Luis Sepulveda
 

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Raramente lo scrittore cileno ha confidato il suo debole per il futbol, da anni progettava un testo proprio sul tema, non ha fatto a tempo a scriverlo. Il virus se l’è portato via ieri a Oviedo. Si era ammalato a febbraio in Portogallo a un festival letterario. Luis Sepulveda, 70 anni, dal Cile terra dei terremoti, rivolte e dittature. Sportweek l’aveva intervistato nel 2008 . «Finalmente parliamo del mio amore», disse.

Ma allora il calcio le piace ?

«Sì, perché è uno sport di squadra. Ci giocavo da piccolo e anche ora a Gijon, in Spagna, dove vivo, mi diverto con gli amici. E sono un tifoso dello Sporting Gijon… E’ stato il club di David Villa, di Luis Enrique, di Quini, una società storica».

E in Cile per chi tifava ?

«Ho iniziato a giocare a calcio a 6 anni. A 10 mio padre mi portava a seguire il Magallanes Santiago, 1° club pro del Cile e il primo a vincere il titolo… Dal Magallanes nel 1925 nacque il Colo Colo, il club cileno più vincente. Il massimo della felicità fu nel 1962 quando si disputarono i Mondiali in Cile».

3Allora aveva 13 anni. Che ri- corda di quell’evento ?
«Nel 1962 in Cile iniziarono le trasmissioni tv proprio per seguire il Mondiale. Ma nel Paese arrivarono pochi televisori, così che poche famiglie ne avevano. Nel nostro barrio, l’uomo più ricco era il tenutario di un bordello. Si comprò subito la tv. Allora il presidente del quartiere andò a parlargli. E gli chiese di aprire il bordello a tutti. Si misero d’ accordo affinché le prostitute durante i match in tv si vestissero in modo meno discinto. Così il 30 maggio 1962 io, mio padre e mio fratello andammo al bordello. Non vedevo l’ora di osservare da vicino le donne di lì, di cui avevo già sentito parlare. Alla fine del match con la Svizzera, vinto 3-1, per festeggiare le prostitute… si tolsero i vestiti di dosso».

E fu la scoperta del sesso.

«Sì, mentre i nostri genitori cercavano di coprirci la vista con le mani. E’ stata la prima volta che ho visto seni e cosce nude di donna».

In quella coppa il Cile battè l’Italia 2-0, con rissa in campo per i “rossi” a Ferrini e David.

«La vidi in tv, al bordello. Una partita dura. E questa rivalità al Mondiale 1998 in Francia si è riaccesa, per il rigore “creato” da Baggio a 5 minuti dalla fine. Un buon Cile però, con Salas e Zamorano».

I suoi idoli di gioventù ?

«Jorge Toro, capitano del 1962, che passò anche in Italia, alla Sampdoria, a Verona e a Modena. Poi Leonel Sanchez (4 gol in quel Mondiale casalingo; nda), di origini modeste, ma un cavaliere in campo, e un carrarmato. Ma su tutti scelgo Carlos Caszely: nel 1974 Pinochet volle ricevere il Cile di ritorno dal Mondiale in Germania. E volle stringere la mano a tutti. Ma Caszely gli disse: “Io non stringo la mano all’assassino del mio popolo”. Fu espulso dalla nazionale».

E se ne andò in Spagna, tornò in nazionale nel 1979. Lei dal ’96 ha scelto di vivere a Gijón.

«Un motivo sentimentale. Mio nonno era andaluso, la nonna basca, ma i loro amici in Cile erano tutti asturiani, e molti di Gijon. Divenne la mia città ideale, il paradiso. E quando l’ho conosciuta mi è piaciuta molto. Come la sua gente».

Da allora tifa Sporting ?

«No, già da prima, è un club con una storia particolare, di resistenza. Lo stadio El Molinón è il più vecchio del calcio pro spagnolo, del 1908. Negli Anni 30 il dittatore Franco fucilò tutta la squadra, perché erano repubblicani…».

Dello Sporting era David Villa: il bomber dell’Europeo 2008 è cresciuto lì.
«Sì , l’ho visto a Gijon al Salone del libro ibero americano, che dirigo. Allora era nelle giovanili dello Sporting e ha lavorato con noi al Salone. E’ un grande lettore, come paghetta per il suo lavoro con noi gli regalai dei libri. Quando lo vedo parliamo di libri e si lamenta che non ha più tempo per leggere».

Altri che ha sedotto?
«Il mito portoghese Eusebio è un grande amico, se presento un libro a Lisbona lui è sempre in prima fila. Mi consiglia testi brasiliani e portoghesi. E poi Fernando Torres è un grande amante di libri. Questa è una generazione più interessata al mondo, gira tanto, va all’estero. Non è vero che tutti i calciatori non abbiano cervello».

Ha vissuto pure ad Amburgo. La Bundesliga le piaceva ?

«Tifavo per il St. Pauli, però, ora in B: ha una tifoseria popolare, lo stadio è nella zona del porto vicino al quartiere a luci rosse, ma i fan non hanno mai creato problemi di ordine pubblico. Anzi, è stata la prima società a proibire l’ingresso allo stadio ai tifosi di estrema destra».

Va sempre controcorrente.

«Non potrei mai tifare per il Bayern o il Real. Simpatizzavo per il Barcellona del mio amico Montalbán, per la storia anti-franchista e repubblicana, ma quando ho scoperto che avevano assicurato le gambe di Ronaldinho… I soldi hanno invaso tutto. Ma Guardiola mi sta simpatico. Amo i club “poveri” come il Getafe o il Chievo, realtà miracolose. O l’Athletic, che vive del suo vivaio».

Ma allora, perché finora non ha mai scritto di calcio ?

«Non è mai capitato. Ora ho un progetto di romanzo breve, ci lavoro da un anno. La storia inizia con un rigore e un portiere che aspetta: non c’è solitudine più grande di quella del portiere. Il centravanti va sul dischetto e riconosce il portiere; erano anni che non s’incontravano, scopre che hanno un conto in sospeso. Di tipo politico, sociale, d’amore. E anche il portiere riconosce l’attaccante. Da lì penso di raccontare il passato dei due».

Ma c’è uno sportivo reale che potrebbe ispirarle una storia?

«Ci sono figure seducenti. Mi avevano proposto di scrivere una bio di Pelé, ma avrebbe richiesto almeno 2 anni di lavoro. O l’alpinista basca Edurne Pasaban, mia amica: ha scalato gli Ottomila, senza ossigeno, e non si stanca di ringraziare gli sherpa che l’hanno aiutata».

Ne «L’ angelo vendicatore», c’è un giornalista che si occupa di cavalli e dice “è un modo tranquillo di tirare avanti, senza le scosse delle smentite e le lettere al direttore”.

«Quando lavoravo al Clarin cileno – ho iniziato a 16 anni – volevo andare alla cultura, ma mi mandarono alla cronaca nera. Avevo un collega dell’ippica, molto amico, che mi diceva di vivere benissimo lì, tranquillo, senza alcuna intervista né appunto smentite».

Nel 1994 scrisse in «Un nome da torero»: “perdere è una questione di metodo”.
«Sì, tutte le sconfitte sono amare, ma dopo il k.o. bisogna pensare al perché è successo, e a come evitare in futuro che accada di nuovo. Non limitarsi a prendersela con l’arbitro o col fato. La memoria, e vale anche per la vita, bisogna tenerla sempre molto viva, solo così si può immaginare il futuro. Se non c’è memoria non c’è futuro».

 
 

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