che fine ha fatto
 

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Si chiama Tuts Bakery and Cafe e si trova a Palo Alto, California, non lontano dall’università di Stanford, l’hub dell’innovazione tecnologica, culla accogliente per persone che giungono da ogni angolo del globo. Chi arriva dall’Europa ed entra al Tuts non può non notare qualcosa in quel cameriere alto e compìto che ritira le tazzine e ti offre caffè turco, tartine all’avocado e menemen. Inutile guardarsi intorno, però: dalle pareti nessun aiuto, nemmeno una foto. È stato il New York Times a scovarlo, a scoprire che quel signore dietro il bancone, gentile e dall’eleganza sobria, è Hakan Sukur.

Chi segue il calcio, e non è proprio un ragazzino, lo ricorda sicuramente: uno dei più grandi e famosi calciatori turchi di tutti i tempi, uno dei primi del suo paese a risvegliare l’attenzione dei principali campionati europei, tanto che finì a giocare sia in serie A che in Premier League. Classe 1971, attaccante dal fisico imponente, è tuttora un’istituzione per il Galatasaray, club nel quale è andato e tornato per ben tre volte, e anche per la Nazionale turca. Con la maglia dei giallorossi di Istanbul, ha disputato 408 partite, nel corso delle quali ha realizzato ben 189 gol e distribuito 85 assist.

In Nazionale, poi, Hakan Sukur ha giocato quasi ininterrottamente dal 1992 al 2007. Dall’esordio, con Sepp Piontek ct, ha raccolto 112 gettoni di presenza e segnato 51 reti: per capire che cosa vuol dire basti pensare che Burak Yilmaz, secondo alle sue spalle, è fermo a quota 23. Ha disputato due Europei e un Mondiale, ma se in Turchia è ancora un idolo – non per il governo, come vedremo – è anche per quel gol che segnò al pronti-via della finale per il terzo posto contro la Corea del Sud ai Mondiali 2002: le statistiche dicono che erano trascorsi soltanto 10,8 secondi dal fischio d’inizio. Quella che rimane la rete più veloce di sempre nella storia della Coppa del Mondo diede il via alla vittoria per 2-3 contro i padroni di casa. Caroselli nelle vie di Istanbul, traffico in tilt e un paese impazzito: mai la Turchia era arrivata così vicina al tetto del mondo.

Hakan Sukur, il bomber che fa il barista in California

Pur avendo segnato, dicono le statistiche, 227 gol in 18 anni di carriera, Hakan Sukur ha indubbiamente dato il meglio di sé nelle squadre del suo paese, Sakaryaspor e Bursaspor prima, Galatasaray poi. All’estero non si è mai ambientato fino in fondo, questione di carattere, e non ha lasciato ricordi indelebili né in Serie A, dove ha vestito le maglie di Torino, Inter e Parma, né in Premier League, dove ha giocato nel Blackburn. Rimane il fatto che a livello internazionale Hakan si è sempre fatto rispettare: 22 i gol segnati fra Champions League e qualificazioni, 15 fra Coppa Uefa – una vinta, fra l’altro, nella stagione 1999-2000 col Galatasaray, unico trofeo europeo di una squadra turca – e Coppa delle Coppe.

E allora perché uno così, un’istituzione per la Turchia tutta, uno che nel suo paese era chiamato Kral (re), non si gode una vita agiata in un palazzo di Sultanahmet o in una villa elegante di Beyoglu? Lo ha raccontato appunto il NYT che proprio al Tuts era andato a intervistarlo. Tutto è cominciato nel 2008, quando Hakan Sukur, quasi 37enne, ha deciso di appendere gli scarpini al chiodo. Personaggio di fama, venne immediatamente corteggiato perché entrasse in politica. Perché no, si chiese, lui del resto era sempre stato un seguace di Fethullah Gulen, leader di una corrente islamica moderata che aveva l’obiettivo di spingere dall’interno la Turchia verso la democrazia. Gulen viveva in esilio volontario in Pennsylvania da oltre un decennio, ma il suo movimento non era allora inviso al governo, tanto che Hakan si candidò con Erdogan e nel 2011 ottenne un seggio in Parlamento.

Ma la politica non è per tutti, purtroppo: la sua notorietà e le ricchezze accumulate nel corso della sua lunga carriera cominciarono a provocare qualche malumore. Invidia e diffidenza sono brutte bestie da domare se non sei dotato dell’esperienza e della malizia della mediazione, della trattativa, se non sei capace di scendere a patto con le malelingue. Inoltre le differenze fra la linea di Erdogan e quella di Gulen diventano in breve una spaccatura, i giornali non filogovernativi vengono imbavagliati, per gli oppositori si fa sempre più dura e Hakan lascia il Parlamento:

Immediatamente ho iniziato ad affrontare problemi amministrativi con le mie attività lì. Qualunque cosa volessi fare mi trovavo davanti a ostacoli insormontabili.

Nel 2015 Sukur capisce che a Istanbul per lui l’aria è satura: manda la famiglia negli Stati Uniti e a fine anno la raggiunge. Appena in tempo, perché nell’estate del 2016 succede il patatrac. Il fallito colpo di Stato dei militari provoca conseguenze nefaste per la Turchia. Erdogan usa il pugno di ferro in maniera quasi indiscriminata: centinaia di morti e oltre 600mila persone finite in carcere. Sarebbe toccato anche a lui se non se ne fosse andato mesi prima: colpito da un mandato di arresto, gli vengono comunque confiscati tutti i beni sul territorio turco, da quelli immobili ai conti correnti. Il padre è in prigione, la madre disperata e, senza denaro, la California non è certo un esilio dorato. Viene a sapere che il suo passato potrebbe essere la via d’uscita, il lasciapassare per tornare:

Avrei potuto rimpatriare e avrei riavuto i miei beni, a patto che sostenessi pubblicamente la linea del governo. Ma ho deciso di rimanere qui a vendere caffè e pasticcini. Credo che un giorno tornerà la luce. L’oscurità non dura per sempre.

Hakan Sukur might be Turkey’s most famous athlete. So what’s he doing running a bakery in Palo Alto? My story on a man hiding in plain sight. https://t.co/DAPnx7kZvc— John Branch (@JohnBranchNYT) May 4, 2018

Il sogno a medio termine di Hakan per il futuro è aprire un’accademia sportiva, ma servono investimenti e non è facile. Per il momento, l’obiettivo è il 2020: l’anno prossimo, infatti, gli scade il visto e lui sta cercando di procurarsi tutti i documenti per assicurare a sé e alla propria famiglia un futuro sicuro e sereno. Migliore, sicuramente, di quello del suo amico Enes Kanter, il centro dei New York Knicks che, rimasto apolide dopo che la Turchia gli ha revocato la cittadinanza, non partecipa alle tournée europee dell’NBA per paura di essere rapito o ucciso da sicari govenativi. Nel frattempo, Hakan continua a servire caffè e pulire i tavolini del Tuts e, quando qualche raro turista lo riconosce, accetta di farsi fotografare, con lo stesso sorriso timido e dolente che aveva in campo:

Qualche giorno fa un mio vicino di casa era qui al bar mentre un signore mi ha chiesto di farsi un selfie con me. Alla fine il mio vicino mi ha chiesto: ‘Perché quel tale si è fatto fotografare con te? Non sei poi così bello’.

 
 

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