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Nel giorno in cui il calcio italiano si è svegliato fuori dal terzo Mondiale consecutivo, una delle prese di posizione più forti è arrivata da Alessandro Costacurta. Il contesto è quello descritto da Reuters dopo il ko ai rigori contro la Bosnia-Erzegovina: un Paese sportivamente scioccato, la richiesta di cambiamenti radicali, le critiche a Gravina e la sensazione che la sconfitta abbia ormai superato la dimensione della singola partita. Dentro questo clima, Tuttosport ha rilanciato lo sfogo dell’ex difensore del Milan con un titolo molto esplicito: “Costacurta ne ha per tutti! Da Gravina a De Laurentiis fino a Donnarumma. E difende Bastoni”.

La parte più forte delle sue dichiarazioni, almeno per ciò che emerge dall’estratto consultabile, riguarda il nodo strutturale del calcio italiano. Costacurta, parlando a Sky Sport secondo quanto riferisce Tuttosport, ha spostato il discorso dal trauma immediato della Bosnia a una questione molto più profonda: la scarsissima presenza di italiani nelle squadre di vertice della Serie A. Nell’estratto pubblicato, osserva che nelle prime quattro del campionato gli italiani impiegati nell’ultimo turno sarebbero stati soltanto 6 su 44, e che allargando il quadro alle sei squadre in Europa si salirebbe appena a 13 su 66. È una lettura brutale, ma estremamente coerente con la crisi attuale della Nazionale.

Ciò che rende l’intervento di Costacurta davvero rilevante è che non si limita alla polemica sul nome del prossimo ct o sulla responsabilità di un singolo dirigente. Va al cuore del problema: il calcio italiano continua a consumare talenti e stagioni senza costruire abbastanza giocatori italiani di alto profilo dentro il proprio campionato. Dopo il fallimento di Zenica, questa diagnosi pesa molto più di una semplice frase televisiva. Reuters racconta infatti un sistema travolto dalle critiche, con la politica che chiede scosse forti e l’opinione pubblica che non vede più la Bosnia come incidente, ma come conferma di una malattia lunga.

Il fatto che Costacurta “difenda Bastoni”, come segnala il titolo di Tuttosport, aggiunge un secondo livello alla sua presa di posizione. Da una parte mette sotto accusa l’organizzazione generale del calcio italiano; dall’altra rifiuta l’idea di scaricare tutto sul singolo colpevole di serata. È un punto importante, perché nel giorno dopo una disfatta la tentazione di ridurre tutto a un rosso, a un errore o a un volto da esporre è sempre fortissima. Costacurta, almeno per come viene sintetizzato, sembra fare l’operazione opposta: salvare il giocatore dal processo sommario e mettere sotto processo il sistema.

Questa postura lo rende oggi una voce molto ascoltata non solo per il passato milanista o televisivo, ma perché intercetta un bisogno di chiarezza che nel calcio italiano si sente fortissimo. Non è la frase a effetto a colpire, ma la sua direzione. Mentre molti si fermano a Gravina sì o Gravina no, a Gattuso sì o Gattuso no, Costacurta entra sul terreno più scomodo: la produzione del talento, l’uso degli italiani nei club, il rapporto malato tra vertice economico della Serie A e competitività della Nazionale. È il discorso meno immediato da fare, ma forse il più necessario.

In questo senso, il suo intervento pesa perché non consola nessuno. Non salva il sistema, non promette svolte semplici, non si accontenta di cambiare un uomo per rimettere in ordine tutto il resto. Il messaggio che emerge è molto più duro: l’Italia fuori dal Mondiale non è soltanto una squadra che ha perso male a Zenica, ma un movimento che da troppo tempo produce troppo poco in rapporto al proprio status. E se un ex campione come Costacurta decide di dirlo in modo così esplicito, significa che anche dentro il vecchio establishment del calcio italiano la pazienza è finita.

 
 
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