Il 13 aprile gli ha dato due bersagli diversi ma una stessa linea editoriale
Nella stessa mattinata, Ivan Zazzaroni ha firmato sul Corriere dello Sport due commenti che valgono quasi come una fotografia doppia del campionato italiano. Da una parte “La superiorità dell’Inter”, dall’altra “Il Milan quando decide di comportarsi da società?”. Letti insieme, i due pezzi non sono semplicemente due opinioni sull’attualità di due big. Sono una diagnosi sul diverso livello di maturità con cui le squadre italiane di vertice stanno vivendo questa fase della stagione. Nel primo caso, Zazzaroni certifica la superiorità dei nerazzurri dopo il 4-3 di Como; nel secondo, mette sotto accusa la confusione del Milan sul piano del potere interno e della comunicazione dirigenziale. È un doppio intervento che rimette il direttore del Corriere al centro del discorso non per provocazione gratuita, ma per la chiarezza con cui oppone una squadra già risolta a una società ancora indefinita.
Il pezzo sull’Inter parte da un dato quasi brutale nella sua semplicità: per Zazzaroni la superiorità della squadra di Chivu è “indiscutibile”. Il Corriere registra che i nerazzurri sono arrivati a 75 punti, che nell’ultima giornata hanno vinto a Como e che, secondo il suo editoriale, lo scudetto è ormai sostanzialmente preso. La chiave, per lui, sta soprattutto nella produzione offensiva: il numero di gol segnati contro le grandi e contro squadre insidiose, la distribuzione delle reti e la capacità di restare letali anche in assenza, in più occasioni, di Lautaro, che definisce il miglior realizzatore del campionato. In questo schema, il Napoli resta l’unica vera controstoria possibile, ma solo in via ipotetica, condizionata dagli infortuni che lo avrebbero devastato.
L’Inter, nel suo racconto, ha già oltrepassato il livello della concorrenza
La parte interessante del commento su Inter non è tanto il giudizio positivo in sé, quanto il tono con cui viene pronunciato. Zazzaroni non descrive una capolista che ha semplicemente accumulato vantaggio. Descrive una squadra che ha già svuotato di senso le alternative narrative costruite attorno a lei. Quando parla di “soliti ignoti” e di “stupide antipatie da click & money”, sta dicendo una cosa molto precisa: che una parte del racconto sul campionato avrebbe forzato candidature alternative più per interesse polemico che per solidità tecnica. In altre parole, l’Inter non è soltanto in testa. È, secondo lui, fuori portata da un punto di vista strutturale.
Questo modo di scrivere restituisce molto bene la cifra attuale di Zazzaroni: un opinionista-direttore che non cerca di neutralizzare il proprio giudizio ma di renderlo il più netto possibile, assumendosi il rischio di dividerlo. Nel pezzo sull’Inter lo fa in chiave celebrativa, quasi notarile: registra che la squadra di Chivu è avanti per qualità, potenza offensiva e continuità. Ma nello stesso tempo introduce un elemento importante per il discorso complessivo sul campionato: se il vertice è già chiarito, le ultime giornate vivranno soprattutto della lotta Champions e della corsa salvezza. È un modo di spostare l’asse narrativo della stagione, e quindi di orientare anche il dibattito pubblico.
Il Milan, invece, diventa il luogo del disordine
L’altro editoriale, quello sul Milan, è ancora più duro. Qui Zazzaroni non entra principalmente nel merito della squadra, ma nel funzionamento della società. Il titolo stesso — “Il Milan quando decide di comportarsi da società?” — sposta il focus dal campo alla struttura. Nelle righe pubblicate sul Corriere dello Sport, il direttore scrive che a Milanello “non si capisce ancora chi sia il capo”, nonostante le parole di Gerry Cardinale, e mette in evidenza una dirigenza percepita come frammentata, poco presente e poco coerente, mentre Massimiliano Allegri continua a indicare la Champions League come obiettivo minimo richiesto dalla società. A questo giudizio Zazzaroni aggiunge una serie di stoccate molto dirette al management, da Ibrahimović fino a Scaroni, accusato di esposizione televisiva più che di sostanza operativa.
Il passaggio più interessante, però, è il modo in cui separa le responsabilità di Allegri da quelle della società. L’allenatore, scrive in sostanza, ha colpe tecniche ma anche meriti, perché con la squadra al terzo posto e a quota 63 punti sta ancora dentro il minimo richiesto. La critica più feroce non è rivolta al campo in sé, ma al vuoto di comando e alla difficoltà del club di presentarsi come organismo riconoscibile. È un giudizio che va oltre il singolo momento e tocca la questione dell’identità. Per Zazzaroni, il problema del Milan non è solo quanti punti farà da qui alla fine. È che, anche quando resta alto in classifica, non riesce a trasmettere l’impressione di sapere davvero chi decide, chi parla e chi guida.
Il senso dei due articoli è unico: nel calcio di oggi non basta stare in alto, bisogna sapere perché ci stai
È questa la vera forza della doppia uscita di Zazzaroni. Inter e Milan vengono osservate nello stesso giorno ma con due lenti opposte: la prima come squadra che ha prodotto una superiorità concreta e leggibile, la seconda come club che ancora non sa trasformare la propria altezza in autorevolezza. È un modo di commentare molto coerente con il suo stile: usare il fatto del giorno per arrivare subito a una questione più larga. Nel caso dell’Inter, la superiorità sportiva. Nel caso del Milan, la credibilità societaria. Letti insieme, i due pezzi dicono che il calcio italiano continua a distinguere molto nettamente tra chi ha già trovato una forma compiuta e chi ancora vive di promesse organizzative non mantenute.
Questo spiega anche perché il nome di Zazzaroni continui a essere così presente nel dibattito. Non è soltanto il direttore di un quotidiano sportivo importante. È una figura che usa ancora l’editoriale quotidiano come strumento per incidere sulle linee di interpretazione del campionato. Può piacere o no, ma il suo intervento non si limita mai al resoconto. Tenta sempre di fissare un significato generale. E oggi, con Inter e Milan messe una accanto all’altra, quel significato è fin troppo evidente: da una parte un club che ha già legittimato il proprio dominio, dall’altra uno che non ha ancora legittimato il proprio comando.
In fondo, il 13 aprile di Zazzaroni racconta questo. Non due semplici pezzi di giornata, ma due modi diversi di pesare il potere nel calcio. Il potere sportivo, quando i risultati lo rendono quasi indiscutibile, come nel caso dell’Inter. E il potere societario, quando la sua confusione finisce per sporcare perfino una posizione di classifica ancora difendibile, come nel caso del Milan. È il tipo di doppio colpo editoriale che riporta il suo nome al centro non perché urla più degli altri, ma perché sceglie ancora di dividere con chiarezza chi ha già costruito una forma e chi, invece, continua a galleggiare nella propria indefinizione.
