Coronavirus-COVID-19
 

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Musica a palla, quintali di hot dog consumati dopo che il loro aroma acre ha impregnato l’aria fin dal mattino, condizionatori tenuti al massimo anche nelle giornate più fresche. Non c’è niente di più americano di Flushing Meadows con i suoi 32 campi da tennis che ogni anno ospitano gli Us Open, l’ultimo Slam stagionale e anche il più ricco (l’anno scorso quasi 53 milioni di euro di montepremi), perché a New York i soldi non sono mai stati un problema.

Flushing Meadows
© agi.it

Il posto dei record

Malgrado sia lontano dal cuore pulsante della città (più di mezz’ora di metropolitana da Manhattan), il parco costruito sulle paludi del Queen’s è diventato in fretta un’icona della Grande Mela e un luogo adorato dai suoi abitanti. Intanto per la storia: fu ultimato nel 1939 per diventare la sede dell’Expo mondiale di quell’anno, l’evento che doveva rilanciare l’America dopo i tormenti della Grande Depressione, e poi ospitò anche l’Expo del 1964, una delle ultime stagioni felici prima delle lacerazioni sociali del Vietnam e della questione razziale. Soprattutto, dal 1978, Flushing Meadows ha trasformato il tennis in un fenomeno di massa, dove agonismo, divertimento e festa di popolo si sono fusi ben prima che lo sport delle racchette esplodesse nella sua dimensione globale. È in quell’anno, infatti, che gli Us Open si trasferiscono lì da Forest Hills. E siccome siamo negli States, si ragiona solo in grande: il National Center viene costruito in 9 mesi e con il passare del tempo aggiunge record a record. Perciò oggi l’Arthur Ashe, cioè il Centrale, è il campo all’aperto per il tennis più capiente del mondo, con più di 23.000 posti a sedere, 90 suite di lusso e 5 ristoranti; è stato il primo impianto a dotarsi di un sistema elettronico (l’Occhio di Falco) per verificare il punto di impatto della palla e nel 2016 si è dotato di un tetto retrattile contro la pioggia che si chiude in 7 minuti e permette di rigiocare in 15. Nel 2019, hanno assistito alle due settimane di partite 737.872 spettatori, un primato che consolida gli Us Open come torneo più seguito al mondo.

L’amore ricambiato

E tutto era pronto a un altro bagno di passione dal 24 agosto, prima che il coronavirus cambiasse tragicamente il corso degli eventi. E così, davanti a un’emergenza da tempi di guerra, Flushing Meadows ha deciso di restituire un po’ dell’amore che da sempre gli han- no riservato i newyorkesi, travolti in pochissimi giorni da un focolaio tra i più terribili, con una quotidianità fatta di migliaia di morti. E così la catte- drale del tennis si è trasformata nel tempio della speranza, met- tendo a disposizione le proprie strutture per l’allestimento di un ospedale da campo dove curare i pazienti non affetti da Covid-19, così da alleggerire la pressione sulle cliniche cittadine. I campi al coperto sono stati utilizzati per ospitare temporaneamente 350 letti e anche per preparare i pasti durante la pandemia. Le cucine del Louis Armstrong Stadium, il secondo campo più grande dopo il Centrale, garantiscono infatti 25.000 pasti al giorno, destinati a pazienti, operatori sanitari, volontari e bambini della città. Il portavoce della Federazione americana, Chris Widmaier, in poche parole ha spiegato l’essenza di questa scelta: «New York e Flushing Meadows sono una cosa sola». Per sempre.


 
 

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