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© Facebook – Specchio dei Tempi

«Sono giovane, forte e ho capito che dare una mano è bello. C’è voluta l’emergenza per darmi il coraggio di iniziare»

Barbara Bonansea

L’attaccante della Juventus femminile e della Nazionale Italiana, ha letteralmente pensato “perché devo starmene sul divano?”, e da ha iniziato così ad aiutare la sua città nella lotta al Covid-19. Ha parlato del suo volontariato con la a onlus Specchio dei Tempi (fondazione del quotidiano La Stampa; nda) all’inserto settimanale de La Gazzetta dello Sport, Sportweek.

Bonansea
© itasportpress.it

Barbara, partiamo dal giorno 1 del tuo volontariato.

«Allora andiamo indietro di oltre un anno, quando per la prima volta Lucia e Angela mi contattarono per il Day Hospital. Dissi subito di sì, fui colpita da loro, trovavo che fossero simili a me, schiette, dirette. Mi parlarono dell’Oncologico e io pensai: è perfetto, 1 posso aiutare questa struttura, 2 Torino è la mia città e 3 è per le donne, per qualcosa che in futuro potrebbe, spero di no, riguardare anche a me o persone a me care».

Ricordi le prime impressioni?

«Mi sono sentita subito coinvolta, mi sono trovata perfettamente. Ormai avevo fatto anche un po’ “mio” quel progetto, poi però è arrivata quest’emergenza e tutto è slittato, compresa l’inaugurazione dell’8 marzo».

E a questo punto ti sei impegnata ancora di più.
«Stando a casa, in isolamento, e vedendo diversi sportivi, ma soprattutto tantissimi professionisti (medici, infermieri…) darsi completamente, mi sono detta: e io perché devo starmene sul divano? Ho questo contatto con Specchio, sfruttiamolo. Sono giovane, forte e non vivo coi miei quindi non temo di contagiarli. E poi ho capito che dare una mano è bello, ti fa sentire bene ed è utile agli altri. C’è voluta l’emergenza per darmi questo coraggio di iniziare».

Un’immagine indelebile di quest’anno con Specchio.
«Il pomeriggio che ho trascorso con cinque donne che stavano uscendo o avevano sconfitto il loro male. Non sono rimasta spiazzata ma estasiata dai loro sorrisi, dalla loro voglia di vivere, dai sorrisi. Dentro di me pensavo: tante volte vedo persone che hanno una vita tranquilla e sono tristi e poi invece ti confronti con chi è alle prese col male, ha subito traumi importanti e ha una voglia di vivere pazzesca, e questo mi ha fatto pensare anche a quanto sono fortunata».

Il tuo ruolo di volontaria ti ha cambiata?

«Intanto è stato importante confrontarmi con tante persone che non appartengono al mio mondo. Tutto ciò non ha rivoluzionato la mia vita ma sì, mi ha cambiata. La somma di queste piccole cose nuove ti entrano dentro, ti fanno riflettere e dunque, magari senza accorgermene subito, mi hanno cambiata».

L’impegno legato all’emergenza in che cosa consiste?

«Riguarda il pomeriggio, dalle due alle sette. Incrociamo le loro richieste alle mie disponibilità, quando c’è bisogno vado. Carichiamo e scarichiamo i furgoni di dispositivi di prevenzione (mascherine, guanti, camici, copriscarpe…), quasi sempre abbiamo a che fare con le strutture sanitarie».

E coi privati?

«Di rado, ma è successo che un signore abbia donato una gran quantità di mascherine arrivate dalla Cina o che avessimo alcuni quintali di riso da smistare e allora li abbiamo distribuiti tra comunità e sedi del Cottolengo».

In questo nuovo ruolo, che riflessione hai maturato?

«Che c’è sempre chi sta peggio, ma devo dire che ho sempre cercato di ripetermelo nella mia vita. Per carità, ognuno ha i suoi problemi e guai a sottovalutarli, però poi, nel momento in cui capisci che il tuo è risolvibile e non è di salute, non serve autocommiserarsi. Serve fare, fare e fare».

Hai una storia emblematica da raccontare?
«Una? Infinite! Nel senso che, prima per il Sant’Anna e adesso per l’emergenza, grazie alla Fondazione ho scoperto un numero impressionante di realtà che, ammetto le mie colpe, proprio non conoscevo».

Qualcuno ti ha riconosciuta in quanto Bonansea della Nazionale e della Juve?

«È capitato (anche se era l’ultima cosa che mi interessava…), nonostante la mascherina lo rendesse più difficile. Devo dire che il bello del calcio femminile è che unisce tutti, tifosi del Toro e della Juve. Erano solo stupiti nel vedermi, forse, ma nessuna rivalità, ci mancava pure quello».

Nel mondo del calcio hai avuto riscontri?
«In tanti mi hanno scritto, a partire dalle mie compagne. Qualcuno magari avrebbe anche voluto fare altrettanto, ma in questo periodo può non essere semplice iniziare».

Come ti immagini il dopo-emergenza?
«Sono sempre stata un’ottimi- sta, ma nel breve periodo aspettiamoci un cambio radicale. Non nascondo che in queste settimane, guardando film o serie tv e vedendo le persone che si abbracciano, mi stranivo. Quello che sta succedendo rimarrà, a lungo dentro di noi, anche inconsciamente. Evitando strette di mani, abbracci… E poi c’è, ci sarà la questione economica, la recessione. Da studente di Economia (le mancano due esami per la laurea breve; ndr) sono sensibile al tema».

Come sfoghi la voglia di calcio?

«Partite non ne guardo, mi farebbe venire il magone. Ma mi sono rivista tanti highlight del Brescia in cui ho giocato».

Ti alleni?

«Bici e palleggi a parte, avendo un cortile grande, posso fare anche un po’ di tecnica».

E a (nuovi) hobby come va?

«Ho imparato a fare l’orto e posso annunciare con orgoglio che quanto ho seminato sta resistendo, pomodori compresi. Meno male, perché vangare per 3 o 4 ore mi ammazza».


 
 

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