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Si chiamano Webinar e in questi tempi di isolamento forzato in tanti ne hanno sentito parlare: sono, semplicemente, dei seminari interattivi tenuti su internet. Lezioni virtuali, come quelle che i ragazzi hanno imparato a seguire su piattaforme come Zoom. Stessa soluzione adottata dall’Aiac, l’associazione allenatori, che sul sito MyAiac.it ha prodotto un tesoro. Le videolezioni con allenatori e preparatori – i webinar appunto – sono rivolte ai colleghi dilettanti e giovanili, ma sono fruibili da chiunque si iscriva. L’ispirazione è quanto del calcio di alto livello può essere riportato nel calcio di base o a livello giovanile. Renzo Ulivieri, presidente dell’Aiac, fa da nume tutelare, a volte sottolineando certi concetti, altre per riportare un suo prezioso ricordo. Uno dei webinar di cui nella comunità tecnica si è parlato parecchio è quello di Roberto De Zerbi – definito “un esploratore” da Ulivieri – sul tema “costruzione dal basso”. Interessante è dire poco, perché il tecnico del Sassuolo spiega le sue idee, apre (letteralmente) il suo pc mostrando situazioni di gioco ed esercitazioni in allenamento (e pure due cartelle che spiccano sul desktop: “Liverpool” e “Empoli di Sarri 4-3-1-2”…). Uno spettacolo, perché non capita tutti i giorni che un allenatore si apra così (anzi, quasi mai per la verità): a un pubblico ristretto, certo, ma senza gelosie, con sincerità e una passione che emerge da ogni parola.

De Zerbi
© gianlucadimarzio.com

I principi

De Zerbi parte dai principi, anzi da tre macroprincipi, della costruzione da dietro: comando del gioco, – che comprende conoscenza, lettura/ scelta, esecuzione – occupazione razionale degli spazi (capire dove mettersi in base alla posizione dei compagni), saper riconoscere la superiorità numerica. Concetto fondamentale, come quello di individuare l’uomo libero e il cosiddetto “terzo uomo”. Poi si passa al perché costruire da dietro. «Non una moda», spiega De Zerbi. Il fatto è che se fatta bene, la costruzione bassa porta dei vantaggi: fare gol, andare al tiro, conquistare 40-50 metri di campo. Dunque credere che porti vantaggi è il primo aspetto, fondamentale. Poi perché riflette il suo carattere («Da giocatore mi divertivo quando avevo la palla»), per sfruttare i giocatori d’attacco («Meglio portargli il pallone che buttarglielo nei denti»), perché migliora l’autostima, per non scommettere sugli eventi della partita (rimbalzi, spizzate, seconde palle). Anche per divertirsi e divertire. Insomma, l’idea è quella di determinare il gioco.

L’applicazione

L’introduzione serve a capire meglio l’applicazione pratica. Che diventa chiarissima quando è lo stesso De Zerbi a spiegarla. Si parte dalla costruzione dal rinvio, e il tecnico espone diverse situazioni con diverse soluzioni: mediani stretti o più larghi, terzini più alti o più bassi, posizioni di- verse per problemi diversi. Quando la squadra è in superiorità numerica nella propria metà campo, si gioca: «Più la pressione dell’avversario diventa forte, più l’azione diventa verticale. Più lasci avversari dietro, più è facile andare a far gol. Se l’avversario non è intenso nella pressione e bada più a schermarci, si conquista campo in avanti piano piano».

Sembra un’arte marziale: sfruttare la forza dell’avversario a proprio vantaggio. In parità numerica, si sceglie la soluzione diretta, perché «non ho vantaggio a giocare nella mia metà campo, lo spazio è nella metà campo avversaria». Si passa poi alla costruzione su palla libera, con l’utilizzo del retropassaggio al portiere per far uscire gli avversari: andare indietro per andare meglio in avanti. E poi la costruzione alta, che De Zerbi intende a 30-40 metri dalla propria area. E quando si perde palla? «Il più vicino prende il possessore, gli altri stringono e ci si ricompatta in fase difensiva. Non è detto che quando perdi palla prendi gol: se ogni volta prendessimo gol, i rischi annullerebbero i benefici della costruzione dal basso». Non ci sono giocate predefinite o codificate, a volte si chiede alla qualità del singolo giocatore di mandare a vuoto la pressione, allenata con esercitazioni che spesso esasperano la volontà di uscire palleggiando. Proprio per abituarsi a osare. «All’inizio del percorso sembra che una squadra sia prevedibile, lenta, compassata, in realtà si sta formando, e improvvisamente ti scoppia tra le mani: tutto diventa fluido, veloce, automatico, interiorizzato».

Appunti sparsi

La lezione è ricca di spunti e sottolineature eccellenti. La prima è di natura filosofica: «Sulla mancanza di coraggio io non transigo. Se va male mi prendo la colpa, se va bene ti do i meriti, ma il non coraggio a giocare a calcio non lo accetto». La seconda è tecnica: il controllo di suola. Non più vezzo ma utilità: «Con la suola puoi andare dove vuoi, hai il dominio totale del pallone. Questo gesto non va fatto con superficialità, e mi arrabbio quando qualche giocatore pensa sia solo estetica. Antonio Vacca a Foggia mi diceva che lo usava per tirar fuori l’avversario. Inconsciamente la suola dà all’avversario la voglia di venirti a pressare in maniera più violenta, che è quello che vuoi tu». E poi sul suo ruolo: «Cerco di allenare i miei giocatori per il miglioramento, per il divertimento. Non voglio soldatini, anzi. Io voglio dare tutti gli strumenti per facilitare il compito al calciatore, e che durante la partita pensi “ok mister mi hai dato tutto ora ci penso io”, ora lascia che la decisione la prenda io».

 
 

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