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La pandemia, i rulli, le competizioni, le olimpiadi e il figlio Marlon. Il ciclista Peter Sagan si racconta al Corriere della Sera.

Sagan
© sportfair.it

Peter, cosa le manca di più del ciclismo?

«La bici, la strada, l’aria fresca nelle narici, il profumo della primavera e delle Classiche, che non riusciamo a correre per colpa del virus».

Come trascorrono le giornate in clausura per chi è abituato a un’esistenza da globetrotter?

«Lentamente. Rispettando le regole imposte dal Principato. Sono rinchiuso da due mesi, ormai. È diventato normale anche ciò che non facevo mai: la spesa. Ma chi mi conosce sa che cerco sempre di vedere il lato positivo delle cose. E la parte migliore di questo periodo è passare ogni giorno tempo con Marlon. Sono felice».

Si è fatto un’idea di quando e come riprenderanno le corse ciclistiche?

«Sento parlare di un Tour a porte chiuse, di un Giro e una Vuelta che si sovrapporranno. Sono ipotesi, perché nessuno sa come si comporterà il virus nei prossimi mesi. Spero che alla ripresa avremo tutti lo stesso tempo per allenarci e farci trovare pronti. Le mie uniche certezze sono che dal 3 maggio potrò uscire di casa e dall’11 dal Principato».

Chi sarà avvantaggiato da questa situazione così incerta, tra i rivali?

«A parità di forma, chi sarà più forte di testa».

Difficile porsi degli obiettivi così, però.

«Molto. Solo quando avrò certezza delle date dei grandi giri potrò fare un programma e fissare dei risultati da centrare. Uno sarà di certo la Sanremo, che non ho mai vinto».

Come definirebbe la sua forma, in questo momento?

«Come a novembre. Devo risalire in sella e ripartire dalle basi. Dopo il debutto stagionale in Argentina, ero andato in altura e poi alla Parigi-Nizza. Ero pronto per le Classiche quanto tutto si è fermato. Ma d’altronde non avrebbe senso essere in forma adesso, così lontano da corse ancora ipotetiche».

Se si corresse fino a Natale, per recuperare il tempo perduto?

«Per me va benissimo. Mi sto riposando abbastanza!».

Sono già passati dieci anni dalla prima vittoria, la Parigi-Nizza 2010, Sagan.

«Ci ero arrivato con in testa l’idea di vincere una tappa. Nella seconda frazione ero davanti a 30 metri dal traguardo, quando fui passato da un tizio della Movistar (in realtà era il francese Bonnet nda). La vittoria mi rimase in gola. Ma il giorno dopo, affamato, conquistai la mia prima tappa».

L’impresa resta la Roubaix 2018 però.

«Una giornata folle e una corsa imprevedibile. L’attacco in solitaria, l’aggancio del gruppo in fuga, la volata su Dillier. Un’emozione indimenticabile».

Ma…

«Ma i tre titoli mondiali consecutivi rimangono qualcosa di speciale nella mia carriera. Fiandre, Roubaix, la maglia verde al Tour fanno parte di me. Quei tre ori iridati però spiccano su tutto».

L’oro all’Olimpiade di Tokyo, su strada o in mountain bike, è un sogno?

«Quando? In quale anno? Di cosa parliamo? Stiamo facendo ragionamenti senza tener conto della pandemia».

A 30 anni suonati, in questi tempi meditabondi, il ritiro è un pensiero?

«No, non a breve. E poi non mi vedo direttore sportivo. Sette ore seduto in auto? Tutti i giorni? Per carità, non fa per me. Ridatemi la bici».

 
 

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