Indice
- Un documento che riapre il dibattito dopo il fallimento mondiale
- Pochi giovani, pochi italiani e un bacino sempre più ridotto per la Nazionale
- La qualità tecnica si abbassa e il talento si disperde
- Un sistema che continua a perdere denaro
- Il ritardo sugli stadi e la debolezza infrastrutturale
- Il vero ostacolo: riforme bloccate da vincoli interni ed esterni
- Le proposte sul tavolo per rilanciare il movimento
- Il nodo finale è politico prima ancora che sportivo
Un documento che riapre il dibattito dopo il fallimento mondiale
La pubblicazione della relazione sullo stato di salute del calcio italiano da parte della FIGC arriva nel momento più delicato possibile: il giorno dopo l’esclusione dell’Italia dal Mondiale 2026. Il documento, preparato per un’audizione parlamentare poi saltata, diventa così non soltanto una memoria tecnica, ma anche una presa di posizione politica e istituzionale sul presente e sul futuro del movimento.
Nel testo, Gabriele Gravina spiega di aver comunque scelto di rendere pubblica la relazione nonostante le dimissioni dalla presidenza federale, sottolineando che la rinuncia all’incarico non cancella in automatico i problemi del calcio italiano. Anzi, secondo la lettura proposta nel dossier, il rischio vero è continuare a semplificare un quadro che da anni mostra segnali di deterioramento costante, senza affrontarne davvero le cause profonde.
Il cuore del ragionamento è netto: le criticità del sistema non sono nuove, non sono episodiche e non dipendono da un solo fattore. Sono invece il risultato di squilibri strutturali che riguardano il ricambio generazionale, la qualità tecnica, la sostenibilità economica, il ritardo infrastrutturale e la difficoltà cronica di far convivere interessi diversi dentro una strategia comune.
Pochi giovani, pochi italiani e un bacino sempre più ridotto per la Nazionale
Uno dei punti più forti della relazione riguarda la scarsità di calciatori italiani e giovani impiegati ai massimi livelli. Il dossier fotografa una Serie A tra le più anziane d’Europa, con un’età media elevata e con un utilizzo di stranieri molto superiore rispetto ad altri grandi campionati. I giocatori non selezionabili per la Nazionale occupano infatti gran parte del monte minuti complessivo, mentre il numero di italiani con spazio stabile nel massimo campionato resta limitato.
Ancora più allarmante è il dato sugli Under 21 italiani: la Serie A viene descritta come uno dei campionati peggiori al mondo per utilizzo di giovani selezionabili per la Nazionale. In sostanza, il serbatoio da cui il commissario tecnico dovrebbe attingere è troppo piccolo, troppo poco esposto e troppo poco responsabilizzato.
Secondo la relazione, questa situazione non dipende soltanto dalle scelte tecniche dei singoli allenatori, ma da un impianto complessivo che non incentiva abbastanza la valorizzazione del talento interno. Anche sul piano dei vivai, il confronto internazionale è severo: l’Italia genera meno valore di altri grandi Paesi europei nella formazione e nella cessione di calciatori cresciuti sul territorio nazionale. E non è casuale, osserva il documento, che le realtà italiane più efficaci in questo senso coincidano spesso con quelle che hanno investito anche sul modello delle seconde squadre.
La qualità tecnica si abbassa e il talento si disperde
Il documento non si limita a denunciare la scarsa presenza di italiani. Sostiene anche che il calcio italiano stia progressivamente perdendo qualità tecnica e intensità competitiva. I dati richiamati indicano una Serie A meno brillante di altri campionati in parametri fondamentali come sprint, velocità media del pallone, dribbling e aggressività nel pressing.
Il quadro che ne emerge è quello di un sistema che produce sempre meno calciatori pronti per il calcio internazionale di più alto livello. La questione è resa ancora più evidente dal confronto tra i risultati eccellenti delle Nazionali giovanili italiane e lo scarso impiego, nei club, dei ragazzi che quei risultati li hanno ottenuti. In altre parole, l’Italia riesce ancora a costruire squadre giovanili competitive, ma fatica a tradurre quel patrimonio in minutaggio reale nel calcio professionistico.
La relazione insiste proprio su questo punto: esiste una distanza crescente tra il lavoro svolto nelle selezioni giovanili federali e lo spazio concesso poi ai talenti nei club. È una frattura che impoverisce non solo la Serie A, ma anche la Nazionale maggiore, che si ritrova senza un ricambio sufficientemente allenato al ritmo e alla pressione del calcio di vertice.
Un sistema che continua a perdere denaro
Un altro nodo centrale è quello economico. Il calcio professionistico italiano viene descritto come un sistema ancora profondamente fragile, in cui l’aumento dei ricavi non basta a compensare la crescita dei costi. Le perdite aggregate restano molto elevate, l’indebitamento complessivo continua a pesare e molte società faticano a garantire sostenibilità di lungo periodo.
Il documento ricorda il numero impressionante di club esclusi dai campionati professionistici negli ultimi decenni per inadempienze economico-finanziarie e segnala centinaia di punti di penalizzazione comminati negli ultimi anni. La situazione è particolarmente delicata nelle categorie inferiori, dove il rapporto tra costo del lavoro e ricavi risulta molto più preoccupante che in Serie A.
A questo si aggiunge la crescita costante delle commissioni pagate agli agenti, che nel 2025 avrebbero toccato il livello più alto di sempre. Il dossier lo presenta come un altro indicatore della difficoltà del sistema a controllare le proprie uscite e a redistribuire le risorse verso investimenti davvero strategici.
In parallelo, viene sottolineato come il professionismo italiano sia troppo esteso: il numero di club professionistici è considerato sproporzionato rispetto alla sostenibilità economica complessiva del movimento. Anche questo, nella lettura proposta, contribuisce a frammentare le risorse e ad abbassare la capacità di investimento.
Il ritardo sugli stadi e la debolezza infrastrutturale
Tra i segnali più evidenti del declino competitivo, la relazione colloca anche il ritardo infrastrutturale. L’Italia viene descritta come un Paese che, negli ultimi anni, non è riuscito a tenere il passo degli altri principali sistemi europei sul fronte della costruzione e dell’ammodernamento degli impianti.
La questione non è soltanto estetica o commerciale. Secondo il dossier, lo stato degli stadi incide direttamente sulla qualità dell’esperienza sportiva, sull’attrattività del campionato, sulla capacità di generare ricavi e, in ultima analisi, sulla competitività dell’intero sistema. Per questo il ritardo infrastrutturale viene letto come uno dei sintomi più concreti di una perdita di peso internazionale.
La relazione denuncia inoltre la mancanza di un sostegno pubblico paragonabile a quello garantito ad altri grandi eventi sportivi o ad altri progetti infrastrutturali nazionali. Da questo punto di vista, l’orizzonte di Euro 2032 viene presentato come un’opportunità ancora poco sfruttata e rallentata da ritardi organizzativi e decisionali.
Il vero ostacolo: riforme bloccate da vincoli interni ed esterni
La parte più politica del documento è probabilmente quella in cui Gravina prova a spiegare perché, pur essendo note da tempo, molte criticità non siano mai state corrette in modo efficace. La tesi di fondo è che il problema non stia tanto nell’assenza di soluzioni teoriche, quanto nella difficoltà concreta di renderle operative.
Da una parte ci sono vincoli esterni, come norme statali e principi europei. Tra questi, la relazione inserisce con particolare enfasi il decreto legislativo 36/2021, accusato di aver prodotto effetti molto negativi sul sistema giovanile attraverso l’abolizione del vincolo sportivo. Secondo il dossier, la federazione avrebbe contestato a lungo questa riforma, ottenendo solo correzioni marginali, senza riuscire a neutralizzarne l’impatto più pesante.
Dall’altra parte ci sono i vincoli interni al sistema calcio. Il testo insiste molto sulla crescente autonomia delle leghe professionistiche, soprattutto dopo le modifiche statutarie degli ultimi anni, che avrebbero reso quasi impossibile approvare riforme strutturali senza il consenso delle componenti più direttamente interessate. Qui il riferimento è soprattutto alla mancata riforma dei campionati, alla difficoltà di rafforzare i criteri di ammissione e alla sostanziale impossibilità di intervenire in modo incisivo su meccanismi che toccano gli equilibri di potere tra le diverse leghe.
La relazione ricorda inoltre che alcune soluzioni spesso invocate nel dibattito pubblico, come l’obbligo di schierare un numero minimo di italiani, non sarebbero praticabili per ragioni giuridiche legate alla libera circolazione dei lavoratori e alla normativa europea.
Le proposte sul tavolo per rilanciare il movimento
Il dossier non si limita all’analisi, ma raccoglie anche una serie di proposte che, secondo Gravina, potrebbero aiutare il rilancio del calcio italiano. Alcune sono note da tempo, altre vengono riproposte come priorità non più rinviabili.
Tra queste c’è il cosiddetto diritto alla scommessa, cioè la possibilità di destinare al calcio una quota del gettito o delle vincite generate dal settore betting, vincolando tali risorse a investimenti in impianti, vivai e prevenzione della ludopatia. C’è poi la proposta di un credito d’imposta per sostenere gli investimenti su giovani calciatori e calciatrici selezionabili per le Nazionali, sul modello di altri comparti industriali.
Un altro tema riguarda il ripristino di regimi fiscali più competitivi per professionisti provenienti dall’estero, dopo l’abolizione del Decreto Crescita, e la revisione del divieto di pubblicità per le società di scommesse, ritenuto nel dossier inefficace sul fronte del contrasto alla ludopatia e dannoso sul piano delle entrate per i club.
Ampio spazio viene dato anche alla necessità di sostenere finanziariamente la realizzazione di nuovi stadi, rifinanziare il calcio femminile professionistico e riconoscere alle federazioni sportive uno status che consenta di reinvestire con maggiore efficacia eventuali vantaggi fiscali in attività socialmente rilevanti.
Sul piano tecnico, la relazione richiama un progetto di rilancio del calcio giovanile italiano centrato sul recupero della tecnica, sulla formazione dei formatori, sulla valorizzazione dell’attività di base e sulla costruzione del talento. Vengono inoltre richiamati sia il progetto di riforma dei campionati, oggi bloccato dall’assenza di accordo tra le componenti, sia un piano di riforma arbitrale articolato in due possibili versioni, una più radicale e una interna all’attuale cornice associativa.
Il nodo finale è politico prima ancora che sportivo
La conclusione della relazione è molto chiara: il calcio italiano non può essere rilanciato da un singolo dirigente, da una sola federazione o da una soluzione semplice. Serve invece un intervento profondo, condiviso e coerente, che coinvolga federazione, leghe, club, governo e parlamento.
È qui che Gravina colloca il punto più sensibile dell’intero documento. Il vero fallimento, nella sua lettura, non sta solo nei numeri o nei risultati della Nazionale, ma nell’incapacità collettiva di anteporre il bene generale alla difesa dei singoli spazi di potere. Senza una convergenza autentica tra componenti federali e istituzioni, sostiene in sostanza il dossier, il rischio è che il calcio italiano continui a conoscere perfettamente i propri problemi senza riuscire mai davvero a correggerli.
La relazione, quindi, non chiude il dibattito. Lo riapre in forma ancora più netta. E lo fa con un messaggio preciso: il declino non è figlio di un giorno storto o di una singola gestione, ma di una lunga paralisi. Proprio per questo, le risposte richieste oggi non possono più essere cosmetiche o emergenziali. Devono essere strutturali, impopolari quando necessario, e soprattutto condivise. Solo così il calcio italiano può sperare di uscire da una crisi che non riguarda più soltanto la Nazionale, ma l’intero sistema.
