Ferrari
 

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La situazione sportiva creatasi per via della pandemia, sta mettendo in difficoltà anche uno degli sport più ricchi della Terra. La Ferrari, azienda italiana che fa scuola al mondo, non solo della Formula 1, come tante altre si trova di fronte ad un bivio. La sola Divisione Sportiva della “Testa Rossa” ha oltre 1200 dipendenti, con un tetto spese di 145 milioni di dollari, poco più di 130 milioni di euro: o lascia a casa personale – col rischio che molti tecnici finiscano per irrobustire la concorrenza – o si tuffa in altri progetti agonistici. L’intenzione della scuderia italiana è chiara, e l’ha lasciata intendere qualche settimana fa lo stesso Mattia Binotto, team principal, in un’intervista al tabloid britannico The Guardian.

Un’ipotesi per la scuderia di Maranello potrebbe essere la 24 Ore di Le Mans, nella quale, con 9 vittorie assolute e 27 di classe, è predominante assoluta, la decisione poi di introdurre un regolamento che prevede motori ibridi e un serio contenimento dei costi (solo 40 persone per gestire due macchine e un budget annuale di 20 milioni di euro) è ovviamente allettante.

Oltre alla F1, il Cavallino può muoversi in uno scenario piuttosto ristretto: un Mondiale di durata, il Wec (World Endurance Championship; n.d.a.) dedicato alle auto Prototipo e Gran Turismo, ma che si sta predisponendo anche alle Hypercar, oppure la IndyCar

Ferrari 375
© www.ferrari.com

L’IndyCar è molto affascinante ma nasconde delle problematiche: per contenere le spese, da anni ha un unico fornitore di telaio, l’italiana Dallara, con cui ha un contratto fino al 2022. «Non siamo noi che decidiamo, ma gli organizzatori – spiega Andrea Pontremoli, a.d. Dallara, di fronte all’eventualità di una apertura americana alla Ferrari –. L’orientamento è di continuare con la singola fornitura di telaio, ma si sta invece lavorando per avere più motoristi, 3 o 4 contro i due di oggi (Honda e Chevrolet; n.d.a.)».

Una Ferrari in America come sola fornitrice di propulsori? «Sarebbe bello – spiega Mario Andretti, icona delle corse Usa – ma preferirei una sfida telaistica tutta italiana, Dallara- Ferrari». L’italo americano che ha vinto il Mondiale 1978 con la Lotus, ma ha corso per Maranello al volante degli Sport Prototipi e in F.1, conquistando il GP del Sud Africa al debutto nel 1971, è stato testimone oculare della voglia di Enzo Ferrari di affermarsi a Indianapolis.

Il passato della Ferrari ad Indianapolis

Ci aveva provato senza successo nel 1952 con una 375 (Ascari si ritirò dopo 40 giri) e nel 1956 con la 555 Special modificata da Chinetti per Farina. «Ricordo quando Ferrari e il d.t. Forghieri mi presentarono il disegno di una Formula Indy nel 1971, avevano anche tratteggiato il pilota che aveva il mio… naso. Poi, mi dissero, era intervenuto Gianni Agnelli in persona a bloccare il progetto, voleva che la Ferrari si concentrasse sulla F.1». Cinquant’anni dopo la storia potrebbe ricominciare? «Avere la Ferrari sarebbe incredibile – dice Andretti, 80 anni, vincitore della Indy 500 nel 1969 e della Champ Car 1984 – farebbe crescere l’interesse per la categoria ma c’è l’ostacolo dei regolamenti. Suggerisco a Binotto di venire e proporre un’idea a Roger Penske». Lo sbarco della Ferrari a Indy senza specifiche conoscenze non turba Andretti. «Si possono ingaggiare un paio di specialisti e oggi con i computer non ci sono più segreti: potrebbe gareggiare con una propria squadra e vendere telai ad altri. Al team di mio figlio? Michael sarebbe aperto all’operazione».

 
 

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