro?

«Consiglio di cercare sempre di non esagerare col freestyle, anche se a volte ci sta. Ma soprattutto di allenarsi tanto da soli, perché per quanto possa essere bravo l’allenatore della propria squadra, da solo non può bastare. Noi da ragazzini giocavamo in strada e questo formava anche la tecnica individuale, ai ragazzi di oggi manca questa cosa qui. Per questo gli dico di allenarsi da soli, per migliorare. Lo fanno anche quelli di Serie B (si riferisce ai calciatori del Cittadella nda), che son sempre lì, ad allenarsi per i fatti loro.»



 
 

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