Indice
- Rivera: “Non abbiamo mai capito la staffetta”
- Inter contro Milan, ma mai nemici
- Sandro Mazzola, una vita interamente nerazzurra
- Rivera, l’altra metà di Milano
- Messico ’70 e l’invenzione della staffetta
- La finale contro il Brasile e quei sei minuti
- Una rivalità costruita anche dai giornali
- Il derby di Coppa Italia del 1977, l’ultima partita di Mazzola
- Rivera oggi ricorda soprattutto l’amico
- Lunedì Milano saluterà Sandro Mazzola
Per più di mezzo secolo il calcio italiano li ha raccontati come opposti. Sandro Mazzola e Gianni Rivera, Inter contro Milan, forza contro eleganza, nerazzurro contro rossonero. La morte di Mazzola, scomparso a 83 anni, ha però riportato oggi in primo piano ciò che spesso la narrazione della grande rivalità aveva lasciato sullo sfondo: dietro quella contrapposizione esisteva un’amicizia autentica. Ed è stato proprio Rivera, raggiunto da Radio1 Rai, a ricordarlo con parole semplici e probabilmente definitive: “Avevamo un grande rapporto di amicizia”.
La loro storia resta inevitabilmente legata a una delle decisioni tattiche più famose del calcio italiano, la cosiddetta staffetta di Messico 1970. Il commissario tecnico Ferruccio Valcareggi scelse di non schierarli insieme con continuità e utilizzò Mazzola nel primo tempo e Rivera nella ripresa. A distanza di 56 anni, Rivera ha ricordato oggi come quella scelta non fosse mai stata realmente compresa da nessuno dei due.
Rivera: “Non abbiamo mai capito la staffetta”
È questa la frase che, nel giorno dell’addio a Mazzola, riporta immediatamente alla memoria il Mondiale messicano.
“Giocavamo insieme in Nazionale, c’è stato un periodo che hanno preferito farci giocare nel modo alternativo e non l’abbiamo capito nessuno dei due”, ha raccontato Rivera a Radio1.
Una dichiarazione importante perché arriva direttamente dall’altro protagonista della vicenda.
Per decenni quella staffetta è stata descritta come la conseguenza inevitabile dell’impossibilità di far convivere due numeri dieci così diversi. Rivera, invece, ricorda che né lui né Mazzola consideravano realmente necessario scegliere.
Il problema, evidentemente, era soprattutto nella testa dell’allenatore e nel calcio tatticamente prudente dell’Italia di quegli anni.
Inter contro Milan, ma mai nemici
Rivera ha sottolineato oggi anche un altro aspetto: Mazzola era naturalmente “un avversario importante” perché indossava la maglia dell’altra grande squadra di Milano. Ma quella rivalità non impedì ai due di costruire un rapporto molto stretto lontano dal terreno di gioco.
È una distinzione che descrive perfettamente il calcio dell’epoca.
Mazzola rappresentava l’Inter della Grande Inter di Helenio Herrera. Rivera era il simbolo tecnico del Milan. Si dividevano San Siro, Milano, il tifo nazionale e persino le discussioni dei bar. Uno veniva utilizzato continuamente per misurare l’altro.
Eppure la loro rivalità non aveva bisogno di trasformarsi in ostilità personale.
La Stampa, nel ricordare oggi quel rapporto, parla di due facce della stessa medaglia e di una rivalità fortissima ma profondamente sana.
Sandro Mazzola, una vita interamente nerazzurra
Mazzola si è spento a 83 anni dopo aver trascorso praticamente l’intera vita calcistica dentro l’Inter.
Era nato a Torino l’8 novembre 1942, figlio di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino morto nella tragedia di Superga del 1949. Sandro aveva appena sei anni quando perse il padre. Dopo quell’evento tornò con la famiglia in Lombardia e successivamente si trasferì a Milano, dove a 12 anni sostenne il provino che avrebbe cambiato la sua vita.
Con l’Inter avrebbe giocato 565 partite ufficiali segnando 158 gol nell’arco di diciassette stagioni.
Conquistò quattro Scudetti, due Coppe dei Campioni consecutive e due Coppe Intercontinentali, diventando uno dei simboli assoluti della Grande Inter.
Nel 1965 fu anche capocannoniere della Serie A, mentre nel 1971 arrivò secondo nella classifica del Pallone d’Oro dietro Johan Cruyff.
Rivera, l’altra metà di Milano
Dall’altra parte della città c’era Gianni Rivera.
Se Mazzola rappresentava accelerazione, pressione e capacità di attaccare direttamente la porta, Rivera incarnava una concezione differente del numero dieci: controllo dei tempi, visione, ultimo passaggio e capacità di dirigere la partita quasi da fermo.
Fu proprio questa diversità a generare uno dei più grandi dibattiti tattici del calcio italiano.
L’Italia doveva scegliere Mazzola o Rivera?
La domanda accompagnò quasi tutta la seconda metà degli anni Sessanta e raggiunse il punto massimo durante il Mondiale del 1970.
Messico ’70 e l’invenzione della staffetta
Ferruccio Valcareggi decise di risolvere il problema attraverso una soluzione che sarebbe entrata nella storia: Mazzola nel primo tempo, Rivera nel secondo.
L’idea nasceva dalla convinzione che utilizzare contemporaneamente entrambi avrebbe compromesso l’equilibrio della squadra.
Mazzola garantiva maggiore dinamismo, copertura e capacità di aggredire gli spazi. Rivera offriva invece maggiore creatività nella fase in cui gli avversari cominciavano a calare fisicamente.
La soluzione sembrò funzionare.
Rivera entrò nella ripresa di diverse partite e diventò protagonista soprattutto nella leggendaria semifinale contro la Germania Ovest, vinta dall’Italia 4-3 dopo i tempi supplementari. Il suo gol del definitivo 4-3 al 111′ resta una delle immagini più famose nella storia della Nazionale.
Ma proprio quando la staffetta sembrava aver trovato la propria logica, arrivò la decisione più discussa.
La finale contro il Brasile e quei sei minuti
Nella finale mondiale contro il Brasile, Valcareggi scelse ancora Mazzola dall’inizio.
La partita rimase equilibrata fino all’intervallo, chiuso sull’1-1, prima che il Brasile di Pelé travolgesse progressivamente gli azzurri nella ripresa.
Rivera, però, non entrò all’intervallo.
Valcareggi continuò ad aspettare e lo inserì soltanto a pochi minuti dalla fine, quando il risultato era ormai compromesso. L’Italia perse 4-1 e quella scelta entrò immediatamente nella mitologia negativa della Nazionale.
Per generazioni di appassionati la domanda è rimasta la stessa: cosa sarebbe successo se Rivera fosse entrato prima, o se Mazzola e Rivera avessero giocato insieme?
Non esiste naturalmente una risposta.
Ciò che sappiamo, grazie alle parole di Rivera di oggi, è che nemmeno i due protagonisti capirono davvero perché dovessero necessariamente alternarsi.
Una rivalità costruita anche dai giornali
Il calcio italiano degli anni Sessanta e Settanta aveva un rapporto molto diverso con le rivalità.
La televisione offriva poche partite, i giornali sportivi costruivano il racconto quotidiano e ogni grande campione veniva inevitabilmente contrapposto a un altro.
Coppi-Bartali nel ciclismo. Mazzola-Rivera nel calcio.
Milano diventò quindi il luogo perfetto per questa narrazione: due squadre gigantesche, due campioni italiani, due modi diversi di interpretare lo stesso ruolo.
La rivalità funzionava perché consentiva a ogni tifoso di scegliere una parte.
Ma per i diretti interessati era molto meno drammatica di quanto venisse raccontato.
Il derby di Coppa Italia del 1977, l’ultima partita di Mazzola
Il destino volle che la carriera di Sandro Mazzola terminasse proprio contro Rivera.
Il 3 luglio 1977, Inter e Milan si affrontarono nella finale di Coppa Italia. Vinsero i rossoneri e quella fu l’ultima partita ufficiale giocata da Mazzola.
Sky Sport ha ricordato oggi un dettaglio particolarmente significativo: al termine di quella partita Mazzola citò Dante, quasi a mettere un punto definitivo a una carriera che aveva attraversato diciassette anni di Inter e decine di derby contro l’amico-rivale Rivera.
Non avrebbe potuto esserci finale più simbolico.
L’ultima partita del grande interista contro il grande milanista.
Rivera oggi ricorda soprattutto l’amico
E proprio per questo le parole pronunciate oggi assumono un peso particolare.
Rivera avrebbe potuto ricordare il rivale, il campione, il numero dieci dell’Inter o l’uomo della staffetta.
Ha scelto invece di ricordare prima di tutto il rapporto personale.
“Era un avversario importante perché giocava nell’altra squadra di Milano”, ha detto. Subito dopo ha aggiunto ciò che probabilmente conta di più: “Avevamo un grande rapporto di amicizia”.
È forse la sintesi più corretta di una storia che il calcio italiano ha raccontato per cinquant’anni come una contrapposizione.
Lunedì Milano saluterà Sandro Mazzola
Milano renderà l’ultimo saluto alla sua leggenda lunedì alle 14:45 nella Basilica di Sant’Ambrogio, dove sono previsti i funerali.
Sarà inevitabilmente una giornata nerazzurra, perché Mazzola ha rappresentato l’Inter come pochissimi altri giocatori nella storia del club.
Ma sarà anche una giornata del calcio italiano.
Perché Mazzola non apparteneva soltanto a una maglia. Apparteneva a una generazione nella quale un derby poteva dividere una città e, contemporaneamente, due simboli delle squadre rivali potevano diventare grandi amici.
Sandro Mazzola e Gianni Rivera sono stati raccontati per tutta la vita come una scelta obbligata: uno oppure l’altro. Le parole di Rivera nel giorno della scomparsa del suo storico rivale raccontano invece una verità molto più semplice. In campo erano avversari. In Nazionale avrebbero voluto giocare insieme. Fuori dal campo erano amici.
