Il ciclismo italiano piange Michele Dancelli, morto oggi, 18 dicembre 2025, a 83 anni, nella sua Castenedolo (BS). La notizia è stata confermata da Gazzetta dello Sport, Repubblica, Eurosport e da testate internazionali.
Perché è nella storia
Dancelli è soprattutto l’uomo che nel 1970 “ruppe il digiuno” dell’Italia alla Milano-Sanremo, riportando il tricolore dopo 17 anni: attacco lungo (circa 68–70 km), resistenza sull’Aurelia e trionfo in piazza Duomo. In carriera: 11 tappe al Giro d’Italia, 1 al Tour de France 1969, Freccia Vallone 1966, Trofeo Laigueglia (1968 e 1970), successi di prestigio tra anni ’60 e primissimi ’70.
Il profilo tecnico e umano
Passista-veloce coraggioso, amava la fuga lunga e possedeva un finale rapido; simbolo di un ciclismo istintivo e aggressivo, capace di incendiare le classiche. Figlio di una terra operaia, iniziò “da muratore” prima di scegliere la bicicletta, diventando idolo del pubblico lombardo. La stampa locale bresciana ha ricordato anche gli ultimi anni, segnati da problemi di salute.
Eredità
Dalla Freccia Vallone alla Sanremo, Dancelli ha incarnato l’idea di corridore che attacca e “ci prova” lontano dal traguardo. Per generazioni di tifosi, la sua Classicissima resta un archetipo: il campione che, senza calcoli, forza la corsa e costringe gli altri a inseguire. Oggi la memoria di quella vittoria vive nelle immagini d’archivio e nei racconti che hanno formato la cultura popolare del nostro ciclismo.
