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Panatta e Bertolucci contro la dittatura cilena

 

Il rosso era il colore dell’opposizione a Pinochet, il colore che le donne portavano nelle piazze, il colore della protesta, del coraggio e del sangue. Donne i cui figli, fratelli, padri o mariti erano stati torturati, uccisi, cancellati. Era semplicemente un segnale, volevo testimoniare in qualche modo la mia vicinanza e la mia solidarietà al popolo cileno […] Io e Paolo decidemmo di farlo e basta. Se la stampa se ne accorse e non lo scrisse è molto grave, se non lo capì è stato anche peggio”.

La Coppa Davis 1976 fu la 65ª edizione della massima competizione per nazionali di tennis, e fu condita da un bellissimo gesto di ribellione contro una dittatura che era comunque lontana dall’immaginario collettivo italiano, ma non dagli ideali politici, sempre in fermento in quegli anni.

Coppa Davis del 1976: il cammino dell’Italia

L’esordio in Davis è piuttosto agevole, due successi per 5-0 contro Polonia e Jugoslavia. A luglio a Roma arriva la Svezia; Borg, fresco vincitore del suo primo Wimbledon, dà forfait e l’Italia si lancia verso la finale europea, contro gli inglesi, cui spetta la scelta della superficie. Prevedibilmente optano per l’erba. Si gioca nella cattedrale del tennis: il capitano azzurro, Nicola Pietrangeli, preferisce Tonino Zugarelli a Corrado Barazzutti. La scelta è vincente. Zugarelli vince su Roger Taylor, Panatta supera John Lloyd e, dopo la sconfitta in doppio nonostante tre match point sprecati e un quarto set-maratona, dà all’Italia il punto decisivo su Taylor.

A settembre, per la semifinale dell’Inter-zona c’è da affrontare l’Australia di John Alexander e John Newcombe, che forma anche una formidabile coppia di doppio con Tony Roche. Barazzutti batte Newcombe, Panatta perde da Alexander. Il doppio è azzurro, senza troppe difficoltà. Ma Alexander supera Barazzutti, Panatta deve aspettare il lunedì per vincere il suo singolare con Newcombe, sospeso per oscurità.

La finale diventa un affare di Stato.

C’è subito da sottolineare che l’Italia era una squadra ricca di talento individuale ma povera di spirito di corpo, divisa tra due fazioni con Panatta e Bertolucci da una parte e Barazzutti e Zugarelli dall’altra: “Negli spogliatoi i due clan occupano panche opposte, negli allenamenti una coppia corre in un senso, l’altra nel senso contrario. Non esiste la fratellanza, non c’è neppure l’amicizia, ci sono però la forza e l’equilibrio tecnico”. I ragazzi sono ancora acerbi caratterialmente: “Sono estrosi, umorali, discontinui, spesso si imbizzarriscono, pestano i piedi nell’acqua delle loro qualità e la trasformano in fango”.

Per cercare di dare un’anima a questo gruppo, viene nominato capitano il più forte tennista italiano di sempre e personaggio di grande polso: Nicola Pietrangeli. La sua determinazione e la sua incrollabile volontà di portare l’insalatiera in Italia saranno una delle carte vincenti di tutta la Coppa Davis italiana del 1976. A Franco Evangelisti, braccio destro di Andreotti che gli ha appena comunicato la contrarietà del Premier alla trasferta cilena, Pietrangeli risponde molto nettamente: “Ah sì? Allora di’ al tuo presidente che mi deve togliere il passaporto perché io ci vado lo stesso”.
 

Così il Governo Andreotti preferì non schierarsi del tutto, e lasciare la decisione al CONI, che a suo volta si affidò al parere della Federazione. La Federazione, che aveva da poco nominato Paolo Galgani nuovo presidente, aspetta di vedere da che parte tira il vento e alla fine si fa convincere da Enrico Berlinguer, l’ideatore dell’euro-comunismo.

«Paolo, oggi ci mettiamo le magliette rosse».

ll 18 dicembre 1976 è in programma il doppio della finale di Coppa Davis tra Cile e Italia. Adriano Panatta e Paolo Bertolucci entrano nel bollente catino di Santiago con indosso una maglietta rossa fiammeggiante, sfidando sportivamente il regime di Pinochet.

Non si trattava più di una semplice partita di tennis per gli azzurri; era ormai una situazione che passava sopra le loro teste e la loro volontà ma che, tuttavia, affrontarono con la qualità che contraddistingue gli uomini con la schiena dritta: la determinazione.

Panatta Coppa Davis 76
© Panorama

La storia della finale

Non hanno molte speranze, i sudamericani, ma l’entusiasmo è altissimo, tanto che la capienza dello stadio viene aumentata da quattromilacinquecento a seimila spettatori. C’è anche Renato Vallanzasca, che dovrebbe essere latitante. Ma il bel Renè, secondo quanto afferma il giornalista Mario Campanella dopo una serie di interviste nel carcere di Voghera, si imbarca a Parigi sotto falso nome per trattare con le autorità cilene una latitanza mai concretizzata.

Luis Ayala, capitano del Cile, fa giocare Jaime e Alvaro Fillol, Patricio Cornejo e Belus Prajoux Nadjar. Chiama anche il giovane Juan Pedro Hans Gildemeister, che aveva fatto molto bene poche settimane prima in un torneo internazionale a inviti a Santiago (semifinale in singolare, vittoria in doppio con Cornejo. In tabellone anche Alvaro Fillol, fuori al secondo turno, ma vittorioso al primo su Bertolucci).

Nel primo singolare, sotto gli occhi dell’arbitro unico, l’argentino Enrique Morea, che dirige tutte le partite con la coppa sempre al fianco, Fillol parte meglio con Barazzutti, che va sotto prima 0-4 poi 3-5 nel primo set, ma chiude 7-5. La regolarità dell’azzurro ha la meglio: finisce 7-5 4-6 7-5 6-1. Non c’è storia tra Panatta e Cornejo: 6-3 6-1 6-3 e due terzi di coppa prendono la via dell’Italia.

Quella del doppio, per tradizione, è la giornata della presentazione ufficiale: scambio di gagliardetti, inni nazionali. Sugli spalti non c’è un posto libero. Panatta convince Bertolucci, un po’ restio inizialmente per timori di possibili ritorsioni, a iniziare in rosso. Il cambio cromatico sembra, però, non funzionare. I cileni danno tutto, e vincono facile il primo set. Ma secondo e terzo sono italiani.

Dopo il riposo Italia avanti 5-3, 40-0, servizio Panatta. Paolo sbaglia il primo match point, Filiol e Cornejo annullano secondo e terzo. La tensione è al massimo. Altro match point: servizio profondo e risposta a rete di Fillol. Dopo tre ore di battaglia e paura, è finita. La prima Davis italiana diventa realtà. Dopo la pausa, alla fine del terzo set, Panatta e Bertolucci si erano cambiati, abbandonando la maglietta rossa.

Quella sul Cile sembrò una vittoria da archiviare presto. Questo, probabilmente, il fatto che ancora oggi amareggia i nostri azzurri: “Al nostro rientro in Italia fummo ignorati, il Cavalierato ci venne consegnato quasi di nascosto, come se la nostra vittoria fosse stata una vergogna, come se fossimo tornati stringendo una coppa rubata”.

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