Shanghais stadium fire
 

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di Pierpaolo Rizzo

I tempi che viviamo sono pazzeschi, tutto il contrario di tutto. E pensare che quando eravamo ragazzini (anni ’90, chi scrive è nel mezzo del cammin di nostra vita) i parenti tutti dicevano che le cose stavano per capovolgersi, per usare un eufemismo. Ed avevano ragione!

All’epoca si dava la colpa alla televisione, oggi possiamo darla ai social, Tik Tok, Instagram e co. La verità è che la colpa è di chi, a questi giovani a cui addossiamo delle colpe, li ha educati. Ed è forse da qui che nasce l’ipocrisia della società occidentale contemporanea e la consecutio da cui ne deriva una della maggiori “industrie” che a tratti riesce persino a tenerla in scacco: lo sport, tutto.

La notizia della “squalifica” ai paralimpici russi e bielorussi (Fonte: Rai Sport) è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. O forse è meglio dire che aperto il vaso di Pandora?

Quest’eterna lotta tra due fazioni, guelfi e ghibellini, Montecchi e Capuleti, USA e USSR, ha un po’ il sapore ammuffito e il fatto che ormai ci caschi chiunque in questa retorica dualista e divisiva, che va avanti da centinaia di anni prima che nascesse la persona che potesse solo pensare ai sopracitati, fa quasi tenerezza. Il fatto che ci caschi anche il mondo dello sport, persino le olimpiadi dedicate a chi forse ha avuto meno fortuna rispetto ai loro omologhi normo-dotati, un po’ forse dovrebbe far preoccupare. Giusto per ricordarlo, nel caso non fosse chiaro, divide et impera era una strategia applicata dagli antichi romani, in guerra quanto in politica.

In una società iper-protettiva e iper-permalosa, quella contemporanea, che potremmo definire “petalosa”, si è ormai arrivati al culmine dell’ipocrisia. Qual è il crimine di questi poveri atleti? Essere nati in una nazione che ha deciso di muovere guerra contro un paese limitrofo?

Senza troppo stare a parlare di geo-politica ed asset di guerra (dato che parliamo di sport), ci sembra ambigua la reazione da parte del mondo dello sport e di un evento il cui creatore diceva che “i Giochi Olimpici sono un dono per il mondo e tutte le nazioni devono poter essere ammesse“, soprattutto perché sono molte le nazioni in guerra: dovremmo squalificare dunque gli stessi ucraini, in guerra da anni nella famosa regione del Donbass, mezza Africa e mezzo Medio-Oriente.

Le nazioni in guerra negli ultimi anni – Fonte: Wikipedia

Quello stesso sport che squalificava i tesserati di una Coppa nazionale di calcio perché hanno osato propagandare contro una guerra, non a caso. Si tratta di un ex calciatore francese in forza al Siviglia nella stagione 2008/2009, Frédéric Kanouté, che in una partita di Coppa del Re mostrò una t-shirt pro-Palestina. Cartellino giallo come da regolamento, a cui seguirono 3000€ di multa, nulla per un calciatore dei maggiori campionati di calcio al Mondo, però pur sempre un atto contro quello che nel gergo giuridico-sportivo potremmo definire “esibizione di motti politici e religiosi sotto la divisa da gioco“.

Ma è una regola della federazione calcistica spagnola?!!?!!

Sti CAZZI! Rispondo usando un eufemismo “borisiano/strappato lungo i bordi”. Se andate a pagina 44 del pdf del regolamento AIA-FIGC, quello che avrà ogni arbitro sul proprio cellulare, cita testualmente: “L’equipaggiamento non deve contenere alcuno slogan, scritta o immagine di
natura politica, religiosa o personale. I calciatori non devono esibire indumenti
indossati sotto l’equipaggiamento che contengano slogan, scritte o immagini d
natura politica, religiosa, personale, o pubblicità diversa dal logo del fabbricante.
Per qualsiasi infrazione il calciatore e/o la sua squadra saranno sanzionati
dall’organizzatore della competizione o dalla Federazione nazionale o dalla FIFA
“.

Che sia ben chiaro, nulla contro gli ucraini o a favore dei russi. La guerra fa schifo, sempre!

Eppure, ultimamente ne abbiamo fatta incetta di sportivi pro-Ucraina, con magliette sopra, sotto, in mezzo ai completini da gioco.

Il Milan nel riscaldamento pre derby del 01/03/2022 – © virgilio.it
Malinovskyi, calciatore ucraino dell’Atalanta – © Corriere dello Sport

Non ci sembra siano fioccate le sanzioni contro questi ultimi, come al contrario successe al calciatore egiziano Mohamed Aboutrika che segnò un gol alla Costa d’Avorio nel corso della Coppa d’Africa nel 2008 , e ben pensò, dopo il gol, che da laureato in storia dell’arte fosse buona cosa alzare una maglia a sostegno del popolo palestinese di Gaza. Solo che il giorno dopo la federazione calcistica egiziana chiese scusa con un messaggio: “Non era una presa di posizione politica, solo un pensiero privato del giocatore”, e per il calciatore rimase la vergogna di aver semplicemente dato visibilità ad un popolo martoriato che ne necessitava. (Fonte: gazzetta.it)

Insomma anche nello sport, tanto in guerra come in pace, è solo una questione economica, di latitudine e di appeal mediatico. Cosa volete che ce ne importi dello Yemen o dell’Etiopia.

Il bello è che ad alleggerire questa situazione, come dicevo… “petalosa”, sono proprio quelli a cui si muovono le critiche per i mali contemporanei della società: i giovani. I meme sui cambi di nome di personaggi famosi con parole più o meno “filo-russe” all’interno delle proprie generalità per stemperare questo nazismo del buonismo, sono geniali. Maurizio Kiev, Germano Kievoni o Davide Kieverelli, sono solo alcuni esempi per restare in ambito sportivo.

Qualcuno, come già citato nella prefazione di quest’articolo, direbbe che è colpa dei social, ed anche noi lo pensiamo, ma per aver dato un megafono anche a chi davvero neanche la madre gliene darebbe in mano uno. E perché possa essere chiara la nostra posizione sull’argomento, lo sport, come da regolamento, deve stare fuori da qualsiasi questione politica e religiosa, perché con questi non c’entra nulla. E lo devono essere sempre e con chiunque, perché qualsiasi sport nasce dal bisogno infantile del ludus, e in quanto tale non ammette disparità: gioca anche chi ha il padre stron*o!

 
 

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