Wimbledon
 

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I colori di Wimbledon, quelli presenti nel suo stemma e nell’immaginario, sono il verde scuro e il viola. Una combinazione strana che in certo modo ricordano dei cioccolatini inglesi alla menta dal nome “after eight”, che sono anch’esse una strana combinazione di sapori ma che, superato il primo momento di sorpresa e cautela, non risulta sgradevole. Ricorda anche un po’ il tennis stesso: uno sport con un regolamento e un punteggio strani, ma che alla fine ti prende e ti affascina. Forse bisognerebbe approfondire un po’ la sociologia britannica, ma è un argomento troppo vasto.

Segnaliamo solo che c’è un terzo colore aggiunto a Wimbledon, ed è il bianco. Questo colore non è solo presente nelle linee che delimitano i campi, ma soprattutto nell’abbigliamento dei tennisti. Ai tennisti è richiesto dal regolamento di vestire di bianco o, modernamente, “principalmente di bianco”, ma perché?

La ragione è, come in molti aspetti legati a Wimbledon, la tradizione. A volte si è parlato di Wimbledon come di un torneo antiquato, ancorato alle sue tradizioni. Ma non è proprio così: Wimbledon è la Cattedrale del Tennis e ha mantenuto la sua supremazia, sia simbolica che reale, sugli altri tornei per quasi un secolo e mezzo, e questo non si ottiene essendo fondamentalisti. Si ottiene – almeno Wimbledon ci è riuscito – tenendo sempre presenti queste tradizioni ma facendole evolvere. Non di rado anche con il denaro: quando la televisione a colori arrivò a Wimbledon, ad esempio, i contratti dovettero essere rinegoziati per far sì che il torneo cambiasse le palle bianche con le palle gialle, che avevano un migliore contrasto televisivo.

A volte si parla con un certo sarcasmo di queste usanze di Wimbledon, ma il fatto è che quando è arrivata la pandemia, un solo torneo al mondo aveva un’assicurazione per questa eventualità: Wimbledon. La Cattedrale è anche un modello di gestione. Come molti tornei inglesi, leggasi FA Cup.

Federer wimbledon
© tennisworlditalia.com

Così, la tradizione di Wimbledon riguardo all’abbigliamento è che sia di colore bianco, anche se i dettagli sono negoziabili. È proprio il fatto che questa tradizione sia mantenuta a dare importanza alle sue variazioni: di solito i marchi lanciano linee “speciali” per Wimbledon, che acquistano valore proprio perché sono “le divise di Wimbledon”, e tutto ciò che avviene all’interno dei confini dell’AELTC (All England Lawn Tennis and Croquet Club, il club che organizza il torneo, ndr) ha più importanza rispetto a ciò che accade in qualsiasi altro torneo.

Il tennis, e non lo sci, era originariamente chiamato lo ‘sport bianco’ e lo era a causa dell’abbigliamento dei suoi partecipanti. Non solo i giocatori: anche al pubblico veniva richiesto un protocollo d’abbigliamento, e non solo a Wimbledon, ma anche in qualsiasi delle aristocratiche piste che, alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo, hanno formato l’embrione del primo circuito (Deauville, Biarritz, Monaco, Forest Hills, Newport…). Si aggiungeva qualche tocco di colore nelle giacche o nei cappelli, ma doveva scomparire nel momento in cui la palla veniva messa in gioco, sempre con un protocollo: l’usanza era che il servitore dicesse “Ready?” (Pronto?) e il ricevitore autorizzasse: “Play” (gioca). Il colpo di volo era mal visto.

Non si giocava tra ‘men’ e ‘women’ (uomini e donne), ma tra ‘ladies’ e ‘gentlemen’ (signore e signori). Wimbledon è uno dei pochi tornei che mantengono questa denominazione nei loro tabelloni e, attenzione, l’iscrizione era libera, ma ‘dentro un ordine’: gli aspiranti a Wimbledon dovevano “mantenere una condotta irreprensibile e risiedere in buoni indirizzi“, specificava il regolamento di Wimbledon riflettendo il classismo britannico, che si estendeva all’ingannevole ‘amatorialismo’. Ancora nel 1939 fu negata l’iscrizione al barone Von Cramm per essere stato “ex detenuto”. In realtà era stato imprigionato nella Germania nazista per omosessualità.

Nei primi anni di Wimbledon, l’abbigliamento dei giocatori era una variante dell’abbigliamento ‘quotidiano’ – da qui deriva il concetto di ‘abbigliamento sportivo’ – soprattutto nel caso femminile. Le signore indossavano abiti lunghi, aderenti, con maniche lunghe e stretti in vita. Gli uomini indossavano camicie a maniche corte, ma con cravatta, cintura… Perché bianco? È opinione comune che, oltre ad essere un colore ‘semplice’, su di esso si noti meno il sudore.

Non fu fino dopo la Prima Guerra Mondiale che una lenta evoluzione, sempre guardata con sospetto, iniziò ad accelerare. Le signore, guidate dalla francese Suzanne Lenglen, si liberarono del corsetto, accorciarono le maniche e ridussero le gonne fino a pochi centimetri sotto il ginocchio. Gli uomini cambiarono i pantaloni, ancora lunghi, con altri di flanella e se le camicie mantennero il colletto, accorciarono le maniche e la fila di bottoni. Un altro francese, René Lacoste, fece fortuna con quel design. Designer come Jean Patou, Coco Chanel o Ted Tingling iniziarono a creare design specifici per il tennis.

E infine, con più o meno reticenze – sempre di più con le donne che con gli uomini – l’evoluzione si accelerò. Nel 1930 Brame Hillyard fu il primo uomo a giocare con pantaloncini a Wimbledon. Nel 1933, Bunny Austin diede la carta di cittadinanza all’innovazione giocando con loro nella sacrosanta Central. Ma la rivoluzione arrivò nel 1949. Negli anni ’30 si era già visto donne giocare con pantaloncini a Wimbledon, ma nel 1949 l’americana Gussie Moran si presentò con una gonna sopra il ginocchio e biancheria intima in pizzo. Ci furono anche dibattiti parlamentari in cui venne accusata lei e il modista Ted Tingling di portare a Wimbledon e al tennis “la volgarità e il peccato”. Ma notiamo che le fu permesso di presentarsi e giocare.

Quello che era una norma non scritta venne inserita nel regolamento nel 1963. Ancora nel XXI secolo i tennisti sono stati costretti a cambiarsi negli spogliatoi perché il loro abbigliamento – compresi le scarpe – non rispondeva al regolamento. Anche Roger Federer è stato incluso tra questi, anche se di solito avere un nome più noto ti dà una certa tolleranza. L’anno scorso è stato permesso alle donne di indossare biancheria intima colorata per evitare stress o fastidi mentre competono con le regole.

Quindi la risposta è allo stesso tempo semplice e non tanto. Si gioca in bianco per tradizione e stilisti e tennisti cercano ogni tipo di soluzione per distinguersi e così dare un valore ‘commerciale’ alle innovazioni. Nel 1992 l’iconoclasta André Agassi, che aveva ‘scandalizzato’ il tennis degli anni ’80 con i suoi capelli ‘elettrici’, unghie smaltate, abbigliamento multicolore e pantaloncini di jeans, avrebbe giocato per la prima volta a Wimbledon e tutto il mondo trattenne il respiro in attesa di come avrebbe attirato l’attenzione: lo fece giocando tutto di un bianco abbagliante, dalle punte delle scarpe alla punta della visiera. Il pubblico applaudì e tutti ne uscirono vincenti: André, Wimbledon e Nike, il marchio che lo vestiva. Wimbledon è Wimbledon, come diceva Vujadin Boskov, il calcio è calcio.

 
 

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