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Una bolla. Un ritiro permanente. Una lunga quarantena. In cui i calciatori, e tutto il gruppo di una squadra di calcio, vivrebbero in «luoghi chiusi» per evitare qualsiasi rischio di contagio. Era una delle proposte che la commissione medica della Federcalcio (integrata da un gruppo di scienziati di cui fa parte anche Walter Ricciardi dell’Oms, consigliere del ministro della salute Roberto Speranza) aveva inviato alle leghe e alle associazioni di calciatori, allenatori e arbitri per studiare le modalità per far ripartire il calcio. Prima con gli allenamenti. Poi, se si potrà e con tempi tutti da verificare, con le partite e la ripresa del campionato.

Chiusi in «casa»

Il ritiro permanente è lo scudo con cui la macchina potrebbe rimettersi in moto. Il centro di allenamento sarebbe la «casa» dove ricominciare. Partendo con esami specifici, allenamenti individuali o di piccoli gruppi con rispetto della distanza interpersonale. Praticamente azzerando i rapporti con l’esterno. Una soluzione che naturalmente non riguarderebbe solo i calciatori, ma tutti coloro che fanno parte del «gruppo squadra»: tecnici, medici, fisioterapisti, magazzinieri. Una settantina di persone per ogni club. Che praticamente vivrà insieme almeno nella prima fase. Oggi la commissione parlerà soprattutto della ripresa, il momento in cui ci si rivede, più avanti ci si porrà il problema dell’eventuale ripresa agonistica.

«Come tutti noi»

La possibilità è che il ritiro si allunghi e comprenda anche la fase del ritorno alle partite. «Naturalmente ci si può interrogare su questa scelta, se non venga meno il senso dello sport giocare in questo contesto – spiega Alberto Cei, psicologo dello sport che ha lavorato anche con la Nazionale di Sacchi – Giocare a porte chiuse cambia tutto e potrebbe risentirne la prestazione. Dal punto di vista della quotidianità, invece, non ingigantirei il problema. In fondo il ritiro riprodurrebbe una condizione di isolamento a cui siamo sottoposti tutti noi in queste settimane».

I due problemi

Rispetto a questo programma, però, ci sono almeno due problemi da affrontare. Il primo è la disponibilità dei test. L’umore della gente è nero, i numeri della tragedia sono ancora spietati, il calcio dovrà rientrare con intelligenza nelle giornate delle persone. Ed ecco il problema, sollevato anche in questa pagina dal direttore scientifico dell’istituto «Spallanzani»: il calciatore dovrà essere trattato allo stesso modo di un cittadino, fare i conti con i tamponi o i reagenti che ci sono, non avere trattamenti di favore. L’altro punto è proprio la disponibilità delle «case». La soluzione del ritiro permanente s’incaglia nel fatto che una metà dei club di A (e tutti quelli della B) non ha un centro di allenamento con foresteria. C’è quindi da cercare una soluzione non facile. Forse un protocollo alternativo. Insomma, il progetto «casa» è realistico solo per i campionati maggiori. E a questa situazione sembra pensare anche Giovanni Malagò: «Le aspirazioni di completare il campionato sono legittime – dice il presidente del Coni a Radio Kiss KissMa non si può privilegiare il grande campione al giocatore delle serie minori».

Protocolli

Insomma, anche il calcio insegue la sua fase 2. E l’argomento della ripartenza, inutile negarlo, è divisivo. Fra i club di serie A non c’è una visione comune, questo si è capito. E anche gli scienziati sull’argomento hanno posizioni diverse. Ieri è tornato sulla questione anche Giovanni Rezza, dell’Istituto Superiore di Sanità, sempre con toni piuttosto scettici: «Come si può pensare alla riapertura del campionato ora? Molto dipenderà anche da quanto succederà a livello europeo. Non spetta a me decidere. È chiaro che se in qualche modo si pensa di riaprire, allora verrà valutato e si applicheranno i protocolli di sicurezza sanitaria». E scettico è anche Pierpaolo Sileri, vice-ministro della Salute: «Un campionato di calcio in questo momento, con gli stadi aperti e con un’epidemia in corso sia inverosimile», ha detto a Rete quattro. Le porte chiuse sono l’unica certezza in questo momento.

Nessuna forzatura

E la Federcalcio? Gabriele Gravina non ha alcuna intenzione di forzare la mano: la tutela della salute viene prima di tutto. D’altronde il presidente federale ritiene istituzionalmente inevitabile provarci. E si fa forte anche del fatto che in tutti gli altri Paesi forti del panorama calcistico, dall’Inghilterra alla Spagna, dalla Francia alla Germania, l’argomento ripartenza sia tutt’altro che tabù. Ma il presidente federale ne è cosciente, l’operazione è complicata: tutto va studiato con grandissima delicatezza.

 
 

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