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INNAMORATO DEL PALLONE («MA NON DEL BUSINESS»), L’EX DIFENSORE ARGENTINO DI LAZIO E ATALANTA OGGI GESTISCE UN NEGOZIO DI UTENSILI NEL SUO PAESE. COL PADRE E LA MOGLIE

I tempi in cui le giornate erano scandite da allenamenti e partite, per Leonardo Talamonti, sono finiti da un po’: «Ora mi sveglio alle 7, apro la mia ferramenta e chiudo intorno alle 20». Il 38enne ex difensore argentino, in Italia con le maglie di Lazio (una stagione) e Atalanta (cinque), dopo il ritiro nel 2018 ha abbandonato il calcio professionistico per dedicarsi alla sua nuova attività ad Alvarez, 30 chilometri da Rosario: «Otto anni fa, quando ancora giocavo, ho comprato questa ferramenta nel mio paese. Inizialmente ci lavorava solo mio padre, ora è un’attività familiare: lui va in giro con il furgone, mia moglie è in ufficio, alcuni amici lavorano come tecnici e io faccio un po’ di tutto». Non è un caso che abbia scelto proprio la ferramenta. «Mi ha sempre affascinato quest’attività. Mi piacevano i motori, aggiustare le cose, vedere una saldatrice all’opera. Perciò quando è nata l’occasione di rilevarla, non me la sono fatta scappare». Lo racconta a Sportweek.

Talamonti
© Sportweek

LO VOLEVA LOTITO

Il calcio però non è del tutto scomparso dalla sua vita: «Tre volte alla settimana alleno la Union de Alvarez. Lo faccio per divertimento, perché mi piace ancora questo sport. Quello che non mi piace è il calcio moderno, con tutti gli interessi che ci girano attorno. A quel mondo ho detto basta». Quando spara a zero sul “business”, Talamonti parla per esperienza personale: «In Sudamerica, fino a pochi anni fa, si potevano fare cose strane. Il cartellino di un calciatore poteva appartenere a procuratori o agenzie, oltre che alle società di calcio. Per anni sono stato di proprietà di due procuratori che hanno fatto solo i loro interessi. Dal Rosario Central sono andato in prestito alla Lazio, era il 2004. Lotito voleva acquistarmi, ma gli agenti non erano della stessa idea. Ne ho sofferto tantissimo».

BERGAMO E LA LAZIO

Così, dopo solo una stagione in biancoceleste, Talamonti va prima al River Plate e poi all’Atalanta. Qui cambia la sua storia: «Devo ringraziare i Ruggeri per aver messo fine a un incubo, comprando il mio cartellino. Bergamo per me è stata l’esperienza perfetta, ho amato tutto: città, società, gente. Vedere questa comunità soffrire così tanto per il coronavirus fa davvero male, ma so come sono i bergamaschi e non molleranno. Lì ho lasciato tanti amici, che per fortuna stanno bene». La sua esperienza in nerazzurro, durata 5 anni, va a corrente alternata: «All’inizio ho fatto tanta panchina, poi sono diventato titolare. Ho lottato tanto per farmi notare, ma poi mi sono infortunato e ci ho messo un po’ a ritornare in campo».

MAESTRO DELNERI

In Lombardia Talamonti ha a che fare con molti allenatori, ma ha ben chiaro chi ha avuto su di lui un impatto decisivo: «Gigi Delneri. Mi ha insegnato la fase difensiva come nessun altro, attraverso metodi semplici ma fondamentali. E i suoi concetti, primo fra tutti la linea difensiva alta, sono gli stessi che applico ora alla Union Alvarez».

Non solo allenatori. Per due stagioni (una a Roma, l’altra a Bergamo) condivide lo spogliatoio con Simone Inzaghi: «Un personaggio straordinario, simpaticissimo, tra i migliori compagni che abbia mai avuto. Lo ascoltavo sempre con attenzione, ma devo essere sincero: non mi aspettavo che sarebbe diventato un allenatore così bravo. L’ho sempre visto come un ottimo secondo. Sono contento per lui». Innamorato del calcio come sport, ma deluso dal “sistema”, Talamonti potrebbe presto avere di nuovo a che fare coi professionisti. «I miei due figli, Alessio e Matteo, giocano entrambi. Il primo, il più grande, è un attaccante, il più piccolo un regista. Li lascerò liberi: se vorranno fare i calciatori li sosterrò. Se no, pazienza». D’altronde c’è sempre una ferramenta da mandare avanti.

 
 

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