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Ce lo spiega Vincenzo Grifo com’è allenarsi con le restrizione per combattere il Covid-19, esterno italiano del Friburgo, nato in Germania nel 1993 (convocato già due volte da Mancini).

Lo fa attraverso le pagine rosa de La Gazzetta dello Sport. Le giornate di allenamento passano tra sedute in video conferenza, stretching e preparazione a casa per poi completare il lavoro in campo in piccoli gruppi. Così si preparano giocatori della Bundesliga, i primi a re-iniziare ad allenarsi dei campionati maggiori. Poi parla anche di nazionali e di Mancini, con il sogno di potersi giocare l’Europeo appena rimandato.

Grifo
© goal.com

Come si svolge la sua giornata di lavoro?
«Il lunedì in video conferenza da casa con l’allenatore ci viene spiegato il programma, arrivano anche delle istruzioni scritte su come prepararsi. Veniamo divisi in gruppi, quattro giocatori e un portiere. Nei primi tempi per blocchi di ruolo, adesso anche misti, un elemento per ruolo. Faccio stretching a casa, riscaldamento con la cyclette che ho messo sul terrazzo, poi vado al campo già cambiato. Un gruppo ogni due ore: alle 9, alle 11 e così via. Sedute di un’ora o 90 minuti, alternando corsa, tecnica, tiri in porta, uno-due, punizioni. Quando finisco, veloce cambio di maglia ma senza usare lo spogliatoio in comune, torno a casa, a volte anche in bicicletta. Ancora stretching o palestra, per poco, 10-15 minuti. Poi doccia ed è finita».

Vi misurano la temperatura prima di ogni allenamento? «No, perché ogni tre giorni ci fanno il tampone»

Karl-Heinz Rummenigge a questo giornale aveva ammesso che non si tratta di calcio normale. E’ d’accordo?

«Sì, non si fa tattica, niente partitelle, non si possono avere contatti. Io sono già felice per essere tornato in campo, però vorresti sempre di più: prima la partita, poi la partita con il pubblico perché se segni vorresti condividere la gioia. Ma ci mancano anche i momenti insieme con tutta la squadra».

Non le mai è scappato un abbraccio, una stretta di mano dopo un bel tiro?
«Ridi, scherzi con i compagni, poi magari ti vien voglia di dare la mano a qualcuno. Poi ti blocchi: fermi, non si può».

E’ giusto ripartire?
«Sì, per noi e per la gente. Il pallone manca a tutti. Anche se stai a casa, si può guardare Juve-Inter o Friburgo-Colonia. Il calcio dà tanto, dà emozione: molta gente sarà contenta se si ricomincia».

Il rinvio al 2021 dell’Europeo può far felice anche lei per riproporsi nel gruppo azzurro? «Guardi, io sono già felice per esserci entrato, nel gruppo azzurro. Devo ringraziare il c.t., la squadra, Evani che mi aveva portato già nell’Under 20: quando sono stato convocato da Mancini quasi sono messo a piangere, sognavo questo fin da piccolo, quando i nonni mi compravano la maglia azzurra al mercato in Italia e avevo solo cinque anni. Dormivo con quella maglia. In nazionale mi sono sempre sentito in famiglia, già dopo poche ore. Non so come finirà l’anno prossimo, per me è importante fare bene qui, con assist e gol. Poi decide il c.t., ma io darò tutto per essere nel gruppo».

Ha sentito Mancini di recente? Ha detto che dovrà pensare a un gruppo allargato per la prossima stagione.

«Ho contatti sia con l’allenatore sia con gli altri giocatori e lo staff. Mi chiedono come va in Germania. Il gruppo allargato c’era già. Quando mi chiamano è sempre una gioia».

Come è arrivato in Bundesliga un ragazzo che non è passato dai Leistungszentren, i centri dei formazione mitizzati in Germania?

«Con tanta fiducia dei genitori, con tanta voglia di lavorare, con tanta disciplina e grinta. Io sono un calciatore di strada, ho imparato il calcio in campetti distrutti, con le porte mezze rotte, nella cittadina dove sono nato, Pforzheim. Ricordo che uscivo di casa alle 8 di mattina e stavo tutto il giorno al campetto, sono cresciuto là. Partite continue: io con i miei fratelli Pino e Francesco e amici italiani».

Italia-Germania anche al campetto dei ragazzini?
«A volte sì, avevo amici tedeschi e turchi. Spesso anche Italia-Turchia, oppure squadre miste. Uno Strassenfussballer come me non si fa tanti pensieri, ma solo sogni. Eppure quando mi cercavano le squadre più importanti non ci volevo andare. Avevo qualche paura, non volevo lasciare il mio mondo. Mi sono deciso a 17 anni e mio papà ancora mi chiede perché ho aspettato tanto. Lavoravo già da mio zio, meccanico. Dalle 8 fino alle 4 poi andavo in treno a Karlsruhe. Mi allenavo, poi tornavo, poi uscivo a correre, anche con i pesi alle caviglie. Mia mamma mi chiedeva se ero matto. Dicevo: voglio diventare professionista, se non faccio più degli altri non diventerò mai un grande giocatore».

É a Karlsruhe che ha conosciuto Calhanoglu?
«Arrivava anche lui con il treno, prima di tornare in stazione ci fermavamo a calciare tante punizioni. Facevamo anche delle sfide. Hakan era già molto bravo, abbiamo imparato molto. Lui aveva il tiro alla Juninho con la palla che si alzava e scendeva giù. Io alla Pirlo, che era il mio idolo. Era interista, come me. Ma, scherzi a parte, lo ammiravo anche quando era al Milan. Come calciava, come restava calmo, quella sensibilità nei piedi. Nel 2006 guardavo il Mondiale con la sua maglia».

Come se la passava un bambino emigrato cresciuto in Germania?
«Non abbiamo mai avuto problemi a vivere qui, anche quando eravamo bambini. Mio papà Giuseppe, siciliano, e mia mamma Lina, salentina, sono emigrati negli Anni 80 per lavorare a Pforzheim. Io sono nato qui, ma ho sempre parlato anche l’italiano. Ne sono orgoglioso. Anche mia moglie Vanessa è siciliana. Durante la sosta si divertiva a farmi un video mentre mi lavavo i denti e tenevo un pallone in equilibrio sulla testa. Abbiamo avuto successo».

La maglia numero 10 dell’Italia che ha indossato al suo debutto azzurro dove è finita? «Sul muro, nel salotto di casa».

 

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