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Il calcio professionistico italiano è in ginocchio, colpito al cuore da un’emergenza sanitaria imprevista, ma soprattutto dall’incertezza sui tempi di riapertura delle principali attività economiche. L’industria del pallone (un contenitore del valore globale di oltre 3,55 miliardi di euro) è a caccia di liquidità per contenere le perdite che corrono quotidianamente non potendo, per il momento, assicurare lo “spettacolo” del campionato.

RISORSE FRESCHE. Servono risorse fresche e i vertici calcistici hanno provato a bussare alla porta delle aziende di scommesse. Proprio quel settore che drenava, nel nostro Paese, anno dopo anno, non meno di 200 milioni di euro di investimenti pubblicitari, che il “Decreto Dignità” (legge n.96 del 9 agosto 2018 con conversione del D.L. n.87/2018), nella parte collegata al gioco, ha bloccato sull’altare della ludopatia (tecnicamente “gioco d’azzardo patologico”). Il betting, in tutti questi mesi di blocco delle attività (è vietato sponsorizzare società sportive, così come programmare pubblicità su tv, stampa, radio e web), si è riorganizzato dimostrando una capacità di adattamento fuori dal comune. Le aziende di questo settore infatti hanno investito sul rapporto diretto con i clienti e su nuovi contenuti innovativi. Attualmente i bookmaker e i principali operatori del gioco sviluppano business anche senza utilizzare la piattaforma mediatica del pallone.

RISPOSTE ED AIUTI ECONOMICI.

Le istituzioni del calcio (principalmente Federcalcio e Leghe, ma anche la FIFA – Leggi l’articolo), in queste ore, devono rispondere alle costanti richieste d’aiuto economico dei propri associati, ma non hanno soluzioni immediate, costrette, da un lato a non far innervosire troppo la politica (alla luce delle ultime dichiarazioni del ministro dello Sport) e dall’altro a trovare risposte concrete (attraverso le proposte del pacchetto “salva pallone”) per sbloccare le pubblicità e le sponsorizzazioni nel mercato dello sport (a partire dal calcio). Le aziende del betting hanno preso coscienza della loro forza e vedono l’idea di 12 mesi di sospensione del “Decreto Dignità” (per la parte relativa al “gioco”), proposta dalla FIGC, come una soluzione tampone a favore del mondo del calcio, ma non del loro business primario. Dovrebbero supportare (economicamente) il calcio, in questa fase contingente, per poi tornare in soffitta. Un vero e proprio controsenso ai limiti dell’umiliazione.

L’idea della Federcalcio è quella di creare un fondo di garanzia andando ad appropriarsi dell’1% della raccolta per le scommesse sportive non è praticabile, perché i bookies si troverebbero a dover affrontare un onere aggiuntivo da sommare ad una tassazione già elevata (per le diverse forme di gioco). In un momento storico in cui, tra l’altro, i punti vendita “fisici” (presenti sul territorio) sono stati chiusi per l’emergenza Covid-19 e gli operatori lamentano perdite economiche secche alla pari delle squadre professionistiche.

PUNTI DEBOLI DELLA “PROPOSTA”.

Il sistema calcio, ancora una volta, si è concentrato troppo sugli aspetti economici, mentre la partita vera è l’apertura di un tavolo con il Governo e con gli stessi operatori del betting, perché il gioco non è un “demone”. In questo periodo di emergenza sanitaria, dove il gioco fisico è stato chiuso (vale il 91% dell’intero mercato nazionale) gli appassionati di sport vengono intercettati, ancora più facilmente, dal mercato illegale. Lo conferma un dato molto importante: la crescita delle giocate online, in Italia, in questo periodo, non ha superato il 13,7%. Ciò significa che il restante l’86,3%, non trovando aperte le sale di gioco, si affida a piattaforme illegali. Un flusso di denaro che mafie e criminalità organizzata puntano a sfruttare per alimentare altri loro business.

LUCE VERDE SUL GETTITO FISCALE. Il mercato del betting, nel complesso, è favorevole a ridestinare una porzione del “gettito fiscale” delle scommesse, stimato, per il 2019, in circa 220 milioni di euro. E’ assolutamente contrario, invece, a qualunque nuova forma di imposizione fiscale. Un elemento di controtendenza, persino di segno contrario, a quanto sta avvenendo per qualsiasi altro settore economico-industriale in Italia e nel resto del mondo. Unica opzione, in alternativa, così come già proposto oltre due anni fa (al precedente governo giallo-verde) è una contribuzione attraverso l’aliquota sugli investimenti pubblicitari. Ma ragionevolmente non si andrebbe oltre i 10 milioni di euro (ipotizzando una percentuale pari al 10%). Un ulteriore contributo (come richiesto dalla Federcalcio) pari all’1% della raccolta delle scommesse sportive, per molte aziende del settore equivarrebbe mediamente al raddoppio dell’attuale tassazione indiretta alla quale sommare altre imposte (come l’Ires, ecc.) da regime d’impresa.

TAVOLO DI DISCUSSIONE. In sintesi, l’apertura del calcio nei confronti dell’industria del gioco, (pubblico e regolamentato) può avvenire unicamente organizzando un tavolo di discussione con il Governo, nella logica di una collaborazione più stretta sia sul tema del “gioco d’azzardo patologico”, ma anche e soprattutto su quello della difesa-presidio della legalità, che, proprio in questi giorni di emergenza, rischia davvero di venire a mancare in molte parti del Paese.

 
 

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