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Questa è una storia calcistica e sportiva con anche solidi capitoli culturali e sociali. Il Cagliari che nel 1970 porta lo scudetto in Sardegna lo mette idealmen- te al petto di un popolo sparso per mezzo mondo. È il ruggito di una terra che, attorno a Gigi Riva e un pugno di eroi («Eravamo in sedici, non potevamo permetterci neanche un raffreddore»), lancia una piccola grande riscossa. «Sapevamo di dare un po’ di gioia a tanta gente che ci voleva bene», dice Riva al telefono con Sport Week. «La domenica ci aspettavano con trepidazione. Dalle nostre vittorie trovavano fiducia per la vita di tutti i giorni. In quegli anni in Sardegna non era facile per nessuno».

La città è silenziosa, riecheggia la sirena di un’ambulanza. È l’emergenza per il coronavirus. «Sono alla finestra, non c’è un’anima in giro. Ed è giusto che sia così: affrontiamo un nemico subdolo, serve pazienza e responsabilità». Rombo di tuono, 75 anni compiuti a novembre e la batosta recente della scomparsa della sorella maggiore Fausta, quella che l’ha seguito fin da bambino dopo la morte della mamma Edis. Il mancino senza confini, per la tifoseria rossoblù e per quanti sperano che Davide pos- sa battere Golia. «Guardatelo negli occhi quando ha la palla ai piedi, vi metterà paura», disse di lui Pelé.

Lo sguardo in questi giorni è un po’ intristito dal non poter vedere le nipoti Virginia, Ilaria e Sofia, Gaia e Cecilia, eredi dei figli Nicola e Mauro: «Mi mancano. Ma, come tutti, devo pazientare. Passerà e torneremo più forti». Pausa. Gigi Riva, da pochi mesi presidente onorario del Cagliari, lascia trasparire un po’ di stanchezza. La pandemia ha stravolto l’agenda: annullate le visite dei familiari e il giro mattutino in centro.

Niente tabaccaio, edicola, panetteria. Addio anche ad autografi e selfie («Sì, mi fermano ancora»). Una quotidianità rivoluzionata. Anche a cena: fino allo tsunami coronavirus, Gigi alle 21 era da Giacomo, oste di fiducia del ristorante del quartiere Marina. Da anni gli riserva un tavolo, meta di una sorta di pellegrinaggio laico. «Prosciutto di Villagrande, Parmigiano e un goccio di Cannonau. Il pesce? Giacomo è un amico, per Natale mi ha fatto avere le pennette all’astice: straordinarie». Ma adesso si sta a casa: «Dobbiamo essere umili, poi ci ritroveremo».

Il mancino di Leggiuno mezzo secolo fa fece indossare al Cagliari l’abito della festa. E dire che, quando fu il momento di sbarcare in Sardegna, lui diciassettenne giocatore del Legnano non ne voleva sapere. Anni dopo avrebbe invece rinunciato a ricchi ingaggi per poter restare sull’isola. Quello della squadra di Manlio Scopigno fu il primo tricolore vinto da un club del Mezzogiorno. Era l’exploit di un’intera regione: un milione di persone in gran parte dedite ad agricoltura, pesca, allevamento. «Lo scudetto fu un’opera d’arte. E se poi non mi fossi fatto male con la Nazionale, ne avremmo vinti altri due. La stagione successiva Sandrino Mazzola, a San Siro, prima che contro l’Austria mi rompessero la gamba, sul 3-1 per noi in casa dell’Inter, mi chiese di fermarci».

Passo indietro. La cessione dal Legnano al Cagliari l’aveva sorpresa. Perché?
«Ero certo di andare al Bologna. Scoprii invece proprio dalla Gazzetta che il vicepresidente, Andrea Arrica, mi aveva comprato con un colpo di mano. Ricordo il volo da Milano in più tappe, e poi sapevo che il fondo dell’Amsicora, lo stadio, era in terra battuta… Ma alla fine feci la scelta giusta. Per tante ragioni».

Ad esempio?

«Trovai un bel gruppo. E capii subito che somigliavo ai sardi. Sono taciturno e ascolto. La loro fierezza, anche nelle piccole cose, mi ha colpito. Ho percepito un rispetto speciale. Che mi ha sempre inorgoglito».

Superato il primo impatto, l’ambientamento come andò?

«Bene. Vivevo in foresteria con Nené, Cera e Tomasini. Avevo 17 anni e passavo dalla Serie C alla A. Con Cappellaro e Cera comprammo una Fiat 600. Pare difficile da credere, ma vivevamo per lo più di premi partita».

Sulle sue automobili l’aneddotica è sconfinata.

Ride: «Ma non è vero che andavo a 200 all’ora sulla Carlo Felice… Quando presi la Ferrari Dino di notte mi capitava di fare lunghe “passeggiate”. Guidare mi scaricava, ritrovavo me stesso».

Torniamo al pallone. La storia che in trasferta vi urlassero “pastori” è nota…
«Per noi era un urlo di guerra. Al Nord però i nostri tifosi ci facevano sentire dei leoni, venivano in cinque o seimila a tifarci. Erano immigrati. Nella stagione dello scudetto abbiamo perso due volte: a Palermo una partita nata male. E a Milano con l’Inter, dove segna Boninsegna, ceduto l’estate precedente per Domenghini, Gori e Poli. Uno scambio che fa capire perché vincemmo lo scudetto».

Come Rizzo alla Fiorentina per Albertosi e Brugnera.

«Sì, un altro colpo molto importante di Arrica».

Quando avete capito che sarebbe stata l’annata giusta?

«A Firenze, alla quarta giornata. Hanno lo scudetto sul petto, ci giocano Chiarugi, De Sisti, Merlo, Amarildo. Vinciamo 1-0, segno su rigore e li sorpassiamo. Rogora, il mio marcatore, mi aveva levato il fiato: con Morini e Burgnich, un caro amico, fu tra i più rocciosi mai incontrati».

Parentesi: qual è stato il por- tiere più tosto da battere?

«Tanti. Con Zoff, forte e soprattutto un gran signore, ne parlavamo in Nazionale. Mi mandò anche al diavolo perché nell’anno dello scudetto gliene feci tre».

Tra Zoff e Albertosi, chi era il più forte?

«Dino parava il possibile, Ricky anche l’impossibile. Non sentiva le pressioni, era di ghiaccio».

A proposito di tensione. A Palermo perdete 1-0, Scopigno viene espulso e squalificato cinque mesi per gli insulti a un guardalinee. Sentivate già l’an- sia da prestazione?
«No. Un mio compagno, Tomasini, ha ricordato di recente che, dopo Palermo, fu lo stesso Scopigno a dirci: “Se domenica prossima non perdiamo a Bari, vinciamo lo scudetto”. Infatti finì 0-0».

Altre gare delicate?

«L’1-1 con il Milan di Rocco e Rivera. Poi la Juve a Torino. Forse quella decisiva».

Alla fine del girone d’andata, Cagliari 22 punti, Inter, Fiorentina e Juventus 19. Qual era l’atmosfera?

«Tutti tranquilli. Avevamo fatto bene anche la stagione precedente (secondi a 4 punti dalla Fiorentina; nda). Nessuno di noi parlava del titolo».

Perché Juve-Cagliari fu la sfida decisiva?
«Loro erano due punti sotto. Non potevamo perdere, ci avrebbero raggiunti. Il campo è un inferno, Lo Bello fischia tutto. Andiamo sotto per l’autogol di Niccolai, io pareggio allo scadere. Anastasi segna dal dischetto dopo che Albertosi aveva parato il primo rigore ad Haller. Me la presi di brutto con l’arbitro. Cera mi disse di stare in area, Lo Bello gli aveva detto che sarebbe succes- so qualcosa. Mi buttano giù, rigore, batto e segno il 2-2».

Di quel periodo chi le viene in mente?
«Tutti. In tanti sono rimasti a Cagliari, spesso ci ritroviamo a tavola. L’avremmo fatto anche a Pasqua, ma ci rifaremo appena il peggio sarà passato».

Chi era il leader del Cagliari?

«Piero Cera. Capitano silenzioso e carismatico. Risolveva i problemi ed è stato un grande regista arretrato».

Ventidue punti all’andata e 23 al ritorno. La regolarità era la vostra forza?

«Eravamo uniti. E resiste il record di 11 gol subiti. Ma non parlate di eroi, detesto la retorica. Eravamo ragazzi che sono diventati uomini in campo».

Poi, un certo Riva segnava a grappoli: capocannoniere per la terza volta in quattro anni, con 21 reti in 28 gare.

«Facevo il mio. Lo sforzo però era collettivo. Avevamo una responsabilità speciale, nessuno era nato in Sardegna ma di fatto la rappresentavamo».

Qual è stato il suo gol più bello?

«Ditelo voi. Credo che la sforbi- ciata a Vicenza rimanga tra i più spettacolari. E poi in Nazionale la rete di testa alla Germania Est al San Paolo non è stata male. Per il cross perfetto pagai una lauta cena a Domenghini».

Le big, con la Juve che offrì in cambio sette giocatori, la corteggiavano. Perché non è anda- to via da Cagliari?

«Sono rimasto qui senza pensare a questioni economiche o di successo. Oggi il calcio è cambiato, e per certi aspetti non in meglio. Ma di quella scelta sono orgoglioso».

Per stare ai successi, rinviato l’Europeo, l’Italia deve tararsi per il 2021. Come la vede?

«Mancini ha mano e testa per provare le cose in cui crede. Puntare sui giovani dopo aver mancato il Mondiale poteva essere rischioso. Ma ha visto lontano e adesso avrà più tempo per lavorare e seguire i ragazzi. Veterani ed esordienti hanno capito ciò che vuole l’allenatore, un passaggio mica da poco».

Quel che accadeva tra voi e Valcareggi all’Europeo 1968 vinto allo stadio Olimpico di Roma: 2-0 alla Jugoslavia anche grazie a una rete sua.

«Sì. Ma di quel trofeo mi piace ricordare Anastasi, scomparso di recente. Pietro segnò il 2-0. Era un ragazzo d’oro».

Gianluca Vialli team manager azzurro nel ruolo che per molti anni è stato suo. Ha le carte in regola?

«La persona giusta in un ruolo delicato. È stato un campione, ha allenato e fatto il manager a livello internazionale. I giocatori spesso sono fragili, basta nulla per andare in panne. Un dirigente che sappia cosa dire e che ascolti è basilare».

Gigi, tornando allo scudetto, che cosa ricorda di questi cinquant’anni?
«Sono volati. Ho l’affetto della gente, qualcosa di unico».

È vero che in quegli anni lei riceveva centinaia di lettere a settimana e molte erano d’amore?

«Sì, mi scrivevano in tanti: alcune le ho conservate. Simpatiche».

Il 12 aprile del 1970 come festeggiaste?

«A casa di Arrica. Che gioia, mi sembra ieri»

Un’ultima cosa. Con 35 gol in 42 gare è sempre il bomber dell’Italia. Sensazioni?

«Che qualcuno prima o poi dovrà superarmi…».

 
 

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