Manlio-Scopigno
 

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Quando, su ordine del presidente Luigi Goldoni, il fattorino del Bologna gli consegnò la lettera di licenziamento, lui la lesse e sibilò: «Ci sono due errori di sintassi e un congiuntivo sbagliato». In questo episodio, che risale all’autunno del 1965, c’è tutto Manlio Scopigno, l’uomo che pensò e costruì il Cagliari dello scudetto.

Anticonformista, dissacrante, talvolta velenoso nei giudizi, ma sempre sincero. Estremamente sincero, così da essere considerato un rompiscatole: «Chi si crede di essere, quello lì?». Dicevano che avesse un brutto carattere. Molto più semplicemente, invece, aveva un carattere, cosa tutt’altro che scontata in un uomo, e a questo carattere si piegava senza riuscire a dominarlo e a nasconderne le asprezze come avrebbe fatto un raffinato diplomatico.

Lui, del diplomatico, non aveva (e non voleva avere) nulla. Poteva essere sgradevole come il rumore delle unghie che raschiano il muro, o duro come la carta vetrata. Poteva arricciare il pelo al modo dei gatti, o ingobbirsi in forma di difesa. Facile non era, questo è certo. Però era un uomo vero, e non è un caso che abbia stabilito un rapporto speciale con un altro personaggio della sua razza: Gigi Riva. Leggi l’intervista a Gigi Riva.

UN AEREO SU BOLOGNA

Un giovane cronista bolognese, anni dopo l’episodio del licenziamento, lo andò a trovare quando allenava il Cagliari e il suo nome finiva regolarmente nella lista dei desideri di tanti presidenti. Gli chiese se gli sarebbe piaciuto tornare sotto le Due Torri, magari per fare pace, magari per tentare l’impresa del riscatto. Scopigno fissò il ragazzo con il taccuino in mano e pronunciò la sua sentenza: «Scriva pure che a Bologna ci tornerei volentieri, ma con un aereo da bombardamento».

Lo chiamavano il Filosofo, perché aveva studiato Platone, Aristotele e tutti gli altri pensatori, si era iscritto all’università e non aveva terminato il corso soltanto perché a Rieti gli diedero la possibilità di diventare allenatore, dopo che la carriera si era interrotta per un brutto infortunio al ginocchio. In principio fece il doppio lavoro, proprio lui che un gran lavoratore non era: allenatore e giocatore. Dopo Rieti, l’esperienza di Vicenza. E poi, digerita la delusione di Bologna (esonerato dopo cinque giornate di campionato), l’occasione di Cagliari. Era l’estate del 1966. Lì incontrò il giovane Riva, gli parlò, ne ascoltò paure e desideri e, infine, si convinse che soltanto aggrappandosi al talento di questo attaccante avrebbe potuto raggiungere ciò che, in lui, era ancora soltanto un sogno.

Per prima cosa programmò gli allenamenti al pomeriggio, giacché Riva, la mattina, amava dormire fino a tardi. E poi, sulla classe di questo ragazzo, disegnò la squadra, pezzo dopo pezzo, come se fosse di fronte a un puzzle. Scopigno aveva la pazienza di un giocatore di poker, nonostante il carattere fumantino. Amava le sigarette e il whisky, e dietro il fumo che volava via nascondeva, giorno dopo giorno, una piccola scoperta.

Il suo Cagliari era una squadra moderna, tutti sgobbavano e correvano, ben diversa dall’Inter del Mago Herrera (Leggi l’articolo) o del Milan di Rocco che avevano spopolato negli anni Settanta. In un certo senso, senza azzardare paragoni che è sempre difficile fare, era un piccolo Ajax, e Riva era il suo Cruijff.

LICENZIATO PER UNA PIPÌ

Tuttavia, siccome le cose semplici a Scopigno non si confacevano, ecco arrivare un brusco stop. Nell’estate del 1967, durante una tournée negli Stati Uniti, tutto il Cagliari venne invitato all’ambasciata italiana a Washington. Si tirò tardi, si bevve parecchio e a un certo punto della serata Scopigno chiese dove fosse il bagno. Per scherzare qualcuno, anziché indicargli il posto dov’era la toilette, gli disse che poteva tranquillamente servirsi delle aiuole del giardino. Scopigno, non molto lucido, non si fece pregare, andò sul prato e, sbottonatosi i pantaloni, si liberò. Il problema fu che un fotografo immortalò il gesto e l’immagine rimbalzò velocemente in Italia dove il presidente e i dirigenti del Cagliari, terribilmente imbarazzati e preoccupati che ne venisse fuori un caso politico, furono costretti a prendere provvedimenti. Risultato: Scopigno fu licenziato. Unico caso nella storia del calcio di un allenatore esonerato per aver fatto pipì nel giardino di un’ambasciata. Anche da questo episodio si coglie la straordinarietà del personaggio.

IL POVERO GUARDALINEE

Dopo un anno di riposo, cosa che non gli dispiacque affatto, il Cagliari lo richiamò e fu allora che Scopigno compì l’impresa. Nel 1969 raggiunse il secondo posto e nel 1970 lo scudetto. Ma sempre a causa del suo brutto carattere, anzi del suo carattere e basta, vide il trionfo non in panchina, ma dalla tribuna in mezzo agli spettatori: l’allenatore, nel dicembre precedente, si era infatti beccato cinque mesi di squalifica per aver apostrofato con parole non proprio degne di un filosofo un povero guardalinee la cui unica colpa era quella di coprirgli la visuale. Poco male se non aveva potuto festeggiare sul campo dell’Amsicora: si rifece la sera bevendo assieme a tre amici dodici bottiglie di champagne. Non si conobbe mai il numero delle sigarette fumate dalla combriccola nell’occasione, ma si seppe che il tabaccaio, il giorno successivo, tenne chiusa la bottega.

 
 

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