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La serie che racconta la nascita del calcio ha due “protagonisti”, uno l’antitesi dell’altro, Arthur Kinnaird e Fergus Suter. I due si sarebbero scontrati per la prima volta nei quarti di finale della FA Cup 1878/1879, dando vita a una storia che avrebbe cambiato il volto del gioco, che tutti oggi conosciamo, per sempre. Una storia che oggi Netflix ci racconta con una serie da titolo “The English Game”.

Nei primi anni della storia del calcio, quando il gioco inventato dai nobili “Old Boys” era ancora di loro esclusiva prerogativa, Arthur Kinnaird era una stella assoluta, l’ispirazione per i tanti ragazzini londinesi che si stavano innamorando di quella disciplina in ascesa e che lo seguivano mentre raggiungeva il campo di gioco, dove immancabilmente avrebbe finito per primeggiare. Campione scolastico di tennis, canoa e corsa, si era avvicinato al football fin dalla sua nascita, avvenuta quando aveva appena 16 anni, dimostrandosi abile in ogni zona del campo e particolarmente versato nel ruolo di attaccante interno nel 2-2-6 utilizzato all’epoca, che gli permetteva arretrando di farsi valere anche in fase difensiva.

Se fuori dal campo era uno squisito gentiluomo, migliore espressione della migliore borghesia londinese – avrebbe ereditato il titolo di Lord dal padre – quando il gioco infuriava Kinnaird era vittima di una vera e propria metamorfosi: non contemplando la sconfitta come possibilità, dava tutto se stesso pur di ottenere la vittoria, abbinando a una tecnica elegante una condotta spesso ai limiti del regolamento, con frequenti spallate e una continua ricerca dello scontro fisico con gli avversari. Dopo aver giocato con i Wanderers, capaci di vincere 5 FA Cup, li avrebbe abbandonati per fondare insieme all’amico Francis Marindin gli Old Etonians, squadra che rappresentava gli ex studenti (Old Boys) di Eton, dove i due avevano studiato.

Fino al 1879 il calcio era appartenuto esclusivamente a quella nobiltà che lo aveva ideato e codificato: certo esistevano altre realtà locali di rilievo nel nord operaio, ma nessuna poteva reggere al confronto con chi era nato in una buona famiglia, poteva nutrirsi nel modo migliore e senza affannarsi in lavori usuranti ma capaci di mettere insieme il pranzo con la cena. Quando si arrivava al momento della verità, non esisteva confronto tra le squadre delle Midlands o del nord rispetto a quelle londinesi, i cui giocatori erano atleticamente dei prodigi e si sentivano inoltre di godere anche nello sport di quella superiorità “genetica” ricevuta in dono dal fato.

La storia sarebbe cambiata quando nel 1879 gli Old Etonians si trovarono ad affrontare nei quarti di finale di FA Cup lo sconosciuto Darwen, club che rappresentava un piccolo villaggio del Lancashire ma che aveva grandi ambizioni: il proprietario aveva destinato una bella somma a due calciatori scozzesi, arrivati in città appositamente per migliorare le fortune di una squadra che nessuno aveva mai preso in considerazione prima. I loro nomi? James Love, attaccante inseguito dai debiti e che sempre a causa dei debiti se ne sarebbe presto andato, e Fergus Suter, difensore scozzese che sapeva leggere le partite come pochi ed era capace, cosa assolutamente inusuale all’epoca, di impostare il gioco dalle retrovie. Tagliapietre di professione, si era messo in mostra in una tourneé con il suo Partick, scatenando una vera e propria asta tra le due compagini che aveva affrontato nel giro di due giorni, i Blackburn Rovers e appunto il Darwen.

In un calcio estremamente fisico come quello dei pionieri del football, Suter spiccava per il fisico esile, quasi minuto, che portava spesso molti avversari a sottovalutarlo. Avversari che poi finivano per essere anticipati senza pietà da un difensore scaltro come pochi, che sapeva trattare il pallone come un attaccante e giocava sempre di anticipo. Al suo arrivo a Darwen era stato chiaro: il suo mestiere, pur se non ufficialmente in quanto non permesso dalle regole, sarebbe stato il calcio e nient’altro, presa di posizione che di fatto lo trasformò nel primo calciatore professionista della storia.

 
 

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