mourinho

“chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”

 

Il contributo intellettuale di Josè Mourinho alla complessa relazione tra il calcio e la società, può paragonarsi a quello che, in ambiti contemporanei più generali, hanno fornito pensatori come Jean Baudrillard con il concetto di iperrealtà o Roland Barthes con la relazione linguistica tra significato e significante.

Una delle frasi di Mourinho che meglio indica la relazione tra calcio e società è la celebre “chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”. Pur condivisibile nel suo senso principale, anche questa –come tutte le frasi icastiche – mostra, però, un recondito punto di debolezza.

Il significato principale della frase è evidente: la mentalità introflessa ed autoriferita degli addetti ai lavori del calcio conduce a forme paranoiche che distruggono ogni “compito ben fatto”. La gestione tecnica di un club, quando viene chiusa in un sistema di specchi, giunge a forme regressive di autodistruzione; così come la gestione economica, quando si mostra incapace di superare il primo cerchio del grande e concentrico universo calcistico, produce perdite e indebitamenti che pongono a rischio la sopravvivenza stessa del sistema: il tutto dentro un esasperato clima di tensione che inibisce il desiderio di felicità e, non di rado, sfocia nella violenza esplicita.

Tuttavia, la frase di Mourinho contiene anche un grave rischio: quello di diventare un comodo alibi per chi parla del calcio, conoscendolo solo dalla posizione dello spettatore, cioè la quasi totalità dei politici, degli economisti, della comunità intellettuale e – ma questo è solo un fastidio “sonoro” ed “estetico” – degli opinionisti dei talk show calcistici.

L’insieme di queste voci “fuori luogo” produce, infatti, gravi danni al mondo del calcio (addirittura maggiori di quelli generati dagli addetti ai lavori), poichè le idee di chi possiede potere, ma parla di calcio “per sentito dire”, tendono a divenire egemoni sulle superfici mediatiche e negli snodi decisionali.

Qui non è in ballo solo lo sciocchezzaio tecnico-tattico del giornalismo sportivo, ma temi socio-culturali rilevanti come la tendenza ad aggirare le problematiche di relazione sociale del calcio identificando un “capro espiatorio universale” (generalmente immaginato attraverso una fisiognomica post-lombrosiana che vede negli ultras – periferici e non scolarizzati – la materializzazione del male assoluto), così come la superficiale accondiscendenza verso la legittimazione di ogni aberrazione finanziaria legata alla dimensione economica del calcio, dalle macroscopiche elusioni fiscali nelle compravendite dei calciatori a quel “pecunia non olet” che si utilizza per sanare la folle gestione anti-economica dei club calcistici.

Meglio sarebbe, quindi, aggiungere alla celebre frase di Mourinho il seguente corollario: “Chi non sa di calcio, non parli e non si occupi di calcio”.

riflessione filosofica sul calcio moderno di Alessandro Aleotti (Presidente del Brera Calcio, la terza squadra di Milano che milita nel campionato d’eccellenza lombarda).

 

 

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