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La nuova fase dell’inchiesta: perché il caso Rocchi pesa sul calcio italiano

L’inchiesta che coinvolge Gianluca Rocchi è entrata in una fase delicata perché non riguarda più soltanto un singolo episodio arbitrale, ma il funzionamento dei rapporti tra designatori, club e sistema VAR. Il dato più importante, sul piano giornalistico, è che la Procura di Milano sta ricostruendo contatti, telefonate, presunti incontri e possibili pressioni attorno ad alcune designazioni arbitrali della scorsa stagione. Rocchi, ex designatore di Serie A e B, risulta indagato e si è autosospeso dall’incarico, mentre l’intera vicenda resta ancora in una fase investigativa: le ipotesi devono essere provate e vale la presunzione di innocenza per tutte le persone coinvolte.

Il punto di attualità è rappresentato dalle audizioni e dai nuovi approfondimenti della Procura. Secondo ANSA, gli inquirenti stanno lavorando sulle intercettazioni e sulle cosiddette “pretese” dei club in materia di designazioni arbitrali, oltre che sui rapporti tra Rocchi e alcune figure collegate alle società. Nelle informative emerse sono citati Riccardo Pinzani, non indagato, Andrea Butti, non indagato, e Giorgio Schenone, club referee manager dell’Inter, anche lui non indagato.

Il ruolo dei club referee manager sotto osservazione

Uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta è la figura del club referee manager. Si tratta di un profilo ormai presente in diverse società, incaricato di curare aspetti organizzativi e relazionali con il mondo arbitrale, come l’accoglienza della terna o la spiegazione ai giocatori delle novità regolamentari. Il punto sensibile, però, è il limite del ruolo: secondo quanto ricostruito dalla Gazzetta dello Sport, queste figure non possono avere rapporti diretti con il designatore per chiedere spiegazioni o interloquire sulle scelte arbitrali.

È qui che l’indagine prova a tracciare una linea di confine. Un club può lamentarsi per un arbitraggio? Può farlo nei canali istituzionali. Può avere una figura incaricata di rapportarsi con la categoria? Sì, entro limiti precisi. Ma può arrivare a incidere, anche indirettamente, sulle designazioni? È questa la domanda che dà sostanza alla vicenda. Non basta l’esistenza di un rapporto per configurare un illecito; bisogna capire contenuti, contesto, intenzioni e possibili effetti concreti.

Il nodo San Siro e le designazioni contestate

Il passaggio più discusso riguarda il presunto incontro del 2 aprile 2025 a San Siro, durante la semifinale di andata di Coppa Italia Milan-Inter. Secondo ANSA, la Procura lavora sull’ipotesi che in quella sede si sia discusso di due designazioni: quella di Daniele Doveri per la semifinale di ritorno e quella di Andrea Colombo per Bologna-Inter del 20 aprile. Nella ricostruzione investigativa, Doveri sarebbe stato considerato “poco gradito” all’Inter e la sua designazione in Coppa Italia avrebbe avuto l’effetto di tenerlo lontano da eventuali partite decisive successive dei nerazzurri.

La stessa ANSA sottolinea che gli inquirenti stanno cercando di capire se a quell’incontro possa aver preso parte anche Giorgio Schenone, club referee manager dell’Inter, che non risulta indagato e viene ascoltato come persona informata sui fatti. È una distinzione fondamentale: essere citati o ascoltati non significa essere accusati. In una vicenda di questo tipo, il rischio mediatico è correre più veloce degli atti; il compito dell’inchiesta, invece, è stabilire se quelle presunte pressioni abbiano avuto una reale consistenza penalmente o sportivamente rilevante.

Gli indagati e la posizione dell’Inter

Un altro punto da chiarire riguarda i soggetti formalmente coinvolti. Secondo la Gazzetta dello Sport, nell’elenco degli indagati non figurano tesserati dell’Inter o di altri club; gli indagati citati dalla ricostruzione appartengono al mondo arbitrale. Tra questi vengono indicati Rocchi, Andrea Gervasoni, Luigi Nasca, Rodolfo Di Vuolo e Daniele Paterna, con contestazioni diverse e ancora tutte da accertare.

Questa precisazione non chiude il caso, ma lo colloca nel perimetro corretto. L’inchiesta non ha ancora prodotto un giudizio, non ha stabilito responsabilità definitive e non consente scorciatoie narrative. Però apre un tema enorme per la Serie A: la credibilità del sistema arbitrale non dipende solo dalla correttezza delle decisioni in campo, ma anche dalla percezione di indipendenza delle designazioni.

La Procura Figc attende gli atti

Sul piano sportivo, la situazione è altrettanto delicata. Sky Sport ha riferito che la Procura Figc resta in attesa della trasmissione degli atti da parte della Procura di Milano, ma il fascicolo è ancora coperto da segreto istruttorio. Questo significa che la giustizia sportiva, almeno in questa fase, non può muoversi con piena disponibilità documentale.

Il calcio italiano conosce bene il peso di vicende che coinvolgono arbitri e designazioni. Proprio per questo, il caso Rocchi deve essere trattato con equilibrio: senza minimizzare, perché le ipotesi sono gravi; senza anticipare condanne, perché l’accertamento è ancora in corso. La posta in gioco è duplice: da una parte ci sono le eventuali responsabilità individuali, dall’altra la necessità di proteggere la fiducia pubblica nel campionato.

Il vero tema: trasparenza, canali ufficiali e fiducia

Il caso Rocchi mostra quanto sia sottile il confine tra interlocuzione istituzionale e pressione indebita. I club hanno interesse a capire, discutere, contestare e difendere le proprie posizioni. Gli arbitri hanno bisogno di autonomia e protezione. I designatori devono poter scegliere senza sospetti di condizionamento. Quando questi piani si mescolano, anche solo nella percezione, il sistema perde solidità.

Per questo l’inchiesta non riguarda soltanto il passato. Qualunque sia l’esito giudiziario, la Serie A dovrà interrogarsi sui protocolli: chi può parlare con chi, quando, con quali modalità, con quali tracciamenti e con quali limiti. La credibilità non si costruisce solo con buoni arbitraggi, ma con procedure trasparenti e verificabili.

Oggi il caso Rocchi è una ferita aperta perché tocca il punto più sensibile del calcio: la fiducia nella neutralità delle regole. Serviranno atti, tempi giudiziari e risposte istituzionali. Ma una cosa è già chiara: il sistema arbitrale italiano dovrà uscire da questa vicenda con meno zone grigie di prima.

 
 
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