chicago-bulls
 

Tempo di Lettura: 4 minuti

Lo racconta nel suo documentario su Netflix

Jordan
© globalist.it

Li chiamavano «Il circo viaggiante della cocaina». Erano famosi per le feste a base di polvere bianca, quella che infestava l’Nba nel 1984, quando Michael Jordan cominciò a scrivere la sua leggenda. Sembra strano ripensarci adesso, ma l’Nba negli anni 80 era soprattutto quello. Ed è il mondo che MJ racconta di aver scoperto subito, fin dalla sua prima preseason. «Al college venivo da un programma pulito, dove la squadra veniva sempre al primo posto. Mi preparò per l’Nba, ma quello che trovai a Chicago era completamente diverso», dice in un passaggio delle oltre 8 ore di interviste registrate tra il maggio 2018 e il dicembre 2019 che compongono The Last Dance, la docserie in 10 puntate sui Bulls 1997-98 sbarcata ieri su Netflix per la gioia dei fan in quarantena.

Il festino

Jordan fu la terza chiamata al draft 1984 (altra stranezza, rivista oggi). I Bulls la stagione prima avevano vinto solo 27 partite. A Chicago erano a malapena sulla mappa dello sport locale, surclassati da baseball (Cubs e White Sox), football (Bears), hockey (Blackhawks) e persino dal calcio. Jordan, che dopo l’Olimpiade di Los Angeles ‘84 in cui trascinò gli Usa all’oro aveva impressionato, era l’uomo della rinascita. Eppure… «Ricordo questo episodio durante la preseason – racconta nella prima puntata di The Last Dance -. Eravamo in trasferta, io esco dalla mia stanza dell’hotel per cercare i miei compagni. Busso a ogni porta, a un certo punto da dentro una stanza sento una voce che dice “Fate silenzio, c’è qualcuno fuori”. Dall’interno una voce profonda mi chiese chi fossi. Io rispondo: “MJ”. E allora da dentro uno fa: “Fallo entrare, è solo un rookie”. Mi aprono la porta e vedo che dentro c’è praticamente tutta la squadra. Avevo 21 anni, aprendo quella porta ho visto cose che in vita mia non avevo ancora visto. C’erano strisce di coca e marijuana. E le donne. Me ne andai di corsa, perché l’unica cosa a cui pensavo era che se ci fosse stata una retata sarei stato colpevole quanto tutti loro. Da quel momento non li ho più frequentati». E per fortuna, diciamo noi.

Rivoluzione

Mai scelta fu più azzeccata: «All’epoca non fumavo, non mi facevo di coca e non bevevo – racconta MJ -. Tutto quello che facevo era riposarmi, allenarmi e giocare». Come racconta Rod Higgins, compagno di allora, Jordan non andava alle feste come il resto della squadra. Ma fin dal primo allenamento della stagione dimostrò di essere speciale. Ci mise sette anni a vincere il suo primo anello: quando ci riuscì, nel 1991, nessuno dei compagni conosciuti in quella prima stagione era con lui a festeggiare. Chicago era finalmente sulla mappa. Grazie alla sua matricola diventata grande facendo quello che gli altri non volevano fare.

 
 

Tempo di Lettura: 4 minuti

 

Ultime dalla Piazzetta

La più grande farsa della storia del calcio

Com’è nata la rovesciata?

I peggiori giocatori di sempre de La Liga spagnola

I peggiori acquisti del PSG di Al-Khelaifi

I 10 calciatori asiatici più costosi nel 2020

I 10 giocatori che hanno vinto Champions League e Copa Libertadores

Loading...