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In tempi di distanziamento sociale (quelli del Covid-19), molte persone hanno familiarizzato con i webinar: seminari interattivi svolti online. Una formula simile a quella adottata dagli studenti attraverso piattaforme come Zoom, oggi utilizzata anche dal mondo sportivo. L’Aiac – Associazione Italiana Allenatori Calcio – ha colto l’opportunità offrendo contenuti formativi sul portale MyAiac.it: un vero e proprio archivio digitale di valore, con videolezioni tenute da allenatori e preparatori, rivolte in particolare al settore dilettantistico e giovanile, ma accessibili a tutti gli iscritti.

L’obiettivo è trasferire concetti e pratiche del calcio professionistico alla base e ai settori giovanili. A guidare l’iniziativa c’è Renzo Ulivieri, presidente Aiac, che interviene talvolta per sottolineare passaggi chiave o condividere esperienze significative. Tra i webinar più discussi all’interno della comunità tecnica, spicca quello realizzato da Roberto De Zerbi, definito da Ulivieri “un esploratore”, incentrato sulla “costruzione dal basso”. Una lezione illuminante, durante la quale l’allenatore del Sassuolo ha illustrato le sue idee aprendo il proprio computer, condividendo clip di allenamento, analisi tattiche e, in modo curioso, anche due cartelle ben visibili sul desktop: “Liverpool” e “Empoli di Sarri 4-3-1-2”. Un momento raro e appassionato, in cui De Zerbi si è mostrato con grande trasparenza, senza timori, animato da un evidente amore per il calcio.

I principi fondamentali

Il tecnico ha avviato il suo intervento spiegando i tre principi cardine della costruzione dal basso: la gestione del gioco – che include lettura, scelta e esecuzione – l’occupazione razionale degli spazi in relazione ai movimenti dei compagni, e la capacità di riconoscere situazioni di superiorità numerica. Rilevanti anche la ricerca dell’uomo libero e del cosiddetto “terzo uomo”. Ma qual è il senso profondo della costruzione dal basso?

«Non una moda», chiarisce Mister De Zerbi. Questo approccio, se ben eseguito, consente vantaggi concreti: fare gol, andare al tiro, conquistare tanti metri di campo. Dunque credere che porti vantaggi è il primo aspetto, fondamentale. Poi perché riflette il carattere dell’allenatore bresciano («Da giocatore mi divertivo quando avevo la palla»), per sfruttare i giocatori d’attacco («Meglio portargli il pallone che buttarglielo nei denti»), perché migliora l’autostima, per non scommettere sugli eventi della partita (rimbalzi, spizzate di testa, seconde palle). Anche per divertirsi e divertire. Insomma, l’idea è quella di determinare il gioco.

L’applicazione pratica

La parte teorica trova la sua concretizzazione nella pratica. De Zerbi descrive con precisione le situazioni tipiche che partono dal rinvio del portiere, variando le disposizioni in base agli scenari: centrocampisti più stretti o larghi, terzini alti o bassi, soluzioni adattate alle pressioni avversarie. In contesti di superiorità numerica nella propria metà campo, la squadra può iniziare la manovra: «Più la pressione dell’avversario diventa forte, più l’azione diventa verticale. Più lasci avversari dietro, più è facile andare a far gol. Se l’avversario non è intenso nella pressione e bada più a schermarci, si conquista campo in avanti piano piano».

L’approccio ricorda un’arte marziale, in cui si sfrutta l’impeto dell’avversario. In situazione di parità numerica, invece, si opta per soluzioni più dirette: «non ho vantaggio a giocare nella mia metà campo, lo spazio è nella metà campo avversaria». Si parla poi del retro-passaggio al portiere come strumento per attrarre la pressione e creare spazi, e infine della costruzione “alta”, a circa 30-40 metri dalla propria area.

E in caso di palla persa? «Il più vicino prende il possessore, gli altri stringono e ci si ricompatta in fase difensiva. Non è detto che quando perdi palla prendi gol: se ogni volta prendessimo gol, i rischi annullerebbero i benefici della costruzione dal basso». Non esistono schemi fissi: molto è affidato all’intelligenza del singolo, capace di eludere la pressione grazie ad esercitazioni specifiche che spingono al palleggio in situazioni complesse. «All’inizio del percorso sembra che una squadra sia prevedibile, lenta, compassata, in realtà si sta formando, e improvvisamente ti scoppia tra le mani: tutto diventa fluido, veloce, automatico, interiorizzato».

Spunti e riflessioni

La lezione è ricca di contenuti, anche filosofici. De Zerbi è netto: «Sulla mancanza di coraggio io non transigo. Se va male mi prendo la colpa, se va bene ti do i meriti, ma il non coraggio a giocare a calcio non lo accetto». Un altro spunto interessante riguarda il controllo di suola, spesso sottovalutato: «Con la suola puoi andare dove vuoi, hai il dominio totale del pallone. Questo gesto non va fatto con superficialità, e mi arrabbio quando qualche giocatore pensa sia solo estetica. Antonio Vacca a Foggia mi diceva che lo usava per tirar fuori l’avversario. Inconsciamente la suola dà all’avversario la voglia di venirti a pressare in maniera più violenta, che è quello che vuoi tu».

Infine, il suo ruolo da allenatore: «Cerco di allenare i miei giocatori per il miglioramento, per il divertimento. Non voglio soldatini, anzi. Io voglio dare tutti gli strumenti per facilitare il compito al calciatore, e che durante la partita pensi “ok mister mi hai dato tutto ora ci penso io”, ora lascia che la decisione la prenda io».

 
 
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