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Il lutto del mondo Inter

Il calcio italiano saluta Beniamino Di Giacomo, per tutti “Gegè”, ex attaccante dell’Inter di Helenio Herrera e protagonista di una stagione irripetibile del calcio nerazzurro. L’Inter ha espresso il proprio cordoglio ricordando un giocatore “generoso e dotato di grande grinta”, arrivato in nerazzurro nel 1962 e capace di lasciare il segno proprio nei primi trionfi della Grande Inter. Nel comunicato pubblicato dal club, la società ha abbracciato la famiglia dell’ex calciatore, ricostruendo il suo passaggio interista e il contributo dato alla squadra di quegli anni.

La notizia della sua scomparsa ha colpito non solo l’ambiente interista, ma anche Porto Recanati, la città marchigiana in cui Di Giacomo era nato il 13 novembre 1935 e che lo ha sempre considerato uno dei propri simboli sportivi. Il Resto del Carlino ha riportato che l’ex attaccante è morto a 90 anni nella clinica Villa Pini di Civitanova, dove era ricoverato da tempo.

La sua storia non appartiene soltanto all’albo d’oro dell’Inter. Appartiene a un calcio diverso, più essenziale, meno esposto, fatto di campi pesanti, trasferimenti frequenti, maglie vissute davvero e carriere costruite attraverso prestazioni, sacrifici e reputazione. Di Giacomo non è stato il volto più celebrato della Grande Inter, ma ne è stato parte vera. E in una squadra popolata da leggende come Facchetti, Suarez, Corso e Mazzola, riuscire comunque a lasciare traccia è già una misura importante del suo valore.

Dalla provincia marchigiana alla Serie A

La carriera di Beniamino Di Giacomo racconta uno dei percorsi più classici e affascinanti del calcio italiano del dopoguerra: la crescita in provincia, l’approdo ai grandi palcoscenici, la capacità di adattarsi a piazze diverse e di farsi ricordare ovunque per serietà e generosità. Secondo la ricostruzione del Resto del Carlino, Di Giacomo era cresciuto calcisticamente con il Castelfidardo prima di arrivare nel 1957 in Serie A con la maglia della Spal.

Da lì cominciò un viaggio lungo e ricco di tappe. Napoli, Lecco, Torino, Mantova, Cesena, Anconitana e Fano sono alcune delle maglie citate nel suo percorso da calciatore. Non fu quindi un attaccante legato a un solo luogo, ma un professionista capace di attraversare diverse geografie del calcio italiano, lasciando ovunque il ricordo di un giocatore combattivo, pratico, utile alla squadra.

Il suo profilo tecnico era quello di un attaccante generoso, non di una prima donna. L’Inter stessa, nel messaggio di cordoglio, ha insistito su grinta e disponibilità. Sono parole che aiutano a collocarlo nel calcio di Herrera, dove disciplina, intensità e sacrificio erano parte del linguaggio quotidiano. In una squadra costruita su organizzazione, forza mentale e lettura spietata delle partite, Di Giacomo poteva avere un ruolo prezioso proprio per queste caratteristiche.

La stagione dello scudetto con Herrera

Il momento più alto della carriera di Di Giacomo resta il biennio all’Inter. Il club nerazzurro ricorda che nella sua prima stagione, quella 1962/63, l’attaccante segnò 11 gol nel campionato vinto dalla squadra di Herrera. È un dato significativo: non una presenza marginale, ma un contributo concreto dentro una squadra che stava entrando nella storia.

Quello scudetto fu uno dei passaggi fondamentali nella costruzione della Grande Inter. Herrera stava modellando una formazione destinata a dominare in Italia e in Europa, con un’identità tecnica e mentale fortissima. Di Giacomo entrò in quella macchina non come stella assoluta, ma come elemento funzionale a un progetto vincente. E spesso sono proprio questi giocatori, meno celebrati ma pienamente inseriti nell’equilibrio collettivo, a dare sostanza ai grandi cicli.

Il Giorno ha sottolineato come non fosse facile essere un elemento di primissima fila in una squadra quasi perfetta, ma anche come Di Giacomo diede comunque un contributo gagliardo all’epopea nerazzurra. È una definizione che restituisce bene il suo posto nella memoria: non il simbolo principale, ma un protagonista di contesto, uno di quei calciatori senza i quali la storia sarebbe meno completa.

La prima Coppa dei Campioni dell’Inter

Nel 1963/64 Di Giacomo fece parte anche della squadra che vinse la prima Coppa dei Campioni della storia dell’Inter. La società nerazzurra ricorda che giocò tre partite in quella competizione: due contro l’Everton e una contro il Monaco a San Siro.

Anche in questo caso, la sua presenza va letta nella dimensione del gruppo. La Coppa dei Campioni del 1964 rappresentò il salto internazionale definitivo dell’Inter di Herrera. Quella vittoria aprì il capitolo europeo più glorioso della società nerazzurra, e Di Giacomo ne fu parte. La sua carriera all’Inter durò due stagioni, con 37 presenze e 13 gol complessivi secondo il club.

Numeri contenuti se osservati isolatamente, ma pesanti se collocati nel contesto. Di Giacomo partecipò a un passaggio fondativo della storia interista: lo scudetto della prima stagione, la Coppa dei Campioni della seconda, la costruzione di un mito che ancora oggi definisce l’identità del club.

Il gol al Mantova che cambiò uno scudetto

La storia di Di Giacomo con l’Inter ebbe anche un controcampo amaro. Dopo il passaggio al Mantova, l’attaccante segnò proprio contro la sua ex squadra una rete rimasta famosa: quella che, nel 1967, contribuì a consegnare lo scudetto alla Juventus, anche per l’errore del portiere interista Giuliano Sarti. Il Giorno ha ricordato questo episodio come uno dei momenti più noti della sua carriera dopo l’addio ai nerazzurri.

È uno di quei dettagli che rendono il calcio una materia narrativa potentissima. Un giocatore che aveva vissuto i trionfi dell’Inter finisce per incidere, anni dopo, su uno dei finali più dolorosi della storia nerazzurra. Non per tradimento, naturalmente, ma per professione. Di Giacomo era ormai un avversario, e da avversario fece ciò che un attaccante deve fare: segnare.

Quel gol lo ha reso parte anche della memoria juventina e della mitologia negativa interista. È la dimostrazione di quanto il suo percorso sia stato più ampio della sola parentesi nella Grande Inter.

La Nazionale e la carriera da allenatore

Di Giacomo ebbe anche una presenza con la nazionale maggiore italiana nel 1964, nella partita vinta dagli azzurri contro la Danimarca per 3-1. È un dettaglio importante perché certifica il livello raggiunto in quegli anni. In un’epoca in cui la concorrenza offensiva era fortissima, arrivare anche solo una volta alla maglia azzurra rappresentava un riconoscimento di valore.

Dopo il ritiro da calciatore, Di Giacomo proseguì nel calcio come allenatore. Il Resto del Carlino ricorda la promozione in C1 con la Jesina nel 1984 e altre esperienze su panchine come Fabriano, Osimana, Fano, Civitanovese, Galatina, Ternana e Teramo. Anche la Civitanovese lo ha ricordato come figura importante della propria storia, legata alla stagione 1980/81 chiusa con la prima storica promozione in Serie C.

Questo secondo capitolo racconta un uomo rimasto dentro il calcio anche dopo la fine della carriera agonistica. Non tutti i giocatori riescono a trasferire esperienza e autorevolezza in panchina. Di Giacomo lo fece, soprattutto in un calcio di provincia che aveva bisogno di competenza, conoscenza del campo e rapporto umano.

L’eredità di Gegè

Il ricordo più forte arriva forse dalla sua comunità. Porto Recanati lo ha salutato come un uomo capace di portare il nome della città nei grandi palcoscenici. Il sindaco Andrea Michelini, citato dal Resto del Carlino, lo ha descritto come un campione portorecanatese e un uomo legato ai valori autentici dello sport: rispetto, sacrificio e appartenenza.

È qui che la figura di Di Giacomo esce dalla semplice cronaca sportiva. La sua carriera parla di scudetti, Coppa dei Campioni, maglia azzurra e gol storici. Ma la sua memoria parla anche di radici, riconoscenza e trasmissione di valori. In un calcio sempre più veloce e commerciale, storie come la sua ricordano che la grandezza non appartiene solo ai nomi più celebrati. Appartiene anche a chi ha saputo attraversare il gioco con dignità.

Beniamino Di Giacomo se ne va lasciando una traccia multipla: nella storia dell’Inter, nella memoria del Mantova, nel ricordo delle piazze che ha rappresentato e nell’affetto della sua Porto Recanati. Non era il più famoso della Grande Inter, ma ne è stato parte. E per il calcio italiano, questo basta a renderlo un nome da ricordare.

 
 
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