Indice
- Un rito interrotto al Millerntor
- L’inchiesta: da un verso sul porto di Amburgo a un filo che porta agli anni bui
- Albers, Jary, Balz: biografie in chiaroscuro
- L’autore dei versi: chi era Josef Ollig
- La decisione del club: stop all’inno e confronto pubblico
- Una ferita che riapre le autobiografie familiari
- Identità, memoria e il dolore di dire addio a una canzone
- Cosa resta, oltre il silenzio
Un rito interrotto al Millerntor
Da febbraio 2025 le partite del FC St. Pauli iniziano con un vuoto sonoro. Per oltre vent’anni “Das Herz von St. Pauli” aveva accompagnato l’ingresso in campo e i minuti che precedono il calcio d’inizio. Poi la svolta: un’indagine del Museo del club ha portato alla luce i coinvolgimenti — in forme e gradi diversi — di autore, compositore e interprete originari con l’apparato nazista e con la macchina di propaganda orchestrata da Joseph Goebbels. Da allora, il brano è sospeso e non viene più riprodotto.
Per un club che ha costruito la propria identità su antifascismo, inclusione e partecipazione, la decisione ha toccato corde profonde. È stata anche una scelta divisiva, perché quell’inno è stato colonna sonora di vita per tanti tifosi: concerti, trasferte, persino matrimoni e funerali. Ma è proprio qui che entra in gioco una parola tedesca senza equivalente diretto: Vergangenheitsbewältigung, “fare i conti con il passato”.
L’inchiesta: da un verso sul porto di Amburgo a un filo che porta agli anni bui
A guidare la ricerca è Celina Albertz, politologa e media analyst del Museo di St. Pauli. Tutto nasce da una puntata del podcast del museo: un ascoltatore propone di esplorare il legame fra quartiere portuale e identità del club. Nel testo del brano compare proprio quel paesaggio: “il porto, le luci”. Da lì, Albertz decide di scavare nella storia della canzone.
Il primo nome è quello dell’attore e cantante Hans Albers, icona del cinema tedesco prima, durante e dopo il nazionalsocialismo, nato ad Amburgo e spesso ambientato, nei suoi film, proprio nel quartiere di St. Pauli. In uno dei suoi ultimi lavori, “Das Herz von St. Pauli” (fine anni ’50), Albers interpreta e contribuisce a popolarizzare il brano. Quella versione, però, non è la stessa suonata per anni al Millerntor: allo stadio si ascoltava una cover punk dei Phantastix & Elf, gruppo locale. “Albers ha reso il pezzo famoso”, spiega Albertz: per questo il suo nome è inevitabile quando si ricostruisce l’origine del canto.
Studiare Albers significa imbattersi nella Gottbegnadeten-Liste del 1944, la lista dei “dotati di grazia” stilata da Goebbels: artisti e musicisti ritenuti troppo preziosi per essere mandati al fronte e, quindi, protetti per la loro utilità propagandistica. In quell’elenco compaiono Albers e anche Michael Jary, autore delle musiche di “Das Herz von St. Pauli”. Nessuno “scelse” formalmente di essere inserito, ma entrambi continuarono a lavorare per l’industria culturale del Reich, alimentandone la narrazione.
Albers, Jary, Balz: biografie in chiaroscuro
Il caso di Hans Albers non è lineare. Da un lato, alcune fonti riportano commenti critici verso il regime e la scelta di non farsi fotografare accanto ai gerarchi; dall’altro, la realtà di film di propaganda girati in quegli anni, con la giustificazione autopercepita di essere un artista “apolitico”. La contraddizione si fa più dolorosa nella sfera privata: quando ai nazisti non piacque la sua relazione con l’attrice Hansi Burg, ebrea, i due si separarono ufficialmente pur continuando a vedersi in segreto. Quando, dopo la Notte dei Cristalli (1938), Burg dovette fuggire dalla Germania, Albers restò e proseguì la carriera.
Il compositore Michael Jary (nato Maximilian Jarczyk, cattolico dell’Alta Slesia) cambiò nome per sfuggire a mobbing e discriminazioni antisemite; fu lui a salvare più volte il suo paroliere Bruno Balz, arrestato nel 1936 per omosessualità e di nuovo imprigionato e torturato nel 1941 dalla Gestapo. Jary intercedette presso Goebbels, sostenendo che senza Balz non fosse in grado di scrivere: una supplica che portò alla scarcerazione del collega. Sono storie che rifiutano il bianco e nero moralistico e raccontano compromessi, ambiguità e responsabilità in un contesto totalitario.
L’autore dei versi: chi era Josef Ollig
Cercando l’origine del testo, Albertz trova un nome ricorrente: Josef Ollig, accreditato come autore delle parole negli anni ’50. Ollig non compare nella lista di Goebbels, ma il suo profilo resta problematico: giornalista ad Amburgo su un quotidiano filo-nazista prima del 1933, poi arruolato nella Luftwaffe e inviato come Kriegsberichter — termine che “tradotto” con corrispondente di guerra rischia di nobilitare un ruolo che, sotto il Reich, era parte integrante dell’apparato propagandistico.
Albertz, infatti, chiarisce: dopo la Grande Guerra prese corpo la tesi, cavalcata dai nazionalisti, secondo cui la Germania non avrebbe perso per fallimento militare ma per propaganda insufficiente verso l’home front. Il nazismo portò questa idea all’estremo, centralizzando ogni informazione dal fronte. I Kriegsberichter non scrivevano “articoli” in senso giornalistico: producevano resoconti confezionati per modellare l’immagine della guerra presso la popolazione. I testi passavano dal Ministero della Propaganda e venivano smistati alle testate. Studi comparativi mostrano un ventaglio di stili: da registri quasi neutri a scritture sature di propaganda. Secondo la letteratura accademica citata, Ollig si colloca sul lato più ideologico di quello spettro.
La decisione del club: stop all’inno e confronto pubblico
Quando l’indagine del museo è stata condivisa con i vertici, il club ha scelto la sospensione immediata della canzone (febbraio 2025). Il presidente Oke Göttlich ha spiegato la ratio: un inno, in uno stadio, ha il compito di unire. In presenza di una discussione accesa e di una parte significativa di soci e tifosi che non si riconoscono più in quel brano, quel compito salta. In occasione della prima gara dopo lo stop (in casa, contro il Friburgo), una minoranza ha contestato Göttlich; è intervenuto Sven Brux, figura storica della comunità e oggi head of security, ricordando che un inno “non funziona se il 20–40% dello stadio è contro”. Era l’inizio di un dibattito che il club intendeva strutturare.
A fine stagione, giugno, il sito ufficiale ha pubblicato il rapporto a firma Celina Albertz e dello storico Peter Roemer. Il documento non suggeriva soluzioni, ma apriva a un evento pubblico a luglio, in presenza e online, per presentare i risultati, rispondere alle domande e confrontarsi su possibili strade (qualcuno propose: mantenere la musica, riscrivere il testo). L’incontro, racconta Albertz, è stato civile: molte opinioni diverse sulla risposta più “giusta”, ma critiche costruttive verso la ricerca.
La linea del club, annunciata poi in estate dal portavoce Patrick Gensing, è chiara: non reintegrare l’inno. La priorità è agire con “cura e coerenza”, senza lasciarsi trascinare da polemiche emotive. Per tutta la stagione corrente, St. Pauli ha deciso di sperimentare nuovi brani a rotazione, lasciando che l’eventuale attaccamento nasca dal basso, nel tempo.
Una ferita che riapre le autobiografie familiari
La scelta non ha trovato unanimità, soprattutto sui social. Il collega museale Christopher Radke offre un contesto utile: quando si parla dei responsabili del nazismo (non delle vittime), spesso emerge la narrazione autoassolutoria di chi riduce tutto a “pochi nazisti calati dall’alto”, come se un’astronave avesse scaricato 5.000 gerarchi su una nazione innocente. Nelle conversazioni con i nipoti di quella generazione riaffiorano frasi come: “Mio nonno non era nazista, eseguiva ordini”. È una rimozione che la Germania ha affrontato tardi: fino ai tardi anni ’70, racconta Albertz, la maggioranza parlava soprattutto delle proprie sofferenze (città distrutte, lutti), ignorando responsabilità personali. Solo con i giovani che hanno iniziato a interrogare genitori e nonni si è aperto un vero confronto.
Albertz stessa ha ricevuto attacchi personali: “Perché non lasci in pace la faccenda?”, “E la tua famiglia?”. Lei ha risposto facendo quello che propone agli altri: ricercare la propria storia familiare, porre domande scomode ai nonni, accettare la complessità dei risultati. E cita un dato che ridimensiona miti consolatori: oggi, circa un terzo dei tedeschi ritiene che i propri antenati fossero resistenti o aiutanti degli ebrei; la storiografia stima che, in realtà, solo lo 0,3% abbia aiutato attivamente i perseguitati. La distanza tra memoria privata e storia è spesso abissale.
Identità, memoria e il dolore di dire addio a una canzone
Il club sa che la rinuncia a “Das Herz von St. Pauli” è dolorosa. Albertz lo riconosce con empatia: molti tifosi hanno legato quel brano a ricordi intimi (un’amicizia, un lutto, una celebrazione). Lei stessa racconta di una parente rimasta vedova che aveva preso l’abbonamento del marito e, col tempo, aveva fatto dell’inno un legame affettivo con lui: quando ha saputo dei risultati della ricerca, la prima reazione è stata “No, io amo quella canzone”. Eppure, ha sostenuto il lavoro del museo, perché una cultura della memoria autentica chiede di guardare anche ciò che mette a disagio.
In questa tensione — identità sportiva e responsabilità storica — si gioca la partita più difficile per il St. Pauli. Il club non impone una “damnatio memoriae”: ha documentato i fatti, ha aperto il confronto, ha scelto di non riprodurre più un brano che oggi non può più essere momento collettivo. Nel frattempo, prova nuove musiche e lascia che sia la comunità a dire, col tempo, cosa risuona davvero.
Cosa resta, oltre il silenzio
Il caso di “Das Herz von St. Pauli” non è un’anomalia: è un esempio di Vergangenheitsbewältigung (fare i conti con il passato, letteralmente n.d.r.) applicata alla cultura popolare. Una canzone può sembrare “solo” una canzone, ma è anche contesto, biografie, scelte fatte in tempi in cui scegliere aveva un costo. Prendere atto di queste stratificazioni non cancella l’emozione; la colloca dentro una responsabilità condivisa. Per un club come St. Pauli è coerente con lo statuto valoriale; per i tifosi è un invito a trasformare la nostalgia in memoria critica.
Il Millerntor oggi parte senza il suo coro tradizionale. Domani, forse, ne nascerà uno nuovo, davvero di tutti. Se accadrà, sarà perché una comunità ha avuto il coraggio non solo di cantare, ma anche di ascoltare quello che la storia le stava dicendo.
