Pablo Escobar calcio

Ci sono voluti 23 anni, ma la questione è così presente come quel 2 dicembre 1993, quando è stato trovato il suo corpo colpito a morte, senza vita.

“Plata o plomo”, “hágale pues” o “bien verraco” sono alcune delle frasi dell’epoca che oggi sono ripetute nel gergo tipico colombiano.

La serie americana Narcos e il romanzo colombiano El Patrón del Mal hanno riportato all’opinione pubblica la vita di Pablo Emilio Escobar Gaviria, il più importante trafficante di droga di tutti i tempi.

Noto leader del cartello di Medellin, Escobar o semplicemente “el Patrón” come lo chiamavano i suoi scagnozzi, riuscì a diventare uno tra gli uomini più ricchi del mondo secondo la rivista Forbes con una fortuna intorno ai  30.000 milioni di dollari circa, al momento della sua morte.

Escobar è nato in una famiglia umile di Antioquia e da giovanissimo ha dimostrato il suo senso degli affari. Alla fine del 1960 inizia la sua carriera nel contrabbando vendendo qualsiasi tipo di elettrodomestico: televisori, frigoriferi, impianti stereo; ma 10 anni dopo entrò in un mondo in cui il suo reddito aumentò in quantità mai pensata prima d’ora: la cocaina.

Con questa droga diventò proprietario del 75% del mercato illegale negli Stati Uniti e più del 80% nel resto del mondo.
Creò un impero. Comprò  polizia e politici. Pochi ebbero il coraggio di confrontarsi con lui e chi l’ha fatto, è finito nel peggiore dei modi: in un cassetto.

Due ministri della giustizia (Rodrigo Lara Bonilla e Enrique Low Murtra), un candidato presidenziale (Luis Carlos Galan) e direttore del quotidiano El Espectador (Guillermo Cano Isaza) sono stati alcuni delle almeno 4.000 persone stimate tra i suuoi morti.

 

Pablo Escobar e il calcio
Foto dal web

Escobar e il calcio…

Allo stesso tempo, Pablo Escobar aveva uno stretto rapporto con il mondo del pallone.

Tifoso del Deportivo Independiente Medellin (come ha ora chiarito suo figlio, anche se “Narcos” mostra simpatia per l’Atlético Nacional), Escobar ha sempre avuto il calcio tra le sue passioni e, naturalmente, lo ha anche usato come una forma di riciclaggio di denaro, pratica molto comune in quegli anni da vari concessionari sia a Medellin (Escobar con DIM e Atletico), che a Cali (Miguel Rodríguez Orejuela, capo del cartello, in America) e Bogotà (Phanor Arizabaleta con Santa Fe e Gonzalo Rodriguez Gacha, il “messicano” con Millonarios).

Anche nella serie, è sottolineata la passione per il calcio, quando celebra  un gol di “Pato” Aguilera, definendolo un cinghiale.

Escobar fu sempre legato al calcio in un modo oscuro. Strinse legami con i giocatori che sono stati anche dopo frequenti visitatori nella Cattedrale (carcere  creato per scontare la sua pena e non essere estradato), creò campi nei quartieri più poveri per avvicinarsi alle persone e ci guadagnò anche diversi malumori per lo scarso rendimento della sua squadra, che raggiunse  conseguenze estreme, come la morte di un guardalinee.

LIBERTADORES 1989: QUANDO IL DANUBIO FU COSTRETTO A PERDERE

“Sono venuti in albergo un paio di ragazzi con mitragliatrici, ci hanno offerto soldi e hanno minacciato di ucciderci”, ha detto Juan Bava, un arbitro argentino in un’intervista a El Grafico.

Nel 1989 il giudice fece da assistente con Abel Gnecco in una terna guidata da Carlos Esposito.

Gli arbitri argentini erano incaricati della partita Atletico Nacional – Danubio,  semifinale di Libertadores 1989. Dopo lo 0-0 di Montevideo, le squadre dovevano scontrarsi a Medellin e i locali dovevano passere ad ogni modo alla fase successiva e lo fecero capire chiaramente.

“Nei luoghi in cui non dovevano esserci, apparivano tifosi con bandiere”, raccontò Daniel Sanchez, che giocò quella partita da titolare.

Sia in albergo, che per la strada  verso lo stadio, il Danubio sentiva la pressione di giocare in Colombia in quell’epoca.

Secondo quanto affermano, negli spogliatoi poco prima di iniziare la partita i giocatori facero la solita chiacchierata, ma  allo scendere in campo la porta era chiusa da fuori. Gli tagliarono la luce e l’acqua.

“Se mancano cinque minuti e Nacional non la mette dentro entro io e la metto nell’angolo”, disse Bava, rispondendo ai suoi compagni. Non era necessario, perché lo “Paisas” vinsero 6-0, ma queste minacce erano più di una macchia per una Libertadores dubbia.

SEPOLTO CON LA BANDIERA
Il funerale e la sepoltura di Escobar nel 1993 ha catturato l’attenzione di tutti, perché era affollata.

I suoi seguaci sono scesi per le strade di Medellin a piangere la sua morte e rendere omaggio a lui, nonostante le atrocità che ha commesso.

Nel suo cassetto molti oggetti che rappresentavano al narco tra cui una bandiera del Deportivo Independiente Medellín. Anni dopo Escobar fu dissotterato, su richiesta della sua famiglia e quando fu risepolto venne messo nel suo cassetto un’altra bandiera del suo amato club.

 

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