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Il Real Madrid si sta preparando a una svolta epocale nella propria struttura proprietaria. Per la prima volta nella sua lunga storia, il club sta considerando la possibilità di aprire a investitori esterni, consentendo l’ingresso di capitali privati senza però perdere il controllo da parte dei suoi soci storici.

Un modello unico da oltre un secolo

Fondato nel 1902, il Real Madrid è uno dei pochissimi club europei – insieme a Barcellona, Athletic Bilbao e Osasuña – ancora interamente posseduti dai soci. Questo assetto ha resistito anche alle riforme degli anni ’90, quando in Spagna fu introdotto l’obbligo di trasformazione in società per azioni per quasi tutte le squadre professionistiche.

La proprietà collettiva garantisce che i soci eleggano il presidente, approvino i bilanci e votino le modifiche allo statuto. Solo i figli o nipoti di soci possono farne parte, e circa 2.000 di loro (i cosiddetti socios compromisarios) hanno diritto di voto nelle assemblee.

Un club da record, ma con vincoli strutturali

Secondo il rapporto Deloitte, nella stagione 2023-2024 il Real Madrid è stato l’unico club al mondo a superare 1 miliardo di euro di ricavi (esattamente 1,045 miliardi). Nonostante ciò, il presidente Florentino Pérez ha più volte evidenziato i limiti imposti dal modello associativo, soprattutto quando si confronta con club supportati da fondi sovrani o miliardari privati nel mercato dei trasferimenti.

L’ipotesi del referendum e il piano in discussione

Nel 2024, durante l’assemblea generale annuale, Pérez aveva lasciato intendere la possibilità di convocare un referendum tra i soci per valutare una “ristrutturazione societaria”. L’obiettivo sarebbe permettere un afflusso di capitali esterni, mantenendo però il controllo del club in mano ai membri storici.

Secondo fonti vicine alla dirigenza, il presidente intende presentare i dettagli di questo piano nella prossima assemblea (attesa entro novembre 2025). Tra le proposte in discussione figura la creazione di una doppia entità: da un lato la parte sportiva, controllata dai soci; dall’altro le attività commerciali, aperte agli investimenti esterni.

Un’altra ipotesi citata è quella del modello 50+1, simile a quello applicato in Bundesliga, dove i membri del club conservano la maggioranza assoluta dei voti decisionali.

Investimenti già esistenti e la nuova strategia

Negli ultimi anni, il Real Madrid ha già siglato diversi accordi con investitori stranieri, in particolare per finanziare il restyling del Santiago Bernabéu, costato circa 1,8 miliardi di euro.
Tra i principali partner figurano:

  • Providence Equity: nel 2017 ha investito 200 milioni di euro in cambio di parte dei ricavi da sponsorizzazioni, accordo poi esteso nel 2021.
  • Sixth Street: nel 2022 ha contribuito con 360 milioni di euro, ottenendo il 20% dei ricavi non legati agli abbonamenti dello stadio per 20 anni.
  • Legends: società collegata a Sixth Street, ha assunto la gestione di shop, ristoranti e attività extra-calcistiche all’interno del Bernabéu.

È stata anche costituita una nuova società dedicata agli eventi non sportivi, da concerti a partite NFL, per ottimizzare la monetizzazione dello stadio.

L’equilibrio tra controllo e competitività

Pérez ha sempre dichiarato che intende proteggere l’identità del club e il ruolo centrale dei soci. Tuttavia, ha anche riconosciuto che il modello attuale rende difficile competere con i grandi poteri economici del calcio europeo.

Nell’assemblea del novembre 2024, il presidente aveva affermato: “Presenteremo una proposta per una riorganizzazione societaria che tuteli il nostro futuro, protegga i nostri asset e garantisca che i soci rimangano i veri proprietari del club.”

Sebbene non siano emersi ulteriori dettagli pubblicamente da allora, il progetto sta avanzando. Le discussioni coinvolgono anche consulenti come Key Capital Partners e lo studio legale Clifford Chance, già noti per il coinvolgimento nella (fallita) Superlega.

Difficoltà legali e opinione dei soci

Una delle complessità principali riguarda il quadro normativo spagnolo e il regime fiscale, che rendono difficile separare le componenti societarie senza generare contenziosi o perdita di status speciale. Inoltre, qualsiasi apertura a investitori dovrà evitare che questi acquisiscano potere decisionale su aspetti fondamentali come allenatore, mercato e direzione sportiva.

Fonti interne rivelano anche che è stata scartata l’ipotesi di permettere ai soci di vendere le proprie quote individuali — opzione che avrebbe potuto portare guadagni personali anche nell’ordine di 50.000-100.000 euro.

Alcuni analisti sottolineano anche un paradosso economico: i biglietti per i soci costano spesso molto meno dei pacchetti VIP che gli investitori vorrebbero incentivare. Questo rende l’attuale base sociale meno redditizia per chi cerca ritorni finanziari a breve termine, ma fondamentale per il presidente in termini di sostegno politico interno.

Il punto di equilibrio ancora da trovare

Al momento, nessuna delle soluzioni proposte ha ottenuto l’unanimità:

  • Un’apertura controllata sul modello 50+1 garantirebbe il mantenimento del potere decisionale da parte dei soci, ma potrebbe scoraggiare investitori con poca influenza operativa.
  • Una separazione delle entità societarie (calcio vs attività commerciali) consentirebbe l’ingresso di capitali mirati, ma richiederebbe riforme statutarie complesse e approvazioni legali.

Florentino Pérez ha ribadito in passato: “Nessuno dovrebbe riuscire a ottenere il controllo del Real Madrid con mezzi ambigui. Questo club appartiene ai suoi soci, e deve restare tale.”

Il Real Madrid si trova davanti a una possibile trasformazione della sua identità strutturale. Il bilanciamento tra mantenere il controllo interno e restare competitivi a livello globale è delicato, ma urgente.

Qualunque sarà la soluzione scelta, il futuro del club sarà deciso, ancora una volta, dai suoi soci, chiamati a votare su un piano che potrebbe segnare un prima e un dopo nella storia dei Blancos.

 
 
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