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Non era il migliore, però nessuno come lui sapeva convincere gli altri di esserlo. Tanto per dire: Fulvio Bernardini gli fu superiore in fatto di tecnica e di tattica, e gli soffiò pure uno scudetto nello spareggio del 1964, però Helenio Herrera, rispetto ai colleghi, aveva un’incredibile capacità di sedurre e ammaliare il pubblico, e su questa dote costruì la sua fortuna. Lo chiamavano il Mago perché in quest’uomo, nato a Buenos Aires il 10 aprile di 110 anni fa, c’era davvero qualcosa di magico: un misto di saggezza e di stregoneria, di furbizia e di studiata cialtroneria che è impossibile spiegare se non con gli esempi. Tutte qualità, o virtù, che lui sapeva dispensare con metodo al popolo adorante, e il risultato era che il popolo, sempre desideroso di ascoltare una voce potente che gli indichi la strada della salvezza, lo amava ancora di più.

Indro Montanelli, che lo incontrò diverse volte e ne seguì la sua carriera in Italia, scrisse: «Herrera non parla. Sentenzia. Come i profeti e gli apostoli, si esprime per massime e versetti, che non conia solo per i giuocatori, anche per se stesso». Tacalabala!, Vamos a ganar!, fino all’impareggiabile manifesto di un esasperato egocentrismo: «Che cosa sarebbe il calcio senza di me?».

Se sull’influenza di Helenio Herrera nella storia del calcio si può discutere, una cosa è invece certa: il mestiere dell’allenatore moderno, perlomeno così come lo conosciamo oggi, lo inventò lui. Dai presidenti, e Angelo Moratti senior se ne accorse ben presto, pretendeva che non interferissero nelle questioni tecniche e che allargassero i cordoni della borsa: il Mago chiedeva il triplo dello stipendio che veniva elargito al giocatore più importante e il doppio dei premi. E poi voleva carta bianca sul mercato. Venuto al mondo nella povertà di un quartiere di Buenos Aires e poi cresciuto in mezzo alla polvere di Casablanca, conosceva il valore del denaro e gli dava un’importanza suprema nella vita: più ti pagano, più ti rispettano.

Prima di lui i giocatori contavano molto di più degli allenatori. Dopo, no. Prima di lui un campione poteva permettersi d’influenzare o addirittura di dettare la formazione da mandare in campo. Dopo, no. Il suo era un metodo dittatoriale, su questo non c’è dubbio, e se questo aspetto non è stato sufficientemente evidenziato è dovuto al fatto che Herrera vinse parecchio, e i successi, si sa, nascondono tutto e fanno apparire bello e piacevole anche ciò che, invece, bello e piacevole non è. Sbarcò all’Inter nell’estate del 1960 e, dall’anno dopo, si trovò di fronte il suo esatto contrario, cioè la faccia bonaria e lo spirito arguto di Nereo Rocco che al Milan faceva del dialogo, della condivisione con i giocatori, della pacca sulla spalla e della saggezza popolare i suoi punti di forza. Rocco definiva Helenio Herrera Habla Habla, prendendo spunto dalle sue iniziali, e con lui ingaggiò memorabili battaglie retoriche che regolarmente riempiva- no le pagine dei quotidiani: era il tempo in cui Milano era la capitale del calcio, i meravigliosi anni Sessanta.

Herrera vinse tutto sulla panchina dell’Inter, ma non lo fece subito. I suoi primi due anni in nerazzurro furono deludenti, tanto che il presidente Moratti pensò addirittura di sostituirlo e si accordò con Edmondo Fabbri. Ma dopo il Mondiale del 1962, durante il quale il Mago guidò la Spagna, ci fu la pace e lì cominciò la grande cavalcata.

Gianni Brera, che di Moratti era un ascoltato consigliere, suggerì a Herrera di abbandonare le sue idee di calcio spettacolo, offensivo, tutti all’attacco e via, e gli disse che in Italia si vinceva grazie alla difesa. Il Mago, che era sì presuntuoso ma non fino all’autolesionismo, capì che qualcosa doveva cambiare. Organizzò la squadra su una retroguardia tanto solida quanto impenetrabile, con Picchi nel ruolo di libero. A Suarez chiese lanci lunghi e precisi e al giovane Mazzola e Jair si affidò per le scorribande in contropiede. Era il catenaccio portato ai massimi livelli. Altre squadre già lo adottavano, ma erano squadre di provincia e non facevano notizia. Quando invece l’Inter, grazie a quel modulo, conquistò l’Italia, l’Europa e poi addirittura il mondo, allora tutti parlarono di catenaccio.

E Herrera, ovviamente, se ne intestò l’invenzione spiegando che lui lo aveva adottato quando era ancora un modesto difensore in Francia. D’altronde, poteva perdersi un’occasione simile uno che fece dell’autopromozione il primo dogma della sua esistenza? Nel proclamarsi il migliore, e nel farsi bello davanti alla gente anche a costo di raccontare qualche bugia, il Mago era davvero insuperabile. Tanti auguri al primo degli allenatori moderni.

© stadiosport.it
 
 

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