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Ventiquattro ore dentro una vita. Aldo Serena si racconta in un’intervista che è un romanzo sportivo a La Gazzetta dello Sport per la penna di Sebastiano Vernazza: Montebelluna, i primi pomeriggi in fabbrica a fare scarponi da montagna, il provino a Milanello con il poster di Rivera come consolazione, i gol “dalla cintola in su” secondo l’aforisma di Agnelli, l’abbraccio di Scirea alla Juventus, le feste di Nicola Berti nella Milano da bere e, soprattutto, quel rigore di Napoli contro l’Argentina che continua a bussare alla memoria. «Non sono mai stato un rigorista», ammette Serena. È la frase–chiave che riapre una ferita, ma anche la porta per capire l’uomo oltre l’attaccante.

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© goal.com

“Antonio” per i registri, Aldo per destino

Il primo colpo di scena sta all’anagrafe: Serena spiega che doveva chiamarsi Antonio — come da richiesta dei genitori — ma la nonna, all’ultimo, registrò “Aldo”, in omaggio al nonno scomparso. La verità saltò fuori in prima elementare: a Montebelluna per tanti è rimasto “Tonino”. Un dettaglio familiare che fa da prologo a un carattere mite ma resistente, temprato dal lavoro fin da bambino e proiettato verso San Siro con una tribuna piena di operai a tifare il ragazzo della fabbrica.

Gli anni che cambiano tutto: Juve nel cuore, Inter da tifoso

Serena confessa un legame speciale con Torino: ambiente “familiare e organizzatissimo”, cura ossessiva del dettaglio, e quel capitano–tutore che risponde al nome di Gaetano Scirea. A Milano, seconda vita: il ritorno al Milan con Capello dopo l’era Sacchi, Milanello “rifiorito” e il racconto gustoso su come Berlusconi avesse spedito il dottor Tavana per un mese dai Chicago Bulls per aggiornare lo staff medico. Con Galliani, invece, frizioni: a distanza di anni l’ad chiamò in diretta tv per contestare una critica, «ma a San Siro ci sono entrato lo stesso», ricorda Serena.

Berti, le terrazze e la New York delle top model

C’è anche la leggerezza — necessaria — di un’epoca. A casa di Nicola Berti, in piazza Liberty, “porte spalancate” e mezzo mondo che passa a salutare. Nel 1994, a New York, ospite in una townhouse a SoHo, un via vai continuo: fotografi, modelle, azzurri in giornata libera. Fino alla scenetta destinata a rimanere: Italia–Irlanda persa, Serena sbotta in tribuna contro il c.t. invocando l’ingresso dell’amico Berti. La ragazza bionda al fianco gli chiede di passare, lui le risponde da connazionale e lei si presenta: «Sono Federica Sacchi, la figlia del c.t.». Imbarazzo, invito serale, chiarimento. Un piccolo teatro degli anni Novanta.

Italia ’90, la porta che si rimpicciolisce

Il rigore di Napoli è raccontato senza schermi: la trance prima della rincorsa, il respiro che non scioglie l’ansia, la porta che si fa piccola e Goycochea che si fa enorme. Serena dice di aver provato «i limiti dell’attacco di panico» e di non aver più memoria delle ore successive. È il capitolo che tutti ricordano, ma lui lo lega a una premessa onesta: in quel ritiro non aveva calciato un rigore in allenamento; a Tokyo 1985, Intercontinentale con la Juve, invece sì — e infatti segnò. Il gioco, a certi livelli, è anche gestione di ciò che il corpo decide al posto tuo.

Agnelli, Boniperti e l’arte della critica elegante

Serena rievoca l’ironico giudizio dell’Avvocato («forte dalla cintola in su») e la pronta telefonata di Boniperti per difenderne la completezza tecnica. Da lì in avanti, persino Agnelli corresse il tiro pubblicamente. Dietro la battuta resta la fotografia di un centravanti capace di orientare le partite con il colpo di testa ma anche di “servire” Platini, che con un sorriso trasformava le richieste tattiche in lezioni di calcio.

La seconda vita in cuffia

Estate ’94: Mediaset lo chiama per sostituire Bettega nelle telecronache. Debutto con Lazio–Ajax, giudizio netto sul caldo e partita moscia, e in cuffia il regista Popi Bonnici lo “educa” ai pesi di una tv commerciale: raccontare senza edulcorare, ma con misura, perché la verità non faccia crollare gli ascolti. Da allora, rispetto dei toni e una valigia di finali: «Diciassette di Champions», l’unico dato che Serena mette sul tavolo con precisione, insieme all’affetto per Longhi e Piccinini e all’ammirazione per la “macchina” di Sky e la dialettica di Pardo.

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© Corriere dello Sport

Il dettaglio che fa notizia (e un concerto di mezzo)

Nel baule dei ricordi spunta anche Ernesto Pellegrini: una chiamata per cederlo alla Juve, proprio nel giorno in cui a San Siro suonava Bruce Springsteen. Un frammento di Milano anni Ottanta che unisce calcio, industria e cultura pop — e che racconta meglio di tanti numeri la traiettoria di un attaccante cresciuto nell’Italia che cambiava.

Qui trovate l’intervista completa su La Gazzetta dello Sport.

 
 
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