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Kareem Abdul-Jabbar (New York, 16 aprile 1947), nato Ferdinand Lewis Alcindor Jr., è una delle figure più iconiche nella storia del basket. Con una carriera ventennale in NBA, ha lasciato un’impronta indelebile grazie al suo stile di gioco unico, al suo impegno sociale e alla sua versatilità fuori dal campo.

La sua carriera ventennale nella NBA, dal 1969 al 1989, è stata caratterizzata da un dominio costante sul campo, un impegno sociale profondo e una versatilità che ha superato i confini dello sport.

Fin dalla giovane età, Alcindor mostrò un talento straordinario per il basket. Durante la sua carriera universitaria con gli UCLA Bruins, guidati dal leggendario coach John Wooden, vinse tre titoli NCAA consecutivi (1967-1969) e fu nominato Most Outstanding Player del torneo in ciascuna di queste stagioni. Le sue prestazioni eccezionali lo resero una scelta naturale come prima selezione assoluta nel Draft NBA del 1969, dove fu scelto dai Milwaukee Bucks.

Durante la sua carriera nella NBA, Abdul-Jabbar stabilì numerosi record, tra cui quello di punti segnati in carriera (38.387), mantenuto fino al 2023. Fu nominato MVP della stagione regolare sei volte e partecipò a 19 All-Star Game, dimostrando una longevità e una consistenza senza precedenti. Il suo tiro caratteristico, lo “Sky Hook”, divenne una delle mosse più iconiche e inarrestabili nella storia del basket.

Oltre ai successi sportivi, Abdul-Jabbar è stato un attivista per i diritti civili, un autore prolifico e un ambasciatore culturale. Ha utilizzato la sua piattaforma per affrontare questioni sociali, educative e politiche, diventando una voce rispettata e influente ben oltre il mondo dello sport.

Gli inizi: da Lew Alcindor a Kareem Abdul-Jabbar

Ferdinand Lewis Alcindor Jr. nacque il 16 aprile 1947 a New York City, crescendo nel quartiere di Harlem. Fin dall’infanzia, la sua statura fuori dal comune lo rese un prodigio del basket: a 9 anni era già alto 1,75 m e a 14 anni raggiunse i 2,03 m. Durante gli anni alla Power Memorial Academy, guidò la squadra a tre campionati consecutivi, stabilendo record statali con 2.067 punti e 2.002 rimbalzi.

Nel 1965, Alcindor si iscrisse all’Università della California, Los Angeles (UCLA), attirato dalla possibilità di giocare sotto la guida del leggendario coach John Wooden. A causa delle regole NCAA dell’epoca, non poté partecipare alle partite ufficiali nel suo primo anno, ma nella stagione successiva dominò il campionato universitario. Con i Bruins, vinse tre titoli NCAA consecutivi (1967-1969) e fu nominato Most Outstanding Player del torneo in ciascuna di queste stagioni. Durante il suo periodo a UCLA, mantenne una media di 26,4 punti e 15,5 rimbalzi a partita, con un’impressionante percentuale di tiro del 64%.

Nel 1969, Alcindor fu selezionato come prima scelta assoluta nel Draft NBA dai Milwaukee Bucks. Nel suo anno da rookie, fu nominato Rookie of the Year, e nel 1971 guidò i Bucks al loro primo titolo NBA, ottenendo anche il premio di MVP delle Finals.

Nel 1971, dopo un percorso spirituale influenzato dalla lettura dell’autobiografia di Malcolm X e dalla guida di Haamas Abdul Khaalis, Alcindor si convertì all’Islam sunnita e adottò il nome Kareem Abdul-Jabbar, che significa “nobile servitore dell’Onnipotente“. Questa decisione rappresentò un distacco simbolico dal passato e un’affermazione della sua identità culturale e religiosa.

Carriera NBA

Milwaukee Bucks (1969–1975)

Kareem Abdul-Jabbar, allora conosciuto come Lew Alcindor, fu selezionato come prima scelta assoluta nel Draft NBA del 1969 dai Milwaukee Bucks, una franchigia fondata solo un anno prima. Il suo impatto fu immediato: nella stagione da rookie (1969–70), guidò i Bucks a un record di 56 vittorie e 26 sconfitte, migliorando drasticamente rispetto alla stagione precedente. Con una media di 28,8 punti e 14,5 rimbalzi a partita, fu nominato Rookie of the Year.

Nella stagione successiva (1970–71), l’arrivo del veterano Oscar Robertson portò ulteriore esperienza alla squadra. I Bucks conclusero la stagione con il miglior record della lega (66–16) e stabilirono una striscia di 20 vittorie consecutive. Abdul-Jabbar vinse il suo primo titolo di MVP della stagione regolare, con una media di 31,7 punti e 16,0 rimbalzi a partita. Nei playoff, Milwaukee perse solo due partite su 14, culminando con una vittoria per 4-0 sui Baltimore Bullets nelle Finals NBA. Abdul-Jabbar fu nominato MVP delle Finals, grazie a una media di 27 punti, 18,5 rimbalzi e 2,8 assist a partita nella serie.

Il dominio di Abdul-Jabbar continuò nelle stagioni successive. Nel 1971–72, guidò la lega con una media di 34,8 punti a partita e fu nuovamente nominato MVP. Nel 1973–74, vinse il suo terzo MVP in quattro anni, con medie di 27,0 punti, 14,5 rimbalzi e 3,5 stoppate a partita. Quell’anno, i Bucks raggiunsero nuovamente le Finals NBA, ma furono sconfitti in sette partite dai Boston Celtics.

Durante il suo periodo a Milwaukee, Abdul-Jabbar accumulò 14.211 punti, diventando il secondo miglior marcatore nella storia della franchigia. Inoltre, registrò 7.161 rimbalzi e 2.008 assist, dimostrando una versatilità eccezionale per un centro.

Nonostante il successo sul campo, Abdul-Jabbar espresse il desiderio di essere trasferito in una città che rispecchiasse maggiormente le sue esigenze culturali e personali. Nel 1975, fu ceduto ai Los Angeles Lakers, dove avrebbe continuato la sua leggendaria carriera.

Kareem Abdul-Jabbar con la maglia dei Milwaukee Bucks

Los Angeles Lakers (1975–1989)

Nel 1975, Kareem Abdul-Jabbar fu ceduto dai Milwaukee Bucks ai Los Angeles Lakers, portando con sé un’impressionante carriera già costellata di successi. Nella sua prima stagione con i Lakers (1975–76), mantenne medie straordinarie: 27,7 punti, 16,9 rimbalzi e 4,1 stoppate a partita, guadagnandosi il suo quarto titolo di MVP. Nonostante le sue prestazioni, i Lakers non riuscirono a qualificarsi per i playoff quella stagione.

L’arrivo di Earvin “Magic” Johnson nel 1979, scelto come prima scelta assoluta al draft, segnò l’inizio dell’era “Showtime” dei Lakers. La combinazione tra la visione di gioco di Johnson e l’efficacia offensiva di Abdul-Jabbar trasformò i Lakers in una delle squadre più spettacolari e vincenti degli anni ’80. Insieme, guidarono la squadra a otto finali NBA, vincendo cinque titoli (1980, 1982, 1985, 1987, 1988).

Nel 1980, Abdul-Jabbar vinse il suo sesto e ultimo premio di MVP della stagione regolare, stabilendo un record ancora ineguagliato. Durante le Finals dello stesso anno contro i Philadelphia 76ers, mantenne una media di 33,4 punti a partita. Sebbene un infortunio alla caviglia lo costrinse a saltare Gara 6, la squadra, guidata da una straordinaria prestazione di Magic Johnson, riuscì a conquistare il titolo.

Nel 1984, Abdul-Jabbar superò Wilt Chamberlain diventando il miglior realizzatore nella storia della NBA, un record che ha mantenuto fino al 2023. L’anno successivo, a 38 anni, fu nominato MVP delle Finals dopo aver guidato i Lakers alla vittoria contro i Boston Celtics, diventando il giocatore più anziano a ricevere tale onorificenza.

Durante la sua permanenza a Los Angeles, Abdul-Jabbar fu selezionato per l’All-NBA First Team quattro volte e per l’All-Defensive First Team due volte. La sua longevità e dedizione al gioco furono evidenti: giocò fino all’età di 42 anni, ritirandosi nel 1989 dopo 20 stagioni nella NBA. Alla sua ultima partita, i compagni di squadra indossarono i suoi iconici occhiali protettivi in segno di rispetto e ammirazione.

Lo “Sky Hook”: un’arma inarrestabile

Il “Sky Hook” (gancio in cielo) è stato il marchio di fabbrica di Kareem Abdul-Jabbar e uno dei tiri più iconici nella storia del basket. Si tratta di un tiro a gancio eseguito con un’estensione del braccio che lo rendeva praticamente impossibile da bloccare. Abdul-Jabbar rilasciava il pallone a circa 3,6 metri dal suolo, e il punto più alto della traiettoria del gancio cielo poteva raggiungere anche 4,9 metri, rendendo estremamente difficile per i difensori avversari tentare una stoppata senza commettere fallo. :

La tecnica prevedeva che il corpo del giocatore fosse posizionato tra la palla e il difensore, utilizzando il braccio non di tiro per proteggere il pallone. Con il braccio di tiro completamente esteso, Abdul-Jabbar rilasciava la palla in un movimento fluido e preciso, sfruttando la sua altezza e l’apertura delle braccia per creare un angolo di tiro inaccessibile. Questa mossa contribuì significativamente al suo impressionante totale di 38.387 punti in carriera, un record mantenuto fino al 2023.

Abdul-Jabbar apprese il movimento in quinta elementare, mentre si esercitava con il “Mikan Drill”, un esercizio che consiste nell’eseguire layup alternati con entrambe le mani, migliorando ritmo e coordinazione. Durante la sua carriera universitaria con gli UCLA Bruins, affinò ulteriormente lo “Sky Hook” sotto la guida del coach John Wooden, che gli consigliò di mantenere la palla vicino al corpo e di eseguire un movimento più diretto, eliminando l’ampio arco del gancio tradizionale.

Nonostante la sua efficacia, lo “Sky Hook” è diventato sempre meno comune nel basket moderno, in parte a causa dell’enfasi sul tiro da tre punti e della preferenza per stili di gioco più atletici. Tuttavia, la sua importanza storica e la sua efficacia rimangono indiscusse, e molti esperti ritengono che potrebbe ancora essere una risorsa preziosa per i lunghi nel gioco contemporaneo.

Statistiche e record

  • Punti totali in carriera: 38.387
  • Partite giocate: 1.560
  • Rimbalzi totali: 17.440
  • Blocchi: 3.189
  • Presenze All-Star: 19
  • MVP della stagione regolare: 6
  • Titoli NBA: 6

Gli occhiali iconici

Kareem Abdul-Jabbar con occhiali protettivi

Durante la sua carriera, Kareem Abdul-Jabbar iniziò a indossare occhiali protettivi a causa di una lesione all’occhio subita durante il college. Nel gennaio 1968, mentre giocava per gli UCLA Bruins, subì un graffio alla cornea sinistra durante una partita contro la University of California. Questo infortunio lo costrinse a saltare due partite e influenzò le sue prestazioni in una successiva partita molto attesa contro la University of Houston, nota come il “Game of the Century”.

Gli infortuni agli occhi continuarono anche nella sua carriera professionistica. Nel 1974, durante una partita di pre-stagione con i Milwaukee Bucks, subì un’altra abrasione corneale. Questo incidente lo portò a iniziare a indossare occhiali protettivi, noti come “goggles”, per proteggere i suoi occhi durante le partite. Sebbene avesse smesso di indossarli nel 1979, riprese a utilizzarli nel 1980 dopo essere stato colpito accidentalmente all’occhio destro da Rudy Tomjanovich degli Houston Rockets. Da quel momento, gli occhiali divennero una parte distintiva della sua immagine in campo.

Oltre alla protezione, gli occhiali contribuirono a creare un’immagine iconica di Abdul-Jabbar. La loro presenza sul campo lo rendeva facilmente riconoscibile e simboleggiava la sua dedizione alla sicurezza e alla longevità nella carriera sportiva. Nonostante le sfide legate alla visibilità e al comfort, Abdul-Jabbar continuò a indossarli fino al suo ritiro nel 1989, consolidando ulteriormente la sua immagine leggendaria nel mondo del basket.​

L’incontro con Bruce Lee

Kareem Abdul-Jabbar e Bruce Lee in 'Game of Death'

Negli anni ’70, Kareem Abdul-Jabbar si avvicinò alle arti marziali, studiando con il leggendario Bruce Lee. I due svilupparono una forte amicizia e collaborarono nel film “Game of Death”, dove Abdul-Jabbar interpretò un ruolo memorabile. Lee influenzò profondamente la sua filosofia di vita e lo introdusse allo yoga, pratica che Abdul-Jabbar attribuisce al prolungamento della sua carriera.

La loro collaborazione culminò nel film “Game of Death”, iniziato nel 1972 ma completato postumo nel 1978 a causa della prematura scomparsa di Lee. Nel film, Abdul-Jabbar interpretò Hakim, il guardiano del quinto piano di una pagoda, in un combattimento simbolico che rappresentava la fluidità e l’adattabilità delle arti marziali, principi fondamentali del Jeet Kune Do di Lee. La scena è diventata iconica, evidenziando il contrasto tra la statura imponente di Abdul-Jabbar e l’agilità di Lee.

Oltre alla collaborazione cinematografica, Lee introdusse Abdul-Jabbar allo yoga e alla meditazione, pratiche che quest’ultimo ha continuato a seguire per tutta la vita. Abdul-Jabbar attribuisce a queste discipline una parte significativa della sua longevità atletica e del suo equilibrio mentale.

L’influenza di Bruce Lee su Kareem Abdul-Jabbar si estese oltre il campo delle arti marziali, contribuendo a modellare la sua visione del mondo e il suo impegno sociale. La loro amicizia rappresenta un esempio straordinario di come due icone, provenienti da ambiti diversi, possano influenzarsi reciprocamente in modo profondo e duraturo.

Vita dopo il basket

Kareem Abdul-Jabbar riceve la Presidential Medal of Freedom

Dopo il suo ritiro nel 1989, Kareem Abdul-Jabbar ha intrapreso una carriera poliedrica che lo ha visto eccellere come scrittore, attore, commentatore sportivo e attivista sociale. La sua passione per la scrittura lo ha portato a pubblicare numerosi libri che spaziano dalla storia afroamericana alla narrativa, passando per autobiografie e opere per giovani lettori. Tra le sue opere più note si annoverano:

  • Giant Steps (1983): autobiografia che esplora la sua carriera, la conversione all’Islam e le sue opinioni sulla politica razziale americana.
  • On the Shoulders of Giants (2007): un viaggio attraverso il Rinascimento di Harlem e la storia dei Harlem Rens, una leggendaria squadra di basket afroamericana.
  • Brothers in Arms (2004): racconto della storia del 761º Battaglione di carri armati, un’unità afroamericana della Seconda Guerra Mondiale.
  • Mycroft Holmes (2015): romanzo giallo ambientato nell’Inghilterra vittoriana, co-scritto con Anna Waterhouse, che ha dato vita a una trilogia.
  • What Color Is My World? (2012): libro per ragazzi che mette in luce le invenzioni di afroamericani spesso trascurati nei libri di testo.

Parallelamente alla scrittura, Abdul-Jabbar ha avuto una carriera nel mondo dello spettacolo, apparendo in film e serie TV. Tra le sue partecipazioni più celebri si ricordano il film comico Airplane! (1980), dove interpretava il copilota Roger Murdock, e apparizioni in serie come Scrubs, The Big Bang Theory e New Girl.

Il suo impegno sociale è stato costante e profondo. Nel 1967, ancora studente universitario, partecipò al Cleveland Summit in sostegno a Muhammad Ali. Negli anni successivi, ha scritto articoli e saggi su temi come la giustizia sociale, i diritti civili e l’uguaglianza razziale, collaborando con riviste come Time e Jacobin. Nel 2012, è stato nominato ambasciatore culturale degli Stati Uniti dal Dipartimento di Stato, incarico che ha svolto promuovendo la diplomazia culturale e l’educazione.

Nel 2016, il presidente Barack Obama gli ha conferito la Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile negli Stati Uniti, riconoscendo il suo contributo alla cultura, allo sport e alla società americana.

Abdul-Jabbar ha anche affrontato sfide personali, tra cui una diagnosi di leucemia nel 2009. Dopo il trattamento, ha annunciato nel 2011 di essere in remissione completa. Ha utilizzato la sua esperienza per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla prevenzione e la ricerca contro il cancro.

La sua eredità va oltre il campo da basket, incarnando l’impegno per la conoscenza, la giustizia e l’uguaglianza. Attraverso le sue molteplici attività, Kareem Abdul-Jabbar continua a essere una voce influente e rispettata nella società contemporanea.

Kareem Abdul-Jabbar non è stato solo un gigante del basket, ma anche un intellettuale, un attivista e un artista marziale. La sua eredità va oltre i numeri e i trofei, rappresentando un esempio di eccellenza, integrità e impegno sociale. La sua figura continua a ispirare atleti, studenti e cittadini in tutto il mondo.

Fonti

 
 
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